<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964</id><updated>2012-02-16T17:10:50.438-08:00</updated><title type='text'>sinistracosmopolita</title><subtitle type='html'>uno spazio pubblico per attivisti/e che lavorano per la pace, il disarmo, i diritti umani, la giustizia sociale, economica ed ecologica globale,  la resistenza alle politiche neoliberiste, il riconoscimento del debito ecologico e sociale.</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>81</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-3540085653489797998</id><published>2012-02-14T08:42:00.003-08:00</published><updated>2012-02-14T09:16:10.200-08:00</updated><title type='text'>Dalla Sentenza Eternit a Rio+20</title><content type='html'>Per una strana coincidenza o ricorso storico, la sentenza   contro i manager dell’Eternit si collega all’imminente vertice delle Nazioni Unite su Sviluppo Sostenibile che si terrà a Rio a metà giugno, la cosiddetta Rio+20. Venti anni fa, uno dei due manager condannati, Stephan Schmidtheiny fondò la lobby imprenditoriale del Business Council on Sustainable Development e la lanciò a Rio nel corso della Conferenza su Sviluppo ed Ambiente assieme al suo libro "Changing Course" (mutando la rotta) per propugnare la causa delle imprese “verdi”, e del ruolo chiave del settore privato nelle politiche di sviluppo sostenibile. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eravamo all’indomani della fine della Guerra Fredda, che aveva portato con sé l’illusione che la forza del mercato e del consumo di beni potessero assicurare il progresso ed il miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità. Ogni laccio o lacciuolo rappresentato da politiche pubbliche, o da ipotesi di regolamentazione delle attività delle imprese andava perciò smantellato. Non a caso poco prima della Conferenza di Rio venne chiuso l’ufficio delle Nazioni Unite che stava lavorando ad una Convenzione internazionale vincolante sulle imprese. Al diritto internazionale pubblico venne sostituito il diritto internazionale privato, le regole lasse della “lex mercatoria”, il principio di Responsabilità Sociale d’Impresa. Accanto alla fiducia nei confronti delle imprese transnazionali, si coltivava la speranza che il dividendo di pace generato dalla fine della guerra fredda potesse contribuire ad assicurare un futuro migliore per l’umanità attraverso un aumento delle risorse destinate allo sviluppo ed alla lotta alla povertà. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La “longa manus” della lobby incarnata da Schmidtheiny si fece sentire anche dieci anni dopo, alla Conferenza di Johannesburg, o Rio+10 che consacrò l’era del partenariato tra Nazioni Unite ed imprese, nel quadro del Global Compact. Il discorso sullo sviluppo sostenibile venne così rapidamente cooptato da chi vedeva nei partenariati pubblico-privato per il perseguimento degli obiettivi di sviluppo del Millennio, un’opportunità per le imprese di accedere a settori quali l’acqua, la salute, l’educazione. Insomma, un approccio ancillare a quello che vedeva nell’allargamento dell’ambito negoziale di Johannesburg a comprendere questioni quali il commercio internazionale e gli investimenti, per poter trovare uno spazio alternativo a quello dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, il cui negoziato di Doha stentava a decollare. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora, dieci anni dopo si potrebbe assistere in nome della “Green Economy”, alla promozione di strumenti finanziari per l’ambiente, di derivati verdi, modelli di commercio globale di permessi di emissione, di tutela della biodiversità, di privatizzazione ulteriore dei beni comuni. Basta leggere un importante documento preparato dall’UNEP (Agenzia Onu per l’Ambiente) che teorizza un approccio di mercato alle questioni ambientali, nella convinzione che la mancata applicazione delle politiche ambientali sia solo conseguenze di “errori di mercato” nell’attribuzione di valori economici e monetari a servizi ambientali. Lo stesso rapporto riafferma la fede nella proprietà privata, e nella possibilità che attraverso la proprietà privata delle risorse naturali si possa assicurare un loro utilizzo sostenibile. Altro che beni comuni o “commons”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sul tema della Green Economy e sui rischi di un’approccio di mercato si gioca una buona parte della discussione politica e teorica verso Rio+20. E la sentenza Eternit dimostra come in mancanza di un quadro di regole vincolanti per le imprese, e di un forte “ancoraggio” ai diritti umani ogni considerazione sociale, o ambientale resta in secondo piano rispetto all’obiettivo del profitto. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Conferenza dovrebbe anche discutere di un riassetto degli strumenti globali di governo delle questioni ambientali, ma ad oggi non si è ancora trovato un accordo sulla forma, se cioè rafforzare l’UNEP oppure costituire un Consiglio per lo Sviluppo Sostenibile. L’Unione Europea ha già fatto sapere che insisterà per un esito positivo di Rio, forte del ruolo svolto nel salvataggio in zona Cesarini del negoziato sul Clima di Durban del dicembre scorso. Tra i punti di forza della posizione europea il rilancio della cooperazione internazionale allo sviluppo (un controsenso visti i tagli crescenti ai fondi di cooperazione di molti paesi europei) verso quella meta finora irraggiungibile dello 0,7% del PIL, ed il lancio di un’iniziativa sull’accesso all’energia che possa fin d’ora mettere in pratica alcuni degli obiettivi della Conferenza sui Cambiamenti Climatici riguardo le energie rinnovabili ed un modello di sviluppo a basso contenuto di CO2. Ha colpito anche una recente dichiarazione di Connie Hedegaard (Commissaria per il Clima) secondo cui a Conferenza di Rio dovrà impegnarsi superare il paradigma della crescita, e i parametri del PIL. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Certamente leggendo la prima bozza di documento negoziale, la cosiddetta “Zero draft” le speranze di un esito di alto livello restano esigue. C’è però un altro percorso che si sta sviluppando verso Rio+20, al lato di quello delle consultazioni con la società civile ed è quello dei movimenti sociali che si ispirano all’ecologia sociale ed alla critica radicale al modello neoliberista. Movimenti che stanno lavorando per la convocazione di un Vertice dei Popoli della terra, movimenti indigeni che si riuniranno nella Conferenza Globale di Karioka, in un appuntamento “alternativo” che si preannuncia di grandissimo rilievo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono gli eredi di quel primo embrione di movimento globale che vide la sua nascita proprio a Rio, 20 anni fa nelle riunioni del Global Forum e che avrebbe prodotto proposte alternative fondate sulla giustizia ambientale, ed il debito ecologico, addirittura dei Trattati alternativi sulle varie tematiche di negoziato. In Italia era attiva, grazie alla grande intuizione del compianto Alex Langer, la Campagna Nord-Sud, Sopravvivenza dei Popoli, Biosfera, Debito, una rete nazionale ed internazionale di movimenti, ONG e realtà impegnate nei temi dello sviluppo, i diritti dei popoli, l’ambiente. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da allora proprio l’America Latina è diventata laboratorio di approcci alternativi che mettessero in pratica il concetto di debito ecologico, e lo articolassero attraverso i principi del diritto, (ad esempio i diritti della Madre Terra) e la “buona vita” o Buen Vivir, recepiti nelle Costituzioni di Ecuador e Bolivia. Sia in America Latina, che in Asia i movimenti che si occupavano di debito estero quali la campagna Jubilee South, hanno abbracciato i temi del debito ecologico e della giustizia climatica, consci dell’urgenza di affrontare in maniera radicale gli effetti devastanti della triplice crisi, e rifondare sui temi ambientali e dei beni comuni, la domanda che da sempre si poneva chi chiedeva la cancellazione del debito dei paesi in via di sviluppo: “quien debe a quien? Chi deve a chi”? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Saranno proprio questi i pilastri intorno ai quali si muoveranno le iniziative dei movimenti sociali globali a Rio: beni comuni, giustizia climatica, restituzione del debito ecologico sullo sfondo di una crisi che può paradossalmente aprire la strada ad un futuro migliore, costruito dal basso, con pratiche e proposte fondate sulla giustizia e l’equità sui diritti ed il diritto dei popoli e della natura.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-3540085653489797998?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/3540085653489797998/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=3540085653489797998' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/3540085653489797998'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/3540085653489797998'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2012/02/dalla-sentenza-eternit-rio20.html' title='Dalla Sentenza Eternit a Rio+20'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-5952967563675264376</id><published>2012-01-29T08:00:00.000-08:00</published><updated>2012-01-29T08:01:46.248-08:00</updated><title type='text'>La crisi europea vista dal sud</title><content type='html'>Intervista  ad Alberto Acosta&lt;br /&gt;19 / 1 / 2012&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Incontriamo a Quito Alberto Acosta, economista della FLACSO, ispiratore delle campagne sulla cancellazione del debito estero, e delle iniziative di audit del debito, nonché già Presidente dell’Assemblea Costituente dell’Ecuador. Per anni ha collaborato con la Fondazione Friedrich Ebert, in Germania ed in Ecuador. A lui chiediamo  un commento sulla crisi europea, sulle prospettive dal punto di vista del Sud del mondo, sulle sfide comuni, e le possibili soluzioni&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;FM:  Alberto, come vedi dalla tua prospettiva di persona attiva nei movimenti sociali latinoamericani e globali, e sulla scorta della tua esperienza sui temi del debito estero e della globalizzazione, la crisi che sta passando l’Europa? Una crisi multipla, economica, finanziaria, politica, sociale, culturale, che sta trasformando noi, cittadini di paesi finora visti come creditori nei confronti del mondo di maggioranza, in vittime di processi di aggiustamento strutturale, in quanto supposti debitori nei confronti dei mercati finanziari?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;AA: Una prima considerazione è che l’Europa per oltre 500 anni è stata il centro del pensiero nel mondo , l’”American Way of Life” nei fatti è impregnata di cultura europea. L’Europa ha insegnato al mondo,  e noi abitanti del pianeta abbiamo accettato di essere europeizzati accettando che l’Europa fosse il luogo dove apprendere. Ora vedo che l’Europa non ha nulla da insegnare, e non ha la capacità di apprendere da questa crisi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;FM: Se non abbiamo più nulla da insegnare cosa potremmo  apprendere?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;AA: Dalla prospettiva latinoamericana , entriamo direttamente nel tema del debito e della crisi finanziaria. Gli Europei stanno applicando politiche economiche che hanno fallito in America Latina. Noi in America Latina usciamo dalla lunga crisi del debito estero quando cambiano  le condizioni del mercato finanziario globale, e le condizioni di scambio nel commercio internazionale, Si pongono   così le basi per una rivalutazione delle “commodities” e cadono i tassi di interesse, permettendo così nell’ultimo decennio - la crescita dell’economia.  Non siamo usciti dalla crisi applicando le politiche del FMI, che sono la causa di maggior recessione, ed in ultima istanza, di  maggior  debito ecologico. In Europa si stanno applicando   politiche   simili a ciò che hanno fatto Ecuador, Messico, Venezuela , Colombia in passato, ovvero salvare le banche ma non gli interessi della collettività. Si stanziano cifre enormi di denaro per finanziare le banche in crisi , ma non per rispondere alle esigenze della società. Conosciamo quelle ricette di austerità, restringere la spesa sociale, paralizzare l’apparato produttivo,  consolidare l’austerità fiscale, misure che inevitabilmente portano alla recessione,  Non si fa tesoro di ciò che   disse a suo tempo Carlo Marx: “il capitale richiede la speculazione per accumulare”, e Marx ricorda quello che disse un banchiere “E’ difficile capire dove termina all’interno di un impresa la rendita economica ed inizia quella speculativa”  Ecco questa è  l’essenza del capitalismo. Di fatto si sta consolidando una bolla speculativa, proteggendo gli speculatori e non i cittadini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;FM: Come ne siete usciti voi da questa trappola?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;AA: Ne siamo usciti grazie ad un’altra politica economica, ma soprattutto grazie alle nuove condizioni dei mercati internazionali, l’enorme domanda che proviene dalla Cina, ed a suo tempo anche dagli Stati Uniti portarono i prezzi delle materie prime a livelli alti. Non siamo di certo usciti dalla crisi con le ricette ora applicate in Europa.  Eppoi,  vedo un problema più grande in Europa, quello di un continente che non sa apprendere neanche dalla sua storia. È vero che ora alla Grecia si sta   riducendo il debito ma questo andava fatto all’inizio, perché il debito non fosse un ostacolo al pagamento stesso del debito.  Davvero non capisco perché i paesi del Sud dell’Europa non vengono trattati come fecero gli Alleati con la Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale. Basta leggere il testo dell’Accordo di Londra del 27 febbraio 1953, attraverso il quale si annullò parzialmente il debito tedesco, riducendo i tassi d’interesse, si ampliarono i termini temporali per il pagamento dei debiti rimasti, e solo di recente la Germania ha finito di pagare quei debiti. Si stabilì uno schema che in caso di deficit fiscale e commerciale, si sospendeva il pagamento del debito, e si avviava una procedura di arbitrato internazionale , mentre i paesi creditori si impegnarono a comprare prodotti tedeschi. Ecco il tema. Quello dell’incapacità dell’Europa di dare una risposta perché oggi l’Europa per sua propria necessità dovrebbe avviare un tribunale internazionale di arbitrato sul debito sovrano dal quale trarrebbe grande beneficio per non tornare alle pratiche speculative.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Altra cosa che mi angustia dell’Europa, è che si credeva che avendo semplicemente una regola fiscale rigida si potessero risolvere tutti i problemi, Prima c’erano i parametri di Maastricht, (3.5% del PIL) , quella già fu una cosa brutale. L’Europa è stata in grado di avviare un processo d’integrazione assai interessante, una delle poche regioni a mondo con una moneta unica, ma si dimenticò l’Europa politica. Dov’è lo Stato europeo?   Chi fa la politica monetaria? Non possono essere le banche centrali degli stati membri, ci deve essere una Banca centrale autonoma. Non parlo dell’autonomia neoliberista delle banche verso lo stato e la società, che è perniciosa. Parlo del’autonomia dagli altri stati.  L’Europa non ha una politica fiscale propria, non è uno Stato . Quello che ha sono governi, alcuni potenti, quali l’asse “Merkozy”,  con la Germania che da prova di un’incredibile miopia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;FM: In molti paesi europei si stanno lanciando iniziative sull’audit del debito, che traggono ispirazione proprio dall’esperienza ecuadoriana. Sulla scorta della vostra esperienza pensi che questa possa essere una strada percorribile per recuperare un controllo dal basso dei processi d’ indebitamento  e nei fatti contribuire alla soluzione di una crisi che più che economica è politica, e può essere risolta anzitutto con più democrazia?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;AA: L’istituzione della CAIC (Commissione di Audit del Debito) da parte del governo ecuadoriano fu conseguenza della forte pressione dei movimenti e della società civile, ed è bene che lo stesso accada ora in Europa. Se i governi non vogliono, allora dovranno essere i cittadini ad iniziare, a livello europeo, nazionale e se necessario locale. Un processo di audit dovrà stabilire le cause dell’indebitamento, anche studiando le corresponsabilità di coloro che hanno acquistato buoni pubblici. Quindi, un audit che possa permettere di identificare quali porzioni del debito siano illegittime e/o odiose, e quali invece possano essere sottoposte a rinegoziazione.  Sia chiaro, un processo di audit ha senso solo se propedeutico alla costituzione di un Tribunale internazionale di arbitrato sul debito sovrano e nel quadro di una serie di proposte alternative quali la creazione, parallela all’Euro, di valute locali, che possano servire a mitigare le ricadute economiche e sociali della crisi. Non l‘uscita dall’Euro, ma il sostegno a valute locali secondo esperienze già provate in Europa in passato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;FM: Tornando alla Germania, tu che conosci a fondo quel paese, quale pensi che sia la motivazione di questa posizione di grande rigidità che potrebbe alla lunga risultare estremamente controproducente per gli interessi stessi di Berlino?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;AA:  Ti rispondo con un detto locale: “La vacca dimentica di essere stata vitello”.  la Germania non vuole ricordare il trattamento a lei riservato in passato perché questa potrebbe essere la soluzione attraverso un tribunale internazionale di arbitrato. Eppoi c’è un problema reale e serio, quello dei tempi corti degli interessi elettorali. La Germania non vuole ammettere le sue responsabilità pregresse nella crisi, quando non sollevò alcuna critica    al momento dell’entrata, nei fatti  fraudolenta, della Grecia nell’Unione.  I tedeschi hanno concesso crediti allegramente finché questo li portava a fare affari, fiduciosi com’erano della forza salvifica del mercato, ed ora non vogliono risolvere il problema, perché questo significherebbe aumentare la domanda di prodotti italiani e greci, ad esempio. Allora cosa fanno? Impongono aggiustamenti strutturali agli strati meno protetti della popolazione europea, mentre in Germania non si azzarderebbero a farlo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;FM: La cosa interessante della Germania è che sono ostaggi di questo dogma dell’”Hausordnung”, ma quest’ossessione  creerà grandi problemi di smaltimento dei loro prodotti in mercati importanti per le loro merci,  ovvero quelli dei paesi del Sud Europa?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;AA:  Questa rigidità ha costi. Una è quella di restringere la capacità di assorbimento dei mercati, l’altra è la negazione di politiche anticicliche. Ora si arriva alla massima perversione,  quella di trasformare gli equilibri fiscali di Maastricht in norma costituzionale. Gli Europei non hanno mai letto cosa accadde all’Argentina con la convertibilità? S’ introdusse nella Costituzione una norma rigida, (un dollaro-un peso), e con la fine della  convertibilità fu il disastro. Noi in Ecuador, pur avendo come valuta il dollaro USA,  non abbiamo una norma costituzionale al riguardo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;FM: L’introduzione della regola aurea crea una drammatica asimmetria tra gli obblighi costituzionali verso i mercati finanziari e quelli che lo Stato dovrebbe avere nella promozione e tutela dei diritti economici, sociali e culturali dei suoi cittadini, a favore dei primi. E li indebolisce. In un’Europa già afflitta da  un problema di democrazia si sta scommettendo in un processo che in futuro sarà ancor meno democratico.  E’ il  paradosso di cui parla Dani Rodrik nel suo ultimo libro “Il Paradosso della Globalizzazione”, quello del  un trilemma,  tra democrazia,   interesse nazionale e mercato,  e lui opta per dare priorità ai primi due.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;AA: Infatti. Oggi in Europa si sta sacrificando la democrazia, uno stato di diritto e di welfare per proteggere gli equilibri macroeconomici, ma credo che l’Europa abbia ora una grande opportunità. Quella di saltare sulla propria ombra,  costruire uno stato europeo democratico, una propria politica monetaria e fiscale, recuperare il suo mercato interno, ristabilire relazioni non coloniali con il Sud del mondo, e affrontare le grandi emergenze ambientali.  L’Europa si può trasformare in un continente di idee. in Europa si stanno aprendo importanti discussioni, come quella sulla decrescita. Lo stesso Bundestag ha creato una commissione di studio sulla decrescita. Se è vero come dicevo all’inizio,  che oggi l’Europa ora non ha nulla da insegnare, né da apprendere è anche vero che esiste  un’altra Europa quella dei movimenti, dei cittadini, (penso ad esempio agli Indignados) che sfidano anche la sinistra tradizionale, che può dare un forte impulso a questa opera di ricostruzione dal basso.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-5952967563675264376?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/5952967563675264376/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=5952967563675264376' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/5952967563675264376'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/5952967563675264376'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2012/01/la-crisi-europea-vista-dal-sud.html' title='La crisi europea vista dal sud'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-7495914366515441745</id><published>2011-12-18T01:28:00.000-08:00</published><updated>2011-12-18T01:29:20.712-08:00</updated><title type='text'>un bilancio dopo Durban</title><content type='html'>Provare a valutare sull’esito della 17° Conferenza delle Parti sui Mutamenti Climatici da poco conclusa a Durban, è esercizio difficile o forse  scontato. Da tre anni   all’indomani delle varie COP, da quella di Copenhagen, (luogo del clamoroso flop che ha fatto scricchiolare paurosamente l’impianto multilaterale del negoziato) a quella di Cancun (nella quale si optò per la strategia dei “building blocks”  , o dei piccoli passi) i pareri si dividono.  Chi accusa il modello multilaterale di dare eccessivo spazio agli interessi degli inquinatori, o troppa voce a paesi insignificanti in una visione di politica di potenza, chi  accoglie come evento di portata storica un impegno ancora sulla carta per un accordo internazionale legalmente vincolante, chi si accontenta di aver mantenuto il protocollo di Kyoto in terapia intensiva. Insomma si aggrava una già grande divaricazione tra realtà e volontà politica. Una realtà che richiede misure urgenti, mettendo a nudo l’inadeguatezza delle cifre sulle quali si costruirà l’impianto futuro di governo delle politiche climatiche.  Oggi parlare di contenere un aumento di temperatura a 2 gradi o di 1,5 significa negoziare la sopravvivenza di interi paesi, e decine di migliaia di potenziali rifugiati ambientali. Eppoi c’è l’altra realtà, quella del modello stesso di negoziato, improntato sull “hard power”, sulla trattativa fatta di confronti diretti, di bracci di ferro, di “brinkmanship” come da gergo diplomatico, ovvero   di passeggiate rischiosissime sul filo del rasoio per riuscire a strappare una mediazione al ribasso. Ci sono governi che in nome dell’equità chiedono un impegno di riduzione delle emissioni per tutti eccetto che per loro, e poi , come nel caso dell’India dimenticano opportunamente l’equità quando si tratta di politiche energetiche nazionali. O chi , USA, Canada, Russia, Giappone, cerca di affossare del tutto il Protocollo di Kyoto per un modello di gestione delle emissioni si base volontaria e senza alcun possibile sistema sanzionatorio. C’è poi chi, in nome dei paesi più poveri o dei diritti della Pachamama, fa appelli al riconoscimento del debito ecologico, e poi continua a far dipendere tutta la sua economia dallo sfruttamento di petrolio ed affini.  Insomma, tra miopia nella capacità di lettura dei costi umani ed ecologici dei mutamenti climatici, e tatticismi o riposizionamenti strategici di paesi o blocchi di paesi, il negoziato sul clima rischia di perpetuare una profonda inadeguatezza, se non addirittura di trasformarsi in una palude nella quale resta invischiata qualsiasi ipotesi alternativa. Sia ben chiaro, oggi il problema non è quello di abbandonare il modello multilaterale, semmai quello di sforzarsi per renderlo più aperto, per farne uno spazio comune di elaborazione e proposta politica e programmatica per la cura dei “commons” atmosferici. La UNFCCC oggi questo non è. Restano fuori dalla trattativa  e dalla    partecipazione attiva   soggetti non statuali ,  movimenti,   realtà di base, la società civile,  gli enti locali e le amministrazioni virtuose, le piccole imprese e cooperative che oggi lottano per difendere una nicchia di mercato, quella delle rinnovabili  su piccola scala, dal dominio di poche multinazionali. A loro viene solo concesso il ruolo di “lobby” o di partecipazione ad eventi paralleli, o esposizioni sull’innovazione tecnologica, senza che dalle buone pratiche si possa distillare un congiunto di regole ed impegni per una trasformazione radicale del modello di sviluppo. Il primo punto sul quale riflettere nel dopo Durban è che oggi quel sistema di negoziato non rispecchia la trasformazione che è avvenuta nelle relazioni internazionali, nelle quali si sono andati affermando nuovi soggetti ed attori che rivendicano giustamente pari dignità nel governo del mondo. Anzi, la prassi di negoziati a porte chiuse, nei quali rappresentanti dei vari governi hanno combattuto fino allo stremo per difendere i propri interessi nazionali, a Durban addirittura sforando nei tempi supplementari,  è continuata, mentre alla possibilità di accrescere il ruolo dei cosiddetti “stakeholders” è stato dedicato un misero workshop. Ad eccezione del cosiddetto settore privato, al quale vengono riconosciuti ruoli di tutto rilievo, intendendo però come settore privato quello delle grandi lobby energetiche non certo quello delle cooperative, piccole e medie imprese, realtà comunitarie o su piccola scala dedite all’innovazione. Insomma, finché l’UNFCCC resta un’arena di “wrestling” tra paesi e blocchi di paesi nella quale si riconfigurano o disegnano nuovi assetti anche geopolitici, non si riuscirà ad uscire dall’impasse. Così anche quella che oggi viene letta da alcuni come una grande vittoria, ovvero l’ impegno per concludere un accordo internazionale vincolante entro il 2015, (un “coup de theatre” annunciato, dell’Unione Europea che è riuscita in un colpo a farsi portavoce dei paesi più poveri e di quelli insulari e coinvolgere la Cina - magra consolazione per chi chiede un protagonismo maggiore dell’Europa sui temi globali) rischia di  perpetuare uno scontro che poco ha a che vedere con il futuro del pianeta e molto di più con il posizionamento strategico o il puro e semplice interesse nazionale nella sua accezione più miope. Eppure, qualche giorno fa il Social Europe Journal, sottolineava come  da una parte i governi hanno   rinunciato alla loro sovranità nazionale a favore dei mercati finanziari, ed a Standards’ &amp; Poore mentre dall’altra non ne vogliono sapere di cedere sovranità sul tema della riduzione delle emissioni. Eppoi il paradosso è che se per la crisi finanziaria i governi hanno accettato di agire di concerto (seppur proponendo le ricette sbagliate) per quanto riguarda il clima pospongono in continuazione ogni forma di accordo. Ecco l’ennesima contraddizione della quale il processo del negoziato climatico è profondamente intriso. Per tornare al risultato di Durban, secondo la strategia dei “building block” dalla COP17 esce un abbozzo di architettura istituzionale, dal Comitato  per l’Adattamento, alla creazione del Fondo Verde per il Clima, alla segreteria per il trasferimento di tecnologia , all’accordo su modalità di informazione e rendicontazione dei programmi di mitigazione e del loro finanziamento, ad un quantomeno vago mandato per continuare nello sviluppo e messa in atto di programmi per la tutela delle foreste. Resta in rianimazione il protocollo di Kyoto, il cui secondo periodo di impegno viene sussunto - come in una matrioska russa - nel quadro di un “pacchetto” che prevede la negoziazione di un accordo globale vincolate per la riduzione delle emissioni entro il 2015 e che verrà negoziato in un gruppo di lavoro ad hoc sulla Piattaforma di Durban per l’azione rafforzata. Kyoto resta un Giano bifronte: da una parte guarda indietro, proponendo misure di mercato quali il commercio di permessi di emissione, soluzioni false all’emergenza climatica e dall’altra guarda in avanti, fornendo la base sulla quale provare a costruire un sistema globale di verifica e sanzioni per chi non ottempera agli impegni di riduzione. Le prospettive generali per il negoziato non sono incoraggianti. I governi si riuniranno di nuovo a maggio a Bonn per poi convergere tutti nella kermesse di Rio+20 dove il rischio di un assalto alla diligenza dei fondi climatici da parte della Banca mondiale è elevatissimo, come grande è la preoccupazione per un ulteriore spinta alla finanziarizzazione delle tematiche ambientali globali in nome di una non meglio definita “Green Economy”. E poi la prossima COP 18 sarà a Doha, in Qatar, cuore dell’impero petrolifero. Che fare allora? Aspettare il 2020 anno nel quale i nuovi possibili accordi diventeranno operativi, o azzardarsi ad  implementare gli impegni di riduzione senza aspettare la loro ratifica dalla comunità internazionale? Se guardiamo a casa nostra, oggi, due possono essere le possibili strategie. Da una parte  una moratoria all’espansione della frontiera petrolifera nel nostro paese, sostenendo le comunità e le amministrazioni locali, dall’Abruzzo, alla Basilicata alla Puglia che resistono alle trivellazioni. E dall’altra insistere nella costruzione di un blocco “sociale”   tra movimenti per la giustizia climatica, associazionismo, amministrazioni locali virtuose, comunità che soffrono gli effetti dei cambiamenti climatici, sindacato, settori imprenditoriali “virtuosi” , settore finanziario “alternativo”. E non aspettare fino al 2020 che i governi decidano per il futuro del Pianeta ma praticarlo fin d’ora.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-7495914366515441745?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/7495914366515441745/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=7495914366515441745' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/7495914366515441745'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/7495914366515441745'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2011/12/un-bilancio-dopo-durban.html' title='un bilancio dopo Durban'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-7686529885677473155</id><published>2011-10-26T09:07:00.001-07:00</published><updated>2011-11-22T09:30:49.801-08:00</updated><title type='text'>A Durban una strada tutta in salita per il clima</title><content type='html'>Manca ormai poco più di una settimana all’inizio della diciassettesima conferenza delle parti (COP)     della Convenzione   delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici che si riunirà a Durban e nella quale si tenterà di superare l’ impasse che da anni ostacola l’assunzione di  impegni necessari per affrontare   l’emergenza climatica, e avviare un processo di transizione rapida verso modelli produttivi e di consumo a basso contenuto di carbonio.  Quest’ ennesimo appuntamento della comunità internazionale, si preannuncia già fortemente compromesso, se corrispondesse al vero ciò che in questi giorni ha denunciato il Guardian, ovvero che i paesi ricchi hanno ormai messo in conto che non sarà realistico giungere a nessun accordo vincolante sul clima prima del 2016,  e che pertanto lo stesso possa essere messo in attuazione solo intorno al 2020. Queste indiscrezioni infiammeranno senz’altro le prime battute del negoziato che già si preannunciava complesso e pieno di incognite. Lo snodo centrale   è rappresentato dalla necessità di ridurre le emissioni di gas serra per stabilizzare l’aumento della temperatura globale, e la volontà di assumersi l’impegno di stanziare fondi necessari per aiutare i paesi in via di sviluppo o in rapida industrializzazione.  Se fino ad oggi nessun accordo è stato raggiunto lo si deve senz’altro alla mancanza di volontà politica degli Stati Uniti di sostenere un regime vincolante “a la Kyoto” che potesse obbligare Washington a fare la propria parte. D’altra parte però anche l’Unione Europea avrebbe potuto svolgere un ruolo di mediazione tra Stati Uniti e paesi quali India. Brasile, Cina ed invece ha assunto una posizione di basso profilo. Per quanto riguarda il protocollo di Kyoto, e la sua possibile sopravvivenza in un secondo periodo di vigenza, i negoziati sono ancor in alto mare. Negli incontri preparatori  svolti a Panama ai primi di ottobre sono emerse varie ipotesi. Gli Stati Uniti insistono sull’adozione di un sistema  di verifica delle riduzioni di emissioni nel quale i paesi fissano un tetto nazionale di massima, e si impegnano di volta in volta a rivedere lo stato d’attuazione, senza accettare l’eventualità di meccanismi di “enforcement” come quelli propri del protocollo di Kyoto. Questo sistema dovrebbe valere per paesi industrializzati come per quelli in rapida industrializzazione e in via di sviluppo. La  resistenza di questi ultimi riguarda anzitutto il fatto che così facendo si viola il principio delle responsabilità eguali ma differenziate, che invece dovrebbe comportare un massimo impegno per la restituzione del debito climatico ed ecologico da parte dei paesi industrializzati verso il resto del mondo. Eppoi quest’ipotesi segnerebbe la fine del Protocollo di Kyoto, e con esso l’impossibilità di fissare un tetto vincolante per le emissioni di anidride carbonica. Il paradosso è che così  viene meno anche uno dei presupposti necessari per alimentare il mercato globale di permessi di emissione, una delle ipotesi a costo zero prospettate dai paesi industrializzati e dalle imprese per compensare le proprie emissioni con l’acquisto di crediti di carbonio da paesi che emettono di meno. Senza un tetto . si dice – non ci può essere commercio di carbonio.  Altra ipotesi  quella di andare avanti con il protocollo di Kyoto con i paesi intenzionati a sottoscrivere il secondo periodo che inizia nel 2012, Unione Europea in testa, e includere il Protocollo nel quadro di un accordo vincolante più ampio che includa Stati Uniti, paesi del G77 e paesi del gruppo BASIC (Brasile, India, Cina, Sudafrica). La speranza dei negoziatori  è di tenere aperto il canale di discussione ed evitare un ulteriore rottura che rappresenterebbe davvero la fine del modello di negoziato multilaterale.  A Panama ha poi preso sostanza la possibilità di un’estensione al 2015 del Protocollo di Kyoto per dar tempo e fiato al negoziato in attesa di tempi migliori. Altra ipotesi quella di creare un annesso C per paesi in rapida industrializzazione. Insomma la questione è ancora del tutto aperta, al punto che nel corso della conferenza stampa tenuta all’indomani della Pre-COP ministeriale del 20-21 ottobre la Ministra degli Esteri Sudafricana si è limitata ad accennare alla necessità di proseguire il negoziato sul tema, richiamando alla responsabilità di tutti per affrontare l’urgenza di una riduzione decisa delle emissioni. A Durban le parti dovranno anche accordarsi sui termini della revisione della soglia fissata a Cancun per il possibile aumento di temperature a livello globale. A Cancun si fissò una soglia di 2 gradi centigradi ritenuta da molti inadeguata o addirittura disastrosa, e si lasciò aperta la possibilità di rivedere al ribasso tale limite fino ad un massimo di aumento di temperatura di 1,5 gradi. Questo tema è direttamente connesso alle politiche di mitigazione, ed al rispetto del principio di responsabilità comuni e differenziate, che oggi restano due macigni sulla strada dell’accordo, In particolare la questione relativa alla mitigazione ed ai cosiddetti NAMA (Nationally Appropriate Mitigation Actions) riguarda gli impegni di rendicontazione e verifica internazionale (in gergo MRV - Monitoring Reporting and Verification), in un gioco al rimpallo delle responsabilità tra paesi industrializzati e G77. A Panama qualche passo in avanti   sembra essere stato fatto identificando un sistema binario di rendicontazione per paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. Nessun passo in avanti invece sulla definizione della forma legale di un nuovo accordo sul clima, sull’eventualità di adottare a Durban un accordo internazionale legalmente vincolante o meno. Su questo punto i negoziatori si sono sbizzarriti prospettando una serie di opzioni alternative: dall’adozione di una roadmap verso l’adozione di uno strumento legalmente vincolante, all’adozione dello stesso a Durban, ad una dichiarazione sul futuro di uno strumento legalmente vincolante, all’affermazione dell’importanza di uno strumento legalmente vincolante, ad un’indicazione a continuare a discutere.  Insomma da Durban uscirà ben poco al riguardo considerando anche che gli Stati Uniti sono contrari alla possibilità che dalla COP esca un mandato chiaro, mentre si è aperta una frattura all’interno dei G77, con i paesi insulari AOSIS che spingono decisamente per un accordo legalmente vincolante e India e Cina che sono contrari a dar mandato per negoziare un nuovo accordo. La posizione dell’Unione Europea resta quella di sostenere un secondo periodo di impegno per il Protocollo di Kyoto (il cosiddetto “Second Commitment Period”) a condizione però che si trovi accordo su un mandato per uno strumento legalmente vincolante. Sul tema delle finanze si gioca l’altra delicata partita. A Copenhagen nel 2009, si  concordò per un fondo iniziale di aiuto pari a 30 miliardi di dollari che avrebbero dovuto essere innalzati a 100 entro il 2020. Finora pochi di quei fondi sono stati esborsati, spesso riciclati dalla cooperazione allo sviluppo.  Lo snodo delle finanze rappresenta l’altro vero ostacolo verso un possibile accordo di massima a Durban, al punto che un mancato impegno al riguardo rischia di pregiudicare anche la costituzione del Fondo Verde per il Clima, struttura dedicata all’esborso dei fondi climatici.  Anzi nell’ultima riunione preparatoria del Fondo Verde Per il Clima gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno puntato i piedi, non accettando un documento bozza nel quale non si chiarisce fino in fondo l’autonomia del Fondo dalla Conferenza delle Parti (cosa richiesta da Washington per aprire uno spazio di agibilità per la gestione da parte della Banca Mondiale), né il ruolo possibile del settore privato.   Nel processo negoziale del Comitato Transizionale del Fondo Verde per il Clima sono emersi altri temi estremamente controversi sui quali non si è trovato accordo. Tra questi la possibilità di adottare un criterio di voto ponderato al Consiglio di Amministrazione del Fondo, ricalcando il sistema ben poco democratico del “one dollar-one vote” simile a quello seguito dalla Banca Mondiale, l’eccessivo potere dato al Consiglio, rispetto alla’autorità della Conferenza delle Parti, l’apertura di uno sportello dedicato al settore privato con modalità privilegiate di accesso, la decisione di passar dalla concessione di fondi a dono verso l’uso di fondi come leva per finanziamenti privati. Inoltre a fronte dell’intenzione iniziale di dotare il Fondo Verde per il Clima di due unici sportelli, uno per le attività di adattamento, l’altro per quelle di mitigazione,  è emersa la richiesta dei paesi in via di sviluppo di aprire due altri sportelli uno dedicato al trasferimento di tecnologia l’altro alle attività di formazione e di “capacity building”. Nel corso della riunione di Panama si è anche  raggiunto un consenso di massima sulla possibilità di uno sportello dedicato alle attività REDD+, ovvero di riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado delle foreste, sulla necessità di adottare una decisione chiara sul rilancio delle attività REDD+ e sull’urgenza di ampliare l’approccio al tema, considerando anche le ricadute dei programmi REDD su biodiversità, lotta alla povertà e fonti di sostentamento delle comunità che vivono  o dipendono dalle foreste. Insomma, le prospettive per Durban sono di un esito di basso profilo, con il quale si proverà a “vendere” la COP17 come il vertice sull’adattamento, tema centrale per l’Africa e per le comunità indigene e  contadine la cui sovranità alimentare è oggi minacciata dai cambiamenti climatici. E si rilancerà un accordo sulle foreste, che però rischia di rimanere monco, vista l’assenza di consenso sulle modalità di finanziamento, mentre sul Fondo Verde per il Clima, altro risultato auspicato dalla presidenza sudafricana ci sarà da attendere fino all’ultimo minuto di negoziato. Insomma, se una cosa Durban ci dirà, ancor una volta, è che non ci troviamo ormai di fronte ad una crisi nel sistema, ma per parafrasare Zizek, ad una crisi del sistema. Lo ribadiranno a gran voce le migliaia di attivisti, e rappresentanti di movimenti che marceranno anche a Durban per chiedere un cambiamento del sistema e non dei cicli climatici . Una strada tutta in salita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-7686529885677473155?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/7686529885677473155/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=7686529885677473155' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/7686529885677473155'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/7686529885677473155'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2011/10/durban-una-strada-tutta-in-salita-per.html' title='A Durban una strada tutta in salita per il clima'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-5131276011454622998</id><published>2011-10-21T08:31:00.000-07:00</published><updated>2011-10-21T08:41:06.875-07:00</updated><title type='text'>Libia, diritti umani e ingerenza umanitaria</title><content type='html'>Mio contributo al dossier di Mosaico di Pace sule missioni internazionali (Novembre 2011) &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dapprima denominato Odyssey Dawn e poi Unified Protector, l'intervento internazionale in Libia, approvato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in seguito all'intensa campagna diplomatica di Nicholas Sarkozy e David Cameron, ha aperto un intenso dibattito nelle opinioni pubbliche progressiste di mezza Europa. Lanciata con il supposto obiettivo di proteggere i civili dalla repressione del regime di Gheddafi, e soprattutto per evitare un possibile massacro della popolazione di Bengasi  l'operazione militare ha rapidamente assunto i connotati di una  guerra combattuta per rimuovere manu militari un regime. Nei fatti l'operazione, nelle intenzioni dei principali sponsor, era mirata a ridisegnare gli assetti di forza in una regione, quella del Maghreb, oggi attraversata da un vento di cambiamento che rischia di scuotere alle fondamenta gli obiettivi politico-strategici di gran parte dei governi che oggi partecipano alle operazioni della NATO. Dall'inizio della vicenda ad oggi sono state approvate tre risoluzioni, una delle quali , la risoluzione 1973,   ha autorizzato l'uso discrezionale della forza a protezione dei civili ed ha marcato un passaggio epocale nella storia delle Nazioni Unite, pieno di rischi ed incognite. In realta' qualche settimana dopo accadde lo stesso con una risoluzione che autorizzo' l'uso della forza nel conflitto interno in Costa d'Avorio tra le milizie del presidente uscente Laurent Gbagbo e quelle del presidente eletto Ouattara, sempre a seguito di un intenso attivismo dell'Eliseo. In ambo i casi viene per la prima volta  messo in pratica il principio della Responsibility to Protect (R2P) sviluppato per dotare la comunita' internazionale di strumenti legali  necessari per attivarsi in interventi umanitari con l'uso della forza. Memori della propria incapacita' di prevenire le stragi di civili di Srebrenica e Ruanda, le Nazioni Unite istituirono un gruppo di lavoro che elaboro' le linee guida e le giustificazioni giuridiche necessarie allo scopo. In sintesi si delineo' un  approccio volto a mettere al centro i diritti e la dignità delle persone rispetto a quelli della sovranità degli stati. Lo snodo centrale della R2P  e' il passaggio dal principio della “non ingerenza” quello della “non-indifferenza” , ed anche la possibilità che la comunità internazionale si assuma la responsabilità di attivarsi qualora il governo di uno stato venga meno alle sue responsabilità nei confronti dei propri cittadini, violandone sistematicamente i diritti umani fondamentali e compiendo crimini contro l'umanita' o crimini di guerra. Il rapporto stilato dalla Commisione sulla sovranita' degli stati ed adottato nel summit dedicato che si tenne nel 2005 prevede, a differenza delle missioni umanitarie normalmente condotte dall'ONU,  l'intervento con possibile uso della forza anche senza il consenso del governo dello stato interessato. Da allora fino all'intervento in Libia pero' il principio della R2P non aveva ancora trovato applicazione pratica. Gli Stati Uniti in particolare tentarono piu' volte e senza successo di invocarlo per costruire il consenso necessario per legittimare un'operazione militare internazionale per porre fine a quell che i fautori dell'intervento avevano definito un genocidio in Darfur. A sei anni dalla sua adozione la R2P rischiava pertanto di rimanere lettera morta e possibilmente cadere in una prescrizione di fatto, nonostante fosse stato recepito  in diverse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Per questa ragione il precedente fissato con la 1973 acquisisce certamente una portata storica,  ma potrebbe allo stesso tempo segnare la fine del principio della R2P. Le modalita' con le quali si e' deciso e poi messo in atto l'intervento in Libia infatti mettono a nudo tutte le contraddizioni ed i rischi  di un uso strumentale del principio della R2P. Rischi derivanti dal suo uso selettivo, dalla mancata gestione ed attuazione da parte di soggetti ed entità “terze” e dall'uso di strumenti propri di un approccio “militare” alla sicurezza, non necessariamente adeguati alla protezione dei civili, nonche' dal possibile sconfinamento delle finalita' iniziali in obiettivi di "regime change".  Fin dall’inizio si decise infatti di dare massima enfasi allo strumento militare (no fly zone, no drive zone etc) piuttosto che agli strumenti politici, ed economici, e di mediazione internazionale. Altro punto riguarda il ruolo del Consiglio di Sicurezza che - a differenza di quanto proposto dalla Commissione ONU sulla sovranita' degli stati che attribuiva all'Assemblea Generale la facolta' di approvare o meno l'uso della forza - ha il diritto di decidere sull'uso della forza. Il fatto che tale decisione venga lasciata al Consiglio di Sicurezza. Cio' rende ancor più evidente il rischio di un approccio opportunistico alla R2P fondato essenzialmente sugli interessi strategici o di “realpolitik” dei principali attori politici globali.  La prima questione aperta riguarda quindi le modalita' con le quali si decide di applicare la R2P ed autorizzare l'eventuale uso della forza. Andra' anzitutto affermato che questo principio, ed il conseguente diritto di ingerenza umanitaria, dovrebbero essere discussi e decisi nella maniera più democratica possibile, ossia dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite dove nessuno stato  membro ha diritto di veto e dove vige il principio "una testa un voto". Così si potrebbe evitare il rischio di doppi standard e di un'applicazione strumentale del principio, che è pensato per difendere i deboli e non per promuovere gli interessi dei potenti. In attesa di una riforma in seno al Consiglio di Sicurezza potrà essere possibile per una coalizione di stati proporre una risoluzione all'Assemblea Generale, prendendo atto della incapacità del Consiglio di Sicurezza di operare rapidamente, e chiedendo l'applicazione del precedente "Uniting for Peace". Secondo questa procedura l'Assemblea Generale può essere investita di questioni relative alla sicurezza ed alla pace, qualora la situazione sul campo risultasse in rapido deterioramento, venissero meno le opzioni diplomatiche, e si rendesse necessaria una decisione genuinamente multilaterale.  Il secondo punto riguarda il quando deve decidere.  Sarà necessario proporre che il sistema delle Nazioni Unite rafforzi la sua capacità di "early warning" per prevedere lo scoppio di conflitti che possono mettere a rischio la vita di civili, ed attivare immediatamente l'Assemblea Generale, per mettere in campo tutte le misure politiche-diplomatiche- economiche volte a prevenire il conflitto. Qualora queste si rivelassero impraticabili si dovrà decidere per l'invio di una forza di interposizione (anche armata) che però risponda al comando delle Nazioni Unite, e non - come nel caso libico - ad una coalizione di volenterosi, poi collocata sotto l'ombrello della NATO. L'intervento della comunita' internazionale dovrebbe essere intrapreso attraverso il dialogo diplomatico, l'interposizione, assicurando il pieno rispetto della Carta delle Nazioni Unite e sempre tenendo in considerazione i diritti delle popolazioni minacciate che dovrebbero essere coinvolte e consultate rispetto alle modalità di intervento. Un caso esemplare puo' essere considerato quello del Burundi, nel quale la R2P è stata applicata in tutta la gamma di modalità previste eccetto l'uso diretto della forza: dalla pressione della società civile per un'iniziativa diplomatica regionale, allo schieramento di una forza regionale di "peacekeeping", ed una volta raggiunta la pace, ed effettuate le elezioni, si è passati al sostegno alla ricostruzione post-conflitto. Insomma, il principio di ingerenza umanitaria innesca dinamiche estremamente complesse e spesso contraddittorie, e comporta una serie di attivita' ed iniziative che vanno ben al di la' dell'uso puro e semplice della forza. Una possibile alternativa dovra' pertanto essere fondata su un nuovo approccio che faccia tesoro e si fondi sui principi della nonviolenza, giustizia e prevenzione dei confitti. In questo quadro sara' altrettanto urgente rilanciare proposte concrete  su temi quali la sicurezza umana, la prevenzione dei crimini contro l'umanita' , la democratizzazione delle Nazioni Unite, nonche' una  ridiscussione del ruolo e dell'utilita'  della NATO. Perche' la pace non puo' essere confinata ad una rivendicazione etica pura e semplice, ma deve essere intesa come progetto politico volto a assicurare dignita' e giustizia agli esseri umani e relazioni solidali tra i popoli.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-5131276011454622998?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/5131276011454622998/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=5131276011454622998' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/5131276011454622998'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/5131276011454622998'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2011/10/libia-diritti-umani-e-ingerenza.html' title='Libia, diritti umani e ingerenza umanitaria'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-2301738639440534449</id><published>2011-10-21T08:29:00.000-07:00</published><updated>2011-10-21T08:31:25.536-07:00</updated><title type='text'>Dalle missioni ad una "mission" di pace nel mondo</title><content type='html'>Editoriale per il dossier sulle missioni internazionali curato per Mosaico di Pace (Novembre 2011) &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo dossier intende  fornire alcuni elementi necessari per operare un cambio di passo dallo studio critico delle “missioni” internazionali, all’elaborazione di una nuova “mission” pacifista e nonviolenta per il nostro paese, che ripudi la guerra in tutte le sue categorie, vecchie e nuove che siano. Elettra Deiana ci offre un breve excursus storico della trasformazione delle dottrine italiane di difesa e delle  finalità delle missioni all’estero, diverse nella loro natura e modalità operative, sottolineando i rischi connaturati alla possibile violazione o elusione dell’articolo 11 della Costituzione.  Il contributo di Giulio Marcon tratta della  commistione tra cooperazione civile e militare, uno degli elementi di maggior novità negli ultimi anni. Se questo approccio ha trovato la sua prima espressione nell’Operazione Arcobaleno, oggi sembra essere diventato “mainstream”, segnando l’uso dei fondi di cooperazione , già scarsi se non inesistenti, a favore di formule ibride proprie delle operazioni di contro-insurgenza. Altro tema trattato riguarda l’ingerenza  umanitaria o   “responsibility to protect” ovvero la possibilità della comunità internazionale di intervenire   per proteggere i diritti di popolazioni a rischio, qualora quei governi vengano meno alle loro responsabilità. L’intervento internazionale in Libia rischia di sancirne la fine, viste le modalità seguite e l’uso del tutto strumentale per legittimare una guerra volta a rimuovere “manu militari” un regime. Comprimendo al massimo i vincoli del diritto internazionale si aprono  così  zone grigie di legalità ed illegalità che rischiano di rendere ridondante l’impianto del diritto internazionale,  creando uno stato di eccezione permanente volto a legittimare qualsiasi forma di intervento contro il nemico di turno.  Sarà pertanto urgente lavorare per la costruzione di un’alternativa plausibile, facendo tesoro di esperienze positive di interposizione quali la missione UNFIL in Libano, oggetto della testimonianza diretta dell’ex ambasciatore italiano a Beirut, Giuseppe Cassini. Oppure traendo le necessarie considerazioni dall’esperienza afghana (riportata da Emanuele Giordana e Gianni Rufini) in una fase storica nella quale l’intervento internazionale   piuttosto che assicurare la pacificazione ed il rispetto dei diritti umani è  accompagnato da una preoccupante escalation del conflitto anche nelle aree di competenza italiana, e dal crescendo di violazioni dei diritti umani da parte delle forze governative. Al Kosovo dedicheremo uno spazio più ampio in un prossimo numero, vista la rilevanza storica ed il recente riacutizzarsi del conflitto interetnico in quella regione.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-2301738639440534449?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/2301738639440534449/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=2301738639440534449' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/2301738639440534449'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/2301738639440534449'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2011/10/dalle-missioni-ad-una-mission-di-pace.html' title='Dalle missioni ad una &quot;mission&quot; di pace nel mondo'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-7094774298243077225</id><published>2011-10-21T03:03:00.000-07:00</published><updated>2011-10-21T08:44:43.686-07:00</updated><title type='text'>Frammenti da un mondo in crisi</title><content type='html'>Nel corso dell’ultimo vertice dei ministri dell’economia del G20 dominato dalla discussione sulle misure di salvataggio dell’eurozona,  è stata respinta la proposta avanzata da Francia e Germania di approvare  l’istituzione di una tassa sulle transazioni finanziarie, la Financial Transaction Tax. L’Europa è unita sulla FTT, ma spezzata in più parti rispetto alle misure da intraprendere per il salvataggio di paesi indebitati, al punto da far prospettare il rinvio del vertice ministeriale previsto per questo weekend. Paradossalmente, l’opposizione principale alla FTT proviene non solo da Canada e Stati Uniti,  ma anche dall’India, mentre Brasile e Sudafrica la sostengono con forza. Anche il blocco BRICS si sta sciogliendo? Nel frattempo il movimento globale degli indignados lancia un’iniziativa globale per la Robin Hood March da tenersi il 29 ottobre alla vigilia del G20 di Nizza &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È stato liberato dopo oltre 5 anni di prigionia il soldato israeliano Gideon Shalit, in cambio di un migliaio di prigionieri palestinesi. Uno spiraglio per il rilancio della trattativa internazionale si dice. Nel frattempo la richiesta di riconoscimento dello Stato di Palestina è passata dal Consiglio di Sicurezza all’organismo dell’ONU preposto a vagliare l’ammissione di nuovi stati. Un escamotage per guadagnare tempo e ridare fiato all’iniziativa del Quartetto? Se da una parte il presidente Obama insiste nella sua decisione di porre un eventuale veto su una decisione del Consiglio di Sicurezza, dall’altra l’offensiva diplomatica palestinese continua. Dal Palazzo di Vetro è passata ora alle singole agenzie specializzate, UNESCO in testa, che stanno valutando il da farsi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il corpo martoriato del dittatore viene esposto come trofeo o simbolo di una nemesi storica per suggellare la chiusura violenta del passato di un paese, la Libia, che oggi dichiara la sua liberazione. Restano molti interrogativi ai quali si dovrà dare risposta. Quali segreti si porta nella sua tomba segreta Mohammar Gheddafi? Quale prospettiva di pace in un paese che ora entrerà nella fase più difficile, quella della ricostruzione e della riconciliazione nazionale, spaccato com’è tra varie fazioni fino ad ora unite contro un unico nemico? La storia dell’operazione internazionale in Libia ci interroga su questioni molto controverse. Su come tutelare i diritti umani senza legittimare la rimozione violenta di un regime e quale scala di priorità dare tra pace e giustizia. A suo tempo il procuratore generale del Tribunale Penale Internazionale Moreno Ocampo venne criticato per aver spiccato mandato di cattura internazionale per Gheddafi e la sua famiglia mentre erano in corso trattative per una soluzione negoziale del conflitto. Si disse che quella scelta fosse stata controproducente e si argomentò molto sulla relazione che intercorre tra pace e giustizia internazionale.  Una presuppone o esclude l’altra? Piuttosto che essere giustiziato per una taglia da 20 milioni di dollari Gheddafi avrebbe dovuto essere stato giudicato da un tribunale internazionale. Così non è stato. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A riflettere sulle immagini di piazza Syntagma dei giorni scorsi, di un parlamento sotto assedio ormai ridotto ad immagine senza sostanza, “imago sine re” dicevano i Romani, e condannato ad accettare supinamente le prescrizioni della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale vengono alla mente le parole dell’economista Dani Rodrik. Nella sua ultima fatica, “Il paradosso della globalizzazione”, Rodrik ci dice che non è affatto vero che i mercati globali prosperino  grazie ad uno stato “leggero”, anzi ci dimostra il contrario. Semmai il problema da affrontare è quello di sciogliere un “trilemma”, tra democrazia, globalizzazione economica  ed interesse nazionale. “Non possiamo perseguire contemporaneamente tutt’e tre” aggiunge, e conclude ” Dobbiamo fare delle scelte, ed io voglio essere chiaro sulle mie: la democrazia e l’autodeterminazione devono essere prioritarie rispetto all’iperglobalizzazione. Le democrazie hanno il diritto di proteggere i loro contratti sociali e quando questo diritto confligge con le esigenze dell’economia globale dovrà essere il primo a prendere il sopravvento”. Con buona pace dei deputati greci e dei parlamentari italiani cui era stato proposto di introdurre in Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio con l’avallo di  buona parte del centrosinistra. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si riaccende lo scontro in Kurdistan turco. Dopo la recente offensiva del PKK dura è stata la risposta dell’esercito di Ankara in un conflitto che si trascina ormai da anni, e supera i confini nazionali, aggravando ulteriormente la situazione già difficile in Irak. Come fantasmi della storia riemergono le rivendicazioni di popoli senza stato, dal Kurdistan al Sahara Occidentale,  riemergono le tensioni in Kosovo, mentre dal paese basco arriva la notizia dell’abbandono definitivo delle armi da parte dell’ETA. Quella stessa  Turchia che aspira a svolgere un ruolo di “playmaker” nel Mediterraneo, secondo i principi del “neo-ottomanesimo” e che l’Unione Europea ha fin troppo tardato ad accogliere. Quella Turchia che avrebbe mediato per la liberazione di Gideon Shalit, e che di recente avrebbe concluso un accordo con la Norvegia per la formazione alla diplomazia di pace, e prevenzione dei conflitti. E che oggi al suo interno non trova la chiave di svolta per porre fine ad un conflitto senza altre vie d’uscita, per il popolo kurdo e per quello turco. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si avvicina la data fatidica delle elezioni in Tunisia, culmine della cosiddetta rivoluzione dei gelsomini, mentre in Egitto la transizione appare sempre più complessa e piena di rischi. Al Cairo i militari continuano a tenere il bastone dalla parte del manico forti di un possibile accordo con i Fratelli Musulmani per costruire uno stato egiziano nazionalista con forte impronta islamica.  In Tunisia le aspettative sono differenti, vista la differente genesi del processo di trasformazione. Un ruolo forte dei sindacati, di alcuni partiti politici della sinistra, un ruolo defilato dei militari lascerebbero ben sperare. Sullo sfondo, una grave crisi economica e sociale, e l’avanzata galoppante del partito islamico Ennahdha, il cui leader Rachid Ganouchi qualche giorno fa ha prospettato il rischio di brogli elettorali, e minacciato una rivolta.  Quale che sia l’esito finale chi andrà al potere in Tunisia dovrà imbarcarsi nell’arduo compito di riscrivere la Costituzione, e tenere in vita uno spirito “costituente” affermatosi  non nel Palazzo ma nelle piazze e nelle strade del paese. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Peacereporter ci informa della pubblicazione di un documento sullo stato del conflitto in Afghanistan. Secondo l’Afghan NGO Safety Office (Aprile 2011), si è registrato un aumento degli attacchi da parte delle varie componenti dell’insurgenza afghana del 51% rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno. Nel marzo 2011 sono stati registrati ben 1102 attacchi, mentre nel primo trimestre si è registrato  un aumento del 115% nella regione di Herat e del 164% in quella di Farah, nelle quali operano i contingenti italiani, per un totale di 116 attacchi. Un conflitto senza uscita, scomparso dall’attenzione dei media, caratterizzato da quello che viene definito “stallo perenne sotto escalation”, nel quale le operazioni di controinsurgenza di fatto rafforzerebbero le attività dell’insurgenza. Ed accanto a ciò si nota l’intensificarsi delle attività di gruppi armati irregolari, al soldo di capi tribali o politici locali, e tollerati dagli Stati Uniti.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-7094774298243077225?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/7094774298243077225/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=7094774298243077225' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/7094774298243077225'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/7094774298243077225'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2011/10/frammenti-da-un-mondo-in-crisi.html' title='Frammenti da un mondo in crisi'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-5804171783842715903</id><published>2011-08-26T04:10:00.000-07:00</published><updated>2011-08-26T05:20:41.597-07:00</updated><title type='text'>Debito ecologico, diritti e sviluppo in America Latina</title><content type='html'>Singhiozza e piange mentre lancia il suo grido di accusa la   leader Guaranì, vicepresidente della CIDOB (Federazione dei Popoli indigeni amazzonici della Bolivia). Non potrebbe essere altrimenti, visto che  il destinatario delle sue accuse è il presidente indigeno del suo paese Evo Morales. Con la voce rotta dall’emozione, di fronte ad un centinaio di delegati dei popoli indigeni di tutto il bacino dell’Amazzonia riuniti a Manaus a metà agosto, Nelly Romero punta il dito contro il tradimento di Evo, reo di perseguire politiche di sviluppo ed estrattiviste che contraddicono il suo essere indigeno e l’impegno per i diritti della Pachamama. Siamo alla vigilia della marcia dei popoli indigeni boliviani contro il progetto di autostrada sostenuto dal governo di La Paz e finanziato dal BNDES (Banca brasiliana per lo sviluppo economico, un gigante finanziario che investe ormai non solo in America Latina, ma anche in Africa) che attraverserebbe la terra indigena ed area protetta del TIPNIS. Un attacco ai diritti dei popoli indigeni, secondo i delegati intervenuti a Manaus. Né il primo né l’ultimo, stando ai piani del governo boliviano di aumentare l’estrazione di idrocarburi e metter mano agli importanti giacimenti di litio che potrebbero rappresentare una necessaria fonte di entrate per irrobustire il bilancio dello stato. Restano sullo sfondo le leggi adottate dal governo di Evo, ad esempio quella sulla sovranità alimentare che prevederebbe l’uso massiccio di OGM o quella sui diritti della Madre Terra che - a detta di molti leader indigeni - rischia di rafforzare l’autorità del governo centrale negando loro i diritti all’autodeterminazione ed all’uso sostenibile delle proprie risorse. Il grido di dolore di Nelly non è isolato. Segue quello di Raoni Kayapò, leader leggendario degli indios dell’Amazzonia brasiliana, lo ricordano tutti accanto a Sting, due decenni or sono nelle campagne a tutela di quello che allora veniva considerato il “polmone verde del pianeta”.  Nel suo costume tradizionale, il labbro inferiore deformato da un disco di terracotta, Raoni urla la rabbia del suo popolo, rivolta al governo di Dilma Rousseff, la “iron-lady” che nel corso della sua campagna elettorale aveva messo al centro l’impegno di portare a fine la megadiga di Belo Monte, nel rio Xingù, la terza più grande del mondo dopo quella delle Tre Gole e quella di Itaipù. Un mostro di cemento nel cuore dell’Amazzonia che provocherebbe il reinsediamento forzato di decine di migliaia d’indigeni, l’espulsione dai loro territori ancestrali, insomma il rischio di un genocidio culturale vero e proprio.  Si narrava delle  Tre Gole che l’idea fosse nata da un poema di Mao, da un suo sogno, quello di un monumento eterno al progresso ed alla grandezza della rivoluzione. E Belo Monte (“Belo-Monstruo” come la chiamano da quelle parti) diventerà l’icona del Brasile del futuro, gigante economico, con aspirazione a diventare superpotenza regionale e globale.  Tornano alla mente le immagini di venti anni fa, dello storico incontro di Altamira, nel quale una vecchia leader indigena non esitò ad accarezzare con il filo della lama del suo machete il viso di un funzionario della FUNAI, la Fondazione Nazionale per l’Indio (Sic!), sempre in riferimento all’impatto devastante delle megadighe che si volevano costruire in Amazzonia. Nella sala del Parlamento dello Stato di Amazonas, echeggiano poi i suoni striduli della lingua shuar, di un rappresentante di quel popolo dell’Amazzonia ecuadoriana, il viso disegnato con i colori di guerriero incorniciato da un copricapo di piume variopinte, che accusa il governo di Rafael Correa per l’ampliamento della frontiera del petrolio nell’Amazzonia.  Un governo che oggi procede con determinazione alla costruzione del canale Manta-Manaus che tra qualche anno dovrebbe collegare la vecchia capitale del ciclo della gomma  e le terre ricche di petrolio, alla costa del Pacifico, porta verso i grassi mercati d’Oriente, Cina in primis.   L’asse multimodale Manta Manaus è parte di una rete di infrastrutture e megaprogetti, IIRSA,  il cui obiettivo è quello di costruire lo scheletro per l’integrazione economica e commerciale del continente. Insomma,  in una sequenza ravvicinata sono venute alla luce tutte le contraddizioni che stanno attraversando il Continente Sudamericano, le tensioni e le ambiguità che sono andate sviluppandosi nel corso degli ultimi anni nei quali in molti paesi si sono insediati governi progressisti, con il sostegno diretto o indiretto dei movimenti sociali e dei popoli indigeni.  Governi progressisti partiti con grandi obiettivi di rielaborazione dei propri paradigmi economici e sociali di riferimento, e di costruzione di modelli di sviluppo alternativi . Quegli stessi governi che oggi si trovano di fronte ad un’impasse relativa ai costi ambientali e sociali delle proprie politiche di sviluppo, per il  doveroso aumento della spesa pubblica per l’educazione, la salute, i diritti di cittadinanza, ma necessariamente coperti dalla valuta prodotta dall’esportazione delle proprie materie prime.  Petrolio e derivati, minerali di cui sono ricche le terre ancestrali dei popoli indigeni amazzonici ed andini, risorse necessarie per tener fede ai propri impegni elettorali e assicurarsi il consenso popolare, anche a costo di ipotecare il proprio futuro. l’Ecuador ha già ricevuto due miliardi di dollari dalla Cina come pagamento anticipato per le prossime forniture di petrolio, il Venezuela, come confida il sociologo di sinistra Edgardo Lander, ben 10 miliardi che andranno ripagati in natura negli anni a venire. A Manaus i delegati indigeni erano giunti per discutere di saperi ancestrali, di tutela delle foreste di fronte ai mutamenti climatici, dei preparativi per la Conferenza Rio+20. L’incontro si terrà il prossimo anno in Brasile per celebrare il ventennale della storica conferenza ONU su Sviluppo ed Ambiente, un’importante occasione per fare il punto sulla governance ambientale globale, e sullo stato di attuazione degli impegni allora presi, tra cui quelli inscritti nella Convenzione sulla Biodiversità e sui Cambiamenti Climatici. Vent’anni fa lo sviluppo sostenibile era diventato il mantra, un termine che poi sarebbe stato utilizzato indistintamente da quelle imprese multinazionali e movimenti ambientalisti, governi e organizzazioni di base. Se allora il cerchio da quadrare era quello tra sviluppo e ambiente, tra economia ed ecologia, con risultati ambivalenti, ma certamente non determinanti, (basti pensare allo stato catatonico del negoziato internazionale sul clima) oggi l’ordine di priorità deve cambiare. Sono proprio gli indigeni ad offrire un contributo importante, quegli stessi che oggi la vulgata definisce gli “imprenditori verdi” per eccellenza, attori di spicco della “Green Economy”. Un contributo che inverte l’ordine delle priorità e la prospettiva di partenza. Non “Green Economy” o crescita “sostenibile”, né false soluzioni all’urgenza di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, come il mercato di carbonio o di permessi di emissioni. Prioritario dovrà essere invece il riconoscimento del debito ecologico, e della centralità dei diritti umani come chiavi di volta per una trasformazione responsabile del modello economico e di produzione. Torna con forza la contraddizione tra debito ecologico e debito sociale che oggi è al cuore dell’impasse nella quale versano i governi progressisti del continente. Accumulare un debito ecologico per le generazioni a venire per saldare un debito sociale verso le generazioni attuali, aprendo così un’altra contraddizione , quella tra diritti delle comunità e un supposto interesse generale. Ascoltando i rappresentanti delle comunità indigene del Rio Napo in Ecuador che verranno impattate  dall’idrovia Manta-Manaus, viene a mente la Val di Susa.  Molte le similitudini: una comunità che esprime il suo dissenso da un’opera con alto impatto ambientale e sociale e che non porterà alcun beneficio alle proprie condizioni di vita. Un megaprogetto che però è parte di un progetto multinazionale  volto a avvicinare territori di origine di materie prime o di produzione ai mercati di consumo su assi orizzontali che collegano Est ad Ovest e viceversa. Non c’è via d’uscita se la prospettiva di fondo resta quella della crescita quantitativa illimitata, e la spinta ad accelerare il commercio globale di materie prime, in assenza di una strategia di lungo periodo che preveda invece la possibilità di produrre risorse finanziarie al di fuori di una monocultura estrattivista. Da una parte quindi il diritto all’autodeterminazione dei popoli indigeni e dall’altra l’esercizio della sovranità economica da parte di governi centrali, che non esitano a ricorrere alla repressione poliziesca. Sono circa cento i leader indigeni ecuadoriani accusati di terrorismo dal governo Correa, cinque leader peruviani di AIDESEP, tra cui il Presidente Alberto Pizango  dovettero a suo tempo fuggire in Nicaragua,  dopo la strage compiuta a Bagua da parte dell’esercito peruviano contro gruppi di indigeni mobilitati per il diritto alla loro “territorialità”. Da noi li chiamiamo - con un termine  usato ed abusato - territori, nel linguaggio indigeno il concetto è espresso con il termine “territorialidad” (non terra, si badi bene). Non diritto alla proprietà della terra, bensì  diritto alla sovranità sui propri territori ancestrali. È interessante notare che da questa rivendicazione, che innerva le discussioni di Manaus, non ne consegue una rivendicazione di autonomia politica, ma semmai la possibilità di costruire stati plurinazionali e multietnici. Non si spiegherebbe altrimenti la recente formazione di un fronte ampio progressista e di critica al governo Correa che vede assieme formazioni politiche, movimenti sociali urbani e “meticci” e le federazioni di popoli indigeni , o il progetto di formazione di un partito progressista con forti riferimenti indigeni in corso d’opera in Perù. Proprio in quel paese dove la vittoria di Ollanta Humala può rappresentare una nuova opportunità o un ennesimo fallimento qualora non riuscisse a  sciogliere i nodi nei quali sono rimasti intrappolati gli altri presidenti progressisti, da Evo, a Correa a Dilma, ovvero:  debito sociale-debito ecologico, economia-diritti, territori-interesse generale, locale-globale. Nodi che  riemergono in  parte anche dalla storia di Manaus, già capitale mondiale del ciclo della gomma. Un lusso durato finché un inglese senza scupoli si rubò la pianta di Hevea brasiliensis per ripiantarla nella colonia della Malesia Peninsulare e produrre gomma a basso costo, mettendo fuori mercato quella estratta in Amazzonia. Arrivò poi Henry Ford, che aveva bisogno di quella gomma per i pneumatici delle sue auto, fondò una città modello al centro dell’Amazzonia, Fordlandia (neanche fosse la trama di un film di Herzog), caduta in disgrazia dopo qualche anno, giacché il clima tropicale e la foresta non risultarono addomesticabili ai ritmi di produzione fordista. Di quel passato restano edifici raffinati, il Teatro Amazonas, il vecchio mercato del porto e la dogana, edifici smontati in Inghilterra e rimontati pezzo per pezzo, il maestoso ponte di ferro. Tra le memorie di una città con un passato florido ma effimero emergono con violenza, visuale e fisica, la  miseria e la povertà che neanche la Zona Libera di Manaus, con le sue produzioni esentasse di materiali elettronici, abbigliamento a basso costo per i mercati globali, ha potuto o saputo lenire.  E che oggi cerca più fortuna come porto  di transito verso la Cina. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sulla Manta-Manaus si veda anche: &lt;a href="http://mantamanaos.blogspot.com/"&gt;http://mantamanaos.blogspot.com/&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-5804171783842715903?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/5804171783842715903/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=5804171783842715903' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/5804171783842715903'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/5804171783842715903'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2011/08/debito-ecologico-diritti-e-sviluppo-in.html' title='Debito ecologico, diritti e sviluppo in America Latina'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-4821300199072136444</id><published>2011-08-04T09:25:00.000-07:00</published><updated>2011-08-04T09:26:23.606-07:00</updated><title type='text'>I VERI CREDITORI SIAMO NOI</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Per una soluzione giusta ed  equa della crisi finanziaria in Italia e in Europa &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;        ~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~&lt;br /&gt;Dieci anni fa a Genova chiedevamo la cancellazione del debito estero dei paesi impoveriti e la fine degli aggiustamenti strutturali imposti su quei popoli dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale con insostenibili costi sociali ed ambientali.  Dopo Genova si sono registrati molti passi in avanti sulla questione del debito: l'Ecuador ha compiuto  un importante processo di auditoria, la Norvegia primo stato al mondo, ha riconosciuto l'illegittimità; del debito estero, l'Italia che si è dotata per prima una legge sul debito  -la  209 - ha applicato la cancellazione  vanificandone gli effetti positivi, poiché contestualmente ha cancellato i cosiddetti aiuti allo sviluppo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I G8 che seguirono Genova misero in agenda il debito raccontandoci la solita favola di una presunta epocale e reale cancellazione. L'Italia ha brillato in questa bugia beffarda. Noi lo dicemmo allora e lo diciamo ancora oggi: per perseguire reali e verificabili cancellazioni del debito è necessaria una forte azione di monitoraggio da parte della società civile per sapere come e se  e come queste cancellazioni  vengono praticate. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da quegli anni però qualcosa è cambiato: oggi abbiamo maturato una nuova consapevolezza. Oggi siamo noi cittadini e cittadine d'Europa a dover chiedere conto del nostro debito pubblico e degli effetti delle manovre finanziarie imposte dal patto per l'Euro e dalla Banca Centrale Europea sui nostri diritti.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi la stragrande maggioranza degli aiuti del FMI sono diretti ai paesi europei, mentre altri paesi quali l'Egitto hanno rifiutato aiuti delle Istituzioni di Bretton Woods , in quanto le condizionalità; macroeconomiche annesse sono contrarie al pubblico interesse. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi i nostri diritti fondamentali ed i beni comuni subiscono un attacco senza precedenti, in nome del pareggio di bilancio e dell'uscita dalla crisi prodotta dallo strapotere dei mercati finanziari e dal restringimento progressivo della capacità dei paesi e degli organismi democraticamente eletti di recuperare un potere di indirizzo sulle proprie economie e spesa pubblica. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci dicono che non c'è alternativa. I movimenti del Sud del mondo ci mostrano invece che un'alternativa esiste, e dobbiamo pretenderla con determinazione. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abbiamo il diritto di sapere,  e rivendichiamo il nostro diritto di non  pagare i debiti odiosi e illegittimi prodotti da chi ha costruito la propria ricchezza con la corruzione e la gestione del potere economico e finanziario con l'unico scopo di soddisfare ragioni  private, a chi sui beni comuni vuole continuare ad arricchirsi, sottraendoli al pubblico interesse. Se per pagare il debito pubblico si accumula un debito sociale ed ecologico per queste generazioni e quelle a venire, questo debito non va pagato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abbiamo pertanto anzitutto il diritto di sapere come questo debito si è accumulato, le responsabilità politiche, quale non va pagato perchè legato a corruzione, fughe di capitali, speculazioni finanziarie, investimenti fallimentari in infrastrutture inutili alla collettività, spese militari e quale può; essere rinegoziato.  E quale debito andrà pagato, facendo tesoro delle proposte alternative formulate da campagne quali Sbilanciamoci. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sia in Grecia che in Irlanda, come in Spagna e Francia, movimenti sociali e cittadini chiedono la convocazione di una commissione pubblica di "auditing" del debito, sulla scorta delle  esperienze fatte in paesi quali l'Ecuador, il Brasile e le proposte formulate dai movimenti sociali del Sud del mondo.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un "auditing" del debito italiano è il primo passo per costruire una soluzione politica alla crisi, che possa aprire una via alternativa, che deve necessariamente affrontata con maggior democrazia e partecipazione, e dovrà essere improntata su principi di giustizia sociale, economica ed ambientale.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per questo ci opporremo all'introduzione del vincolo di pareggio di bilancio nella Costituzione italiana, giacché quella Costituzione è alla base dei nostri diritti fondamentali che non potranno mai essere messi allo stesso livello degli interessi dei mercati finanziari.  A questo sarà necessario aggiungere altre proposte a livello europeo, quali l'adozione di un' imposta sulle transazioni finanziarie, l'abolizione dei paradisi fiscali,  la creazione di un'agenzia europea di rating, modalità di indirizzo e controllo politico sulla Banca Centrale Europea, un'agenzia fiscale europea, l'emissione di Eurobonds ed il sostegno a programmi virtuosi di spesa per il rilancio delle piena e buona occupazione, una riconversione ecologica dell'economia, un welfare europeo fondato sul reddito di cittadinanza.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Crediamo che la soluzione al problema della crisi debba passare attraverso un rinnovato ruolo dell'Europa, ed un rilancio del progetto politico dell'Unione Europea, un progetto incompiuto, mentre procede a gran forza l'altra Europa, quella del patto di stabilità, del patto dell'Euro.  Un rilancio che passa necessariamente attraverso maggior partecipazione e coinvolgimento diretto dei cittadini e cittadine d'Europa come proposto dalle varie campagne per le iniziative dei cittadini europei. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per questo oggi crediamo che debba partire proprio da Genova un messaggio chiaro. Questa crisi provocata dalle speculazioni finanziarie noi non la vogliamo pagare né farla pagare alle generazioni a venire. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Genova, 22 luglio 2011 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Primi firmatari: &lt;br /&gt;Raffaella Chiodo, Francesco Martone, Vittorio Agnoletto, Nicola Vallinoto, Raffaella Bolini , Francesco Luca Basile, Maurizio Gubbiotti, Enrico Calamai, Gianfranco Benzi, Mariuccia Cadenasso, Roberto de Montis, Giuseppe Morrone, Loretta Mussi, Silvana Pollice&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-4821300199072136444?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/4821300199072136444/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=4821300199072136444' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/4821300199072136444'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/4821300199072136444'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2011/08/i-veri-creditori-siamo-noi.html' title='I VERI CREDITORI SIAMO NOI'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-1422151434900519250</id><published>2011-07-20T23:55:00.000-07:00</published><updated>2011-07-20T23:56:17.974-07:00</updated><title type='text'>per una "Auditoria" del debito pubblico italiano</title><content type='html'>Dieci anni fa a Genova chiedevamo la cancellazione del debito dei paesi in via di sviluppo e la fine degli aggiustamenti strutturali, Ora siamo noi a dover chiedere conto del nostro debito pubblico e degli effetti degli aggiustamenti strutturali imposti sul nostro futuro: lo hanno fatto in Brasile, Ecuador, lo faranno in altri paesi, ci si sta ragionando in Grecia e Irlanda. In sostanza, il ragionamento è il seguente. Se per pagare il debito pubblico si accumula un debito sociale ed ecologico per queste generazioni e quelle a venire, allora quel debito non va pagato. Prima di questo passaggio andrà compiuta un’operazione di trasparenza. Abbiamo  il diritto di sapere come questo debito si è accumulato, chi ne è responsabile, quale è legittimo pagare e quale non va pagato perché collegato a corruzione, investimenti fallimentari, spese militari, e quale può essere rinegoziato. Ci sono delle proposte molto interessanti provenienti dai movimenti sociali contro il debito estero, condivise anche con i movimenti e partiti politici di sinistra greci. Sia in Grecia che in Irlanda si sta ragionando come base iniziale sulla possibilità di convocare una commissione pubblica di "auditing" del debito, per capire le modalità nelle quali questo debito si è accumulato, le responsabilità, e decidere in maniera democratica quale debito non pagare, quale dilazionare, quale rinegoziare. Metto un link utile al riguardo, sulla discussione tenutasi a Atene a maggio tra movimenti greci e dei paesi del cosiddetto Sud del mondo. Nel frattempo ATTAC Spagna ha lanciato un’appello che include anche la creazione di commissioni di “auditing” del debito in tutti i paesi dell’Eurozona.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;http://www.nuevatribuna.es/articulo/economia/2011-07-15/attac-pide-auditoria-deuda-cada-pais/2011071513024400361.html&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;http://www.jubileedebtcampaign.org.uk/Nick%20Dearden%20blog%20from%20Athens%20Debt%20conference+6986.twl&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-1422151434900519250?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/1422151434900519250/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=1422151434900519250' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/1422151434900519250'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/1422151434900519250'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2011/07/per-una-auditoria-del-debito-pubblico.html' title='per una &quot;Auditoria&quot; del debito pubblico italiano'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-3832699652363516317</id><published>2011-06-21T06:18:00.000-07:00</published><updated>2011-06-21T06:19:19.886-07:00</updated><title type='text'>Sulla guerra in Libia e le possibili soluzioni politiche</title><content type='html'>&lt;style&gt; &lt;!--  /* Font Definitions */ @font-face  {font-family:Times;  panose-1:2 0 5 0 0 0 0 0 0 0;  mso-font-charset:0;  mso-generic-font-family:auto;  mso-font-pitch:variable;  mso-font-signature:3 0 0 0 1 0;} @font-face  {font-family:Cambria;  panose-1:2 4 5 3 5 4 6 3 2 4;  mso-font-charset:0;  mso-generic-font-family:auto;  mso-font-pitch:variable;  mso-font-signature:3 0 0 0 1 0;}  /* Style Definitions */ p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal  {mso-style-parent:""; 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 &lt;/span&gt;la natura stretta dell’operazione militare internazionale ora denominata &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;“Unified Protector”&lt;/i&gt; e lanciata a suo tempo &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;con il supposto obiettivo di proteggere i civili dalla repressione del regime di Gheddafi. Questa è &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;una guerra combattuta per rimuovere &lt;i style="mso-bidi-font-style: normal"&gt;manu militari&lt;/i&gt; un regime, e per ridisegnare gli assetti di forza in una regione, quella del Maghreb, oggi attraversata da un vento di cambiamento che rischia di scuotere alle fondamenta gli obiettivi politico-strategici di gran parte dei governi che oggi partecipano alle operazioni della NATO.&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;Ancora una volta – come in Afghanistan – ci viene poi detto che&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;è in gioco &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;la credibilità ed il futuro della NATO, alleanza alla ricerca costante di una nuova ragione di esistere. In questo contesto, le vittime prime continuano ad essere il diritto internazionale e quelle popolazioni civili supposte beneficiarie dell’intervento, e che oggi si trovano intrappolate in un fuoco incrociato, tra bombe umanitarie, operazioni militari sul terreno, e crimini di guerra commessi da tutte le parti in conflitto. Questi elementi, assieme alla querelle tutta interna alla maggioranza sulla continuazione della missione in Libia , e l’annuncio dato nelle scorse ore da Berlusconi circa la decisione di porre termine alla partecipazione italiana alle operazioni a settembre, ci devono impegnare ad una più forte iniziativa di pace. Soprattutto in una fase nella quale opinione pubblica ed i media sembrano aver rimosso la guerra. Obiettivo principale dovrà essere quello di&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;rilanciare una soluzione pacifica e diplomatica al conflitto, in sostegno ad una transizione pacifica verso la democrazia in Libia, &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;anche sulla scia di quanto approvato &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;nel documento dell’ultima Assemblea nazionale di SEL. &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;Le operazioni militari sul campo ormai sono in un’impasse, un braccio di ferro nel quale la NATO spera di fiaccare definitivamente le truppe “lealiste” per poi costringerle a forza di defezioni , alla resa negoziata. Nelle condizioni attuali non sarà possible neanche lontanamente immaginare una tale soluzione. &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;Anzi quanto più &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;le ostilità si protrarranno, tanto più impraticabile diverrà quest’ ipotesi. Sarà perciò urgente&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;attivarsi ad ogni livello per un &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;cessate il fuoco immediato e la sospensione delle operazioni militari,&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;proponendo un processo di mediazione internazionale gestito e coordinato da governi e organizzazioni “terze” che non hanno avuto alcun ruolo nel conflitto in corso, e l’invio di una forza di interposizione ONU a tutela dei civili e del cessate il fuoco, composta da paesi che non hanno partecipato alle operazioni militari. &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;Di recente l’International Crisis Group, che già a suo tempo aveva stigmatizzato la decisione della comunità internazionale di imporre una “&lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;no fly zone”&lt;/i&gt; evidenziandone i rischi e le contraddizioni, ha rilanciato una proposta di mediazione e soluzione politica, che possa creare le giuste premesse per un futuro di pace e libertà in Libia &lt;/span&gt;&lt;span lang="IT"&gt;&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;(&lt;a href="http://www.crisisgroup.org/en/regions/middle-east-north-africa/north-africa/libya/107-popular-protest-in-north-africa-and-the-middle-east-v-making-sense-of-libya.aspx"&gt;&lt;span style="font-size:13.5pt;mso-bidi-font-size:10.0pt;font-family:Times;mso-fareast-language: IT"&gt;http://www.crisisgroup.org/en/regions/middle-east-north-africa/north-africa/libya/107-popular-protest-in-north-africa-and-the-middle-east-v-making-sense-of-libya.aspx&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:13.5pt;mso-bidi-font-size:10.0pt;font-family:Times; mso-fareast-language:IT" lang="IT"&gt;) . Tra le proposte quella di sostenere un processo di transizione democratica&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;negoziata tra i ribelli ed il regime, grazie all’intermediazione&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;di soggetti non coinvolti nel conflitto. Certamente, e come riaffermato dalla &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;think-tank&lt;/i&gt;, &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;le dichiarazioni fatte nell’ultimo vertice del G8 di Deauville&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;(“Gheddafi se ne deve andare”)&lt;/i&gt; sembrano chiudere ogni ipotesi di trattativa che possa prevedere un possibile esilio di Gheddafi. Qualche tempo prima il Procuratore Generale della Corte Penale Internazionale Moreno Ocampo aveva spiccato mandato di cattura internazionale per Gheddafi , che a questo punto non ha altra alternativa che quella di vendere cara la pelle. &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;A meno che l’abbandono della scena da parte di Gheddafi venga considerato non come condizione necessaria per l’avvio del processo di transizione democratica, ma la sua conseguenza. Proprio su questo punto si è arenata la recente missione di mediazione russa a Tripoli, mentre la Cina ha deciso pragmaticamente di cambiare rotta aprendo un canale diretto con il governo provvisorio di Bengasi. Più in generale, ed anche in vista della necessaria elaborazione programmatica di SEL e dell’interlocuzione con le forze del centrosinistra e della sinistra diffusa e sociale, sarà necessario comprendere a fondo le sfide politiche e intellettuali che questo intervento militare in Libia propone. La risoluzione 1973 marca un passaggio epocale nella storia delle Nazioni Unite, pieno di rischi ed incognite. E’&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;la prima volta - infatti - che viene messo in pratica il principio della Responsibility to Protect (R2P). Questo principio, sviluppato in seguito alle stragi di civili di Srebrenica e Ruanda, delinea un approccio che mette al centro i diritti e la dignità delle persone rispetto a quelli della sovranità degli stati &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;Su questo punto andrà fatta chiarezza. Non possiamo rimanere impassibili di fronte a violazioni ripetute dei diritti umani, né di fronte a crimini contro l’umanità. In linea di principio può essere&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;condiviso il passaggio dal principio della &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;“non ingerenza”&lt;/i&gt; quello della &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;“non-indifferenza”&lt;/i&gt; ed anche la possibilità che la comunità internazionale si assuma la responsabilità di&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;attivarsi &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;qualora il governo di uno stato venga meno alle sue responsabilità nei confronti dei propri cittadini, violandone sistematicamente i diritti umani.&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;Con altrettanta fermezza&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;però va affermato che il principio della R2P può essere accettato solo se &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal"&gt;non&lt;/b&gt; utilizzato in maniera selettiva, assicurandone la gestione e l’attuazione da parte di soggetti ed entità “terze” e laddove&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;la sua applicazione non sia fondata sugli strumenti propri di un approccio “militare” alla sicurezza. Il problema vero è quando sulla scorta di un principio, condivisibile sulla carta, &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;si passa poi a pratiche o modalità di applicazione che &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;creano pericolosi precedenti per giustificare la guerra. La genesi e lo svolgimento della guerra in Libia ne sono la riprova, visto che fin dall’inizio si decise di &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;dare massima enfasi allo strumento militare (no fly zone, no drive zone etc) piuttosto che agli strumenti politici, ed economici, e di mediazione internazionale. Inoltre, il fatto che tale decisione fosse lasciata al Consiglio di Sicurezza, (che è noto essere organismo nel quale 5 superpotenze fanno la differenza attraverso il diritto di veto), rende ancor più evidente il rischio di un approccio opportunistico alla R2P fondato essenzialmente sugli interessi strategici o di “realpolitik” dei principali attori politici globali. &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;Per dare un senso compiuto al principio della “non indifferenza” &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;o meglio della “responsabilità” , e sgombrare il campo da ogni applicazione opportunistica dettata solo da interessi geopolitici,&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;andrà pertanto &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;riaperta una discussione sul tema della riforma delle Nazioni Unite che con questa vicenda rischiano di uscirne ulteriormente indebolite se non trasformate nella loro ragion di esistere.&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;   &lt;/span&gt;L’Assemblea Generale dovrà avere un ruolo centrale nel democratizzare i processi decisionali sul ricorso alla R2P che dovranno essere tolti alla competenza del Consiglio di Sicurezza. Andranno poi creati strumenti d’interposizione ed intervento a difesa dei civili sotto comando delle Nazioni Unite e non subappaltati alla NATO. Inoltre sarà necessario sviluppare politiche di prevenzione dei conflitti che possano permettere alla comunità internazionale di attivarsi in anticipo con misure politiche ed economiche per prevenire possibili escalation che mettano a rischio la vita di civili. Quegli stessi che oggi muoiono sotto le bombe della NATO o quelle delle truppe “lealiste”, a Tripoli come a Misurata. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-top:.1pt;margin-right:0cm;margin-bottom:.1pt; margin-left:0cm;mso-para-margin-top:.01gd;mso-para-margin-right:0cm;mso-para-margin-bottom: .01gd;mso-para-margin-left:0cm;mso-outline-level:3"&gt;&lt;span style="font-size:13.5pt;mso-bidi-font-size:10.0pt;font-family:Times;mso-fareast-language: IT" lang="IT"&gt;&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="  lang="IT"&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-3832699652363516317?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/3832699652363516317/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=3832699652363516317' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/3832699652363516317'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/3832699652363516317'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2011/06/sulla-guerra-in-libia-e-le-possibili.html' title='Sulla guerra in Libia e le possibili soluzioni politiche'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-2580406585980206441</id><published>2011-05-29T10:15:00.000-07:00</published><updated>2011-05-29T10:27:56.670-07:00</updated><title type='text'>Medio Oriente, guerra, crescita e rigore fiscale: le ricette del G8</title><content type='html'>&lt;style&gt; &lt;!--  /* Font Definitions */ @font-face  {font-family:Cambria;  panose-1:2 4 5 3 5 4 6 3 2 4;  mso-font-charset:0;  mso-generic-font-family:auto;  mso-font-pitch:variable;  mso-font-signature:3 0 0 0 1 0;}  /* Style Definitions */ p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal  {mso-style-parent:"";  margin-top:0cm;  margin-right:0cm;  margin-bottom:10.0pt;  margin-left:0cm;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:12.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ascii-font-family:Cambria;  mso-ascii-theme-font:minor-latin;  mso-fareast-font-family:Cambria;  mso-fareast-theme-font:minor-latin;  mso-hansi-font-family:Cambria;  mso-hansi-theme-font:minor-latin;  mso-bidi-font-family:"Times New Roman";  mso-bidi-theme-font:minor-bidi;  mso-fareast-language:EN-US;} @page Section1  {size:595.0pt 842.0pt;  margin:70.85pt 2.0cm 2.0cm 2.0cm;  mso-header-margin:35.4pt;  mso-footer-margin:35.4pt;  mso-paper-source:0;} div.Section1  {page:Section1;} --&gt; &lt;/style&gt;     &lt;p class="MsoNormal"&gt;Primavera araba, crisi economico-finanziarie, rilancio della cooperazione internazionale, tecnologie dell’informazione, crescita verde, guerra in Libia, sicurezza nucleare dopo il disastro di Fukushima, cambiamenti climatici e biodiversità, questi alcuni dei temi che hanno caratterizzato gli incontri appena conclusi del vertice dei G8 in Francia. Quest’anno il Presidente francese Nicholas Sarkozy si trova a presiedere&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;i due consessi internazionali che raggruppano a modulazione variabile le potenze vecchie e nuove del Pianeta - gli otto paesi industrializzati nel G8 e nel quadro del G20 anche le potenze emergenti , quali India, Sudafrica, Brasile, Cina. L’allargamento del G8 al G20 è ormai un dato di fatto, al punto da aver eroso progressivamente la rilevanza del primo a vantaggio della maggior rappresentatività del secondo. Certo è che se al G8 i governi non hanno faticato molto a trovare un accordo su questioni globali d’interesse ed approccio comune, lo stesso non sarà per il G20 dove la presenza dei paesi BRICS si farà sentire con forza. Basti pensare ai vari dossier ancora aperti nei quali i paesi emergenti potranno mostrare i muscoli, dalla riforma del sistema finanziario, al rilancio del Round di Doha al WTO, al negoziato sul clima. Per non dimenticare il braccio di ferro sulla successione di Dominique Strauss Kahn al vertice del Fondo Monetario Internazionale. Una disputa che, seppur chiusa poi dalla Cina con il sostegno alla candidatura Lagarde, lascia un suo strascico polemico con una dura lettera scritta dai direttori esecutivi dei quattro paesi BRICS in merito alle procedure di selezione ed alla storica consuetudine di designare un europeo al vertice dell’istituzione.&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;L’impressione che si ricava da questo ultimo vertice è quella di un disperato tentativo dei G8 di riprendere una propria rilevanza e leadership globale. Risuonano ancora le parole determinate di Barack Obama pronunciate qualche giorno prima a Westminster quando, sotto lo sguardo di David Cameron, ha rilanciato il ruolo centrale di leadership delle potenze occidentali nei confronti dei paesi emergenti, rinsaldando l’asse anglo-statunitense. È di qualche mese fa &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;fa la pubblicazione di un cablo &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;wikileaks&lt;/i&gt; nel quale si evidenziava la forte preoccupazione dell’amministrazione Obama nell’offensiva diplomatica di Brasile, India, Cina e Sudafrica (il nuovo gruppo BASIC nato ai margini del negoziato sul clima) e l’invito a rafforzare l’alleanza con l’Unione Europea. Insomma, se a Deauville i G8 hanno cercato di “&lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;imporre la linea&lt;/i&gt;” sui temi globali e regionali, al G20 la partita sarà tutta da giocare. Con la Francia che almeno sulle questioni finanziarie parte avvantaggiata vista l’insistenza sulla riforma della “governance” finanziaria globale, &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;la proposta di tassazione sulle transazioni finanziarie, e la prevenzione delle speculazioni sulle risorse naturali ed il cibo. Certo è che se si guarda nel merito delle decisioni prese a Deauville, altro non emerge se non la vecchia ricetta neoliberista e securitaria, che da anni questi vertici partoriscono, e che negli anni dimostra la sua inadeguatezza e nocività. La crescita economica resta saldamente il principale parametro di riferimento del benessere e della dignità delle persone. Basta leggere le dichiarazioni finali del G8, quella intitolata “&lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;Impegno rinnovato per la libertà e la democrazia&lt;/i&gt;” e quella sulla Primavera araba. Tra le righe – retorica a parte - &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;risaltano alcune parole-chiave che danno il senso complessivo del messaggio politico inviato al mondo. “&lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;Sosterremo la crescita verde come garanzia per la costruzione di posti di lavoro e la prevenzione dei mutamenti climatici&lt;/i&gt;”. Un cambio di passo notevole in termini concettuali rispetto ai termini non certo sinonimi di “&lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;economia verde”&lt;/i&gt;&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;o “&lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;greening of the economy&lt;/i&gt;”, tema portante del vertice Rio+20 che si terrà nel 2012 in Brasile che già si preannuncia come &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;un possibile “flop” diplomatico. Per tenere insieme Europa, Stati Uniti, Giappone e Russia, il testo omette qualsiasi riferimento al fattore “K”, ovvero l’impegno per il secondo periodo di attuazione del Protocollo di Kyoto, e nulla viene detto sull’urgenza di uno sganciamento definitivo dalla dipendenza dai combustibili fossili. Queste sono &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;le vere poste in gioco nel negoziato che avrà sbocco a dicembre alla Conferenza delle Parti di Durban. Sul nucleare, preso atto del disastro di Fukushima, non c’era certo da aspettarsi grandi passi indietro, tant’è che nella dichiarazione finale si fa riferimento esclusivamente a questioni di sicurezza nucleare e non certo ad una messa in discussione dell’opzione nucleare. Una posizione scontata vista la politica nuclearista dei padroni di casa . Andiamo alle politiche macroeconomiche: &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;“l’Europa continuerà&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;a perseguire rigorose politiche di consolidamento fiscale e riforme strutturali per incentivare la crescita”&lt;/i&gt;, un linguaggio che ignora le gravissime ricadute sociali della stretta di vite di Bruxelles sui conti e le politiche macroeconomiche dei paesi membri. Ancora, &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;“ per facilitare la ripresa, “il G8 riafferma il proprio impegno alla liberalizzazione degli scambi commerciali&lt;/i&gt;” ed al rilancio del Round di Doha . Un processo quello all’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio ormai agonizzante da anni, vista la mancanza di volontà politica dei paesi industrializzati di riconoscere eguali diritti ai paesi in via di sviluppo, in particolare nel settore agricolo, e l’ostinatezza ad inserire “dossier” critici quali quello sui servizi e gli investimenti e la protezione dei diritti di proprietà intellettuale. Insomma, libero commercio, rigore, e crescita sono ancora i pilastri portanti dell’economia globale, in un quadro rigido di &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;“governance”&lt;/i&gt; che non permette passi indietro o vie alternative.&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;Sull’aiuto allo sviluppo, si riaffermano gli impegni a sostegno dei grandi fondi e partnership partoriti in questi anni, da quella sull’AID, TBC e Malaria (lanciata a Genova, e verso la quale l’Italia ha accumulato un notevole ritardo nell’esborso dei propri contributi al punto da essere di recente esclusa dal Fondo), all’iniziativa sui vaccini, quella sullo sradicamento della polio.&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;Si nota un aumento delle risorse finanziarie messe a disposizione per l’APS a livello globale – da 82.55 a 89.25 miliardi di dollari (altro dato critico per l’Italia vista la pressoché totale scomparsa dell’aiuto pubblico allo sviluppo con il governo Berlusconi) , ben poco se confrontato all’ammontare totale dei fondi di risparmio sovrani (sovereign wealth funds) di alcuni paesi ricchi di petrolio, pari a 3 trilioni di dollari! Si sottolineano comunque i ritardi nell’attuazione degli impegni, mentre il&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;riferimento rituale &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;al sostegno agli Obiettivi di Sviluppo del Millennio pare un alibi per eludere impegni certi e verificabili di spesa futura. Ad esempio per l’iniziativa de L’Aquila sulla Sicurezza Alimentare risultano sborsati solo il 22% dei fondi promessi. Due capitoli su Africa e sviluppo fondato sulle grandi infrastrutture troveranno invece spazio nell’agenda del G20 di novembre. E passiamo al dossier Pace e Sicurezza, con la Libia in primo piano. “&lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;Gheddafi se ne deve andare&lt;/i&gt;” senza mezzi termini il G8 chiude ogni porta al possibile negoziato per un esilio – opzione attualmente perseguita dal presidente sudafricano Zuma –appoggiando poi &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;con forza l’iniziativa della Corte Penale Internazionale che ha emesso un mandato di cattura internazionale per il dittatore libico. Senza alcun posto dove andare, il colonnello continuerà a combattere. Il dossier Palestina risente del recente discorso di Obama sul Medio Oriente, nel quale si rilancia il negoziato bilaterale e si pone un freno alla campagna internazionale di riconoscimento dello stato di Palestina presso le Nazioni Unite. Un’ opzione rilanciata nei giorni scorsi dalla Lega Araba e che resta al vaglio di alcuni paesi membri dell’Unione Europea. Si riconoscono inoltre i supposti passi in avanti del governo Karzai nella pacificazione dell’Afghanistan ed i progressi nel processo di rappacificazione e riconciliazione. In tutta risposta &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;i Talebani hanno distrutto all’indomani del G8 una base militare uccidendo - tra gli altri - &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;tre militari tedeschi e ferendo gravemente un generale della NATO. Un attentato che richiama all’attenzione le contraddizioni delle cosiddette operazioni di peacekeeping, &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;ai quali il G8 dedica l’ultimo trafiletto - il paragrafo 93 - auspicando un maggior coordinamento con le Nazioni Unite, e dimenticando che dovrebbero essere invece le Nazioni Unite a gestirle. Non a caso il precedente della Libia e del ruolo attivo della NATO pesa come un macigno. L’Africa resta in secondo piano a prescindere da dichiarazioni di rito, vista l’ assoluta rilevanza data al Medio Oriente ed in particolare al Maghreb. La dichiarazione del G8 sulla Primavera Araba fa il pari con la &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;“Partnership per la prosperità condivisa e la democrazia”&lt;/i&gt; lanciata dalla Commissione Europea a Marzo, con il discorso di Obama sul Medio Oriente, la nuova politica di vicinato della UE lanciata il 24 maggio scorso. Insomma, la parola d’ordine è “&lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;more for more”.&lt;/i&gt; Più soldi in cambio di maggiori riforme democratiche, e dell’apertura dei mercati del lavoro e dei servizi. Un fondo di 40 miliardi di dollari che andrebbe anzitutto ad Egitto e Tunisia e poi via via a quei paesi che decidano di aderire alla &lt;i style="mso-bidi-font-style:normal"&gt;“Partnership di Deauville”&lt;/i&gt; lanciata dal G8, nel quadro rigido delle riforme macroeconomiche preconfezionate dal Fondo Monetario Internazionale per facilitare la penetrazione delle imprese transnazionali. Insomma, in un frangente nel quale restano alti i rischi d’involuzione sia in Egitto che in Tunisia, spingere l’acceleratore sulle riforme politiche e sulle libere elezioni rischia di tagliar fuori quei nuovi soggetti politici e sociali cui si deve la Primavera araba, e perpetuare il predominio delle vecchie elite politiche ed economiche amiche.&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;Chi gestirà questi fondi, le vecchie strutture di potere o quelle nuove democraticamente elette? Ed ancora, sul tema del debito estero di Egitto e Tunisia, come voltare pagina facendo giustizia nei confronti delle responsabilità dei governi autoritari nell’accumulo di tale debito che in quanto odioso ed illegittimo non dovrebbe essere pagato dal popolo egiziano e quello tunisino? L’approccio di Europa e &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;G8 verso il Maghreb conferma che non ci potrà essere un nuovo corso nelle relazioni tra paesi e popoli del Mediterraneo senza una profonda disamina delle responsabilità storiche dei governi delle imprese, delle organizzazioni internazionali. Aspettarsi questo da chi fino a ieri sosteneva quei governi autoritari non è possibile né auspicabile. Proporre questo come punto di lavoro per i movimenti sociali che lavoreranno ora al forum sociale mondiale 2013 nel Maghreb/Mashrek, è una possibilità, che Sinistra, Ecologia e&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;Libertà porterà assieme ad altre proposte e attività a fine luglio a Genova quando i movimenti nazionali ed internazionali si riuniranno per fare il punto a dieci anni dai tragici fatti del G8 2001. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt; &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-2580406585980206441?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/2580406585980206441/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=2580406585980206441' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/2580406585980206441'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/2580406585980206441'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2011/05/medio-oriente-guerra-crescita-e-rigore.html' title='Medio Oriente, guerra, crescita e rigore fiscale: le ricette del G8'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-8635742144355545570</id><published>2011-05-04T01:47:00.000-07:00</published><updated>2011-05-04T01:50:11.570-07:00</updated><title type='text'>Le rivolte arabe, la democrazia, l'Europa</title><content type='html'>&lt;style&gt; &lt;!--  /* Font Definitions */ @font-face  {font-family:Times;  panose-1:2 0 5 0 0 0 0 0 0 0;  mso-font-charset:0;  mso-generic-font-family:auto;  mso-font-pitch:variable;  mso-font-signature:3 0 0 0 1 0;} @font-face  {font-family:Cambria;  panose-1:2 4 5 3 5 4 6 3 2 4;  mso-font-charset:0;  mso-generic-font-family:auto;  mso-font-pitch:variable;  mso-font-signature:3 0 0 0 1 0;}  /* Style Definitions */ p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal  {mso-style-parent:"";  margin-top:0cm;  margin-right:0cm;  margin-bottom:10.0pt;  margin-left:0cm;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:12.0pt;  font-family:"Times New Roman";  mso-ascii-font-family:Cambria;  mso-ascii-theme-font:minor-latin;  mso-fareast-font-family:Cambria;  mso-fareast-theme-font:minor-latin;  mso-hansi-font-family:Cambria;  mso-hansi-theme-font:minor-latin;  mso-bidi-font-family:"Times New Roman";  mso-bidi-theme-font:minor-bidi;  mso-ansi-language:IT;  mso-fareast-language:EN-US;} p  {margin-top:0cm;  margin-right:0cm; 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Parlare di Maghreb oggi, con un dossier scritto quasi interamente al femminile è una sfida ed allo stesso tempo esercizio complesso giacché in questo periodo liminale che intercorre tra la fine dei&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;regimi, e la costruzione di altre ipotesi politiche può succedere di tutto. Si possono accelerare le spinte alla radicalizzazione del conflitto, si può rischiare il ritorno alla normalità, o consolidare le istanze ed i soggetti che oggi chiedono democrazia. Una democrazia sostanziale, che si riappropria degli strumenti della politica della modernità, (il sistema elettorale, i processi costituenti) , ma li trasforma e li rielabora in una visione nuova, non più etero diretta, e &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;nella quale la dignità è il pilastro centrale. Certamente ci sono molte differenze da paese a paese, dovute alla storia ed alla conformazione dei gruppi di potere che per anni hanno inibito ogni prospettiva &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;di cambiamento. Eppoi &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;la presenza dell’Islam (da quello moderato e quello salafita) che ha rappresentato uno dei pretesti centrali delle potenze occidentali per puntellare quei regimi che qualcuno &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;ha definito vittime di un “jetlag storico” o meglio ancora&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;di un “disordine temporale postcoloniale” ancorati com’erano ad una visione assoluta del potere, ad un autoritarismo che ormai nulla ha a che vedere con le aspirazioni legittime di quei popoli. Oltre ai governi autoritari la primavera araba pare essersi portata via anche qualsiasi velleità integralista, il grande piano di Al Qaeda di penetrare il tessuto sociale di quei paesi. Si è detto che la chiave di volta di questo sommovimento va trovata in una complessità di fattori, ed indubbiamente così è. Oggi le politiche di riduzione della spesa pubblica si accompagnano ad un’ ulteriore contrazione del potere di acquisto delle classi popolari, dovuto in primis all’aumento dei prezzi dei generi alimentari, conseguenza delle speculazioni finanziarie sui prodotti agricoli. Aggiungiamo a questo il potere tremendo del web. la sua capacità di permettere la comunicazione oltre la censura ed il controllo di polizia, la possibilità di costruire un sentire collettivo, pratiche e culture politiche tra popoli e generazioni accomunati oggi dalla stessa disperazione e voglia di riappropriarsi di persona del proprio futuro.&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;Le rivolte di oggi non sono solo di carattere economico, ma soprattutto politico. Sono l’esito di un processo di “ebollizione” che per anni covava sotto traccia e che forse oggi ha trovato un suo sbocco naturale nelle crepe aperte dalla nuova amministrazione Obama e dal fallimento delle politiche euro mediterranee dell’Unione Europea. Il discorso di Obama al Cairo, l’invito ai popoli arabi a costruire la democrazia secondo le proprie modalità, l’apertura verso l’Islam, e l’abbandono delle velleità di George Bush di esportare la democrazia nel Grande Medio Oriente hanno segnato indubbiamente un passaggio chiave per comprendere gli sviluppi nell’area. La crisi finanziaria ed economica ha poi portato alla luce l’ ambiguità dell’Unione Europea, di una politica, dal processo di Barcellona all’Unione del Mediterraneo,&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;che sulla carta parla di democrazia e diritti umani ed in realtà cela obiettivi ben differenti di blindatura delle proprie frontiere ai flussi migratori, liberalizzazione degli scambi commerciali, accesso alle risorse naturali ed al mercato del lavoro a basso costo. Un mix micidiale che non ha certo contribuito a costruire le premesse per società più libere e giuste. Anzi. Oggi - in questo periodo liminale tra conservazione e cambiamento, tra stabilità e trasformazione - &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;si gioca il futuro del Mediterraneo e dell’Europa. Con i paesi della sponda Nord che continuano a usare gli strumenti della realpolitik per tentare disperatamente di riconfermare il proprio ruolo centrale nei destini della regione. E non esitano ad usare la forza delle armi, con il pretesto dell’ingerenza umanitaria in Libia per tentare di riaffermare il proprio protagonismo, in un’internazionalizzazione di una guerra civile che può rappresentare un grave rischio per quei processi di trasformazione. &lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;Gli eventi del Maghreb assumono pertanto una grande importanza. Ci interrogano sul significato della democrazia, ma anche sul tema della dignità, sulla costruzione partecipata di&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;un nuovo spazio pubblico, su come promuovere i diritti dell’uomo in un mondo ormai post-occidentale. Più in generale su come provare a costruire assieme a quei popoli - con capacità di ascolto e la doverosa umiltà - un’ipotesi di pace e democrazia transnazionale, euro-mediterranea, che dia senso ad una visione cosmopolita che rifugge le tentazioni dell’uso della forza e sia saldamente ancorata al diritto ed ai diritti universali.&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;b style="mso-bidi-font-weight:normal"&gt;&lt;span lang="IT"&gt;&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span lang="IT"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;   &lt;span style="font-size:11.0pt;mso-bidi-font-size:10.0pt"&gt;.&lt;/span&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-8635742144355545570?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/8635742144355545570/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=8635742144355545570' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/8635742144355545570'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/8635742144355545570'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2011/05/le-rivolte-arabe-la-democrazia-leuropa.html' title='Le rivolte arabe, la democrazia, l&apos;Europa'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-7702714481935575649</id><published>2011-03-30T06:44:00.000-07:00</published><updated>2011-03-30T07:05:52.993-07:00</updated><title type='text'>Libia, "the devil is in the detail"</title><content type='html'>&lt;style&gt;@font-face {   font-family: "Calibri"; }@font-face {   font-family: "Cambria"; }p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 10pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; }&lt;/style&gt;     &lt;h3 style="font-weight: normal;"&gt;Credo  che non si possa articolare un giudizio politico sull’intervento  militare internazionale in Libia limitandosi ad opporsi alla guerra, né  risolvere la complessità delle vicende che stanno attraversando il  Maghreb ed il Mashrek con valutazioni e posizioni che rischiano di  mettere in secondo piano la profonda spinta innovatrice di quei popoli,  utilizzando categorie proprie dell’anti-imperialismo, o del pacifismo  ideologico. &lt;span&gt; &lt;/span&gt;Credo invece che le vicende del Maghreb e del Mashrek segnino un importante cambio di passo, e con esso &lt;span&gt; &lt;/span&gt;la  crisi della realpolitik, giacché dimostrano che sono i popoli che fanno  la storia a prescindere dal gioco dei grandi interessi contrapposti.  Indubbiamente la specificità della situazione libica, nella quale ci  troviamo di fronte a moltitudini che hanno preso le armi per liberarsi  da quel regime, e le risposte molto discutibili della comunità  internazionale oggi alimentano una discussione all’interno ed  all’esterno del movimento pacifista, che si polarizza sempre più e rende  difficile la ricerca di un punto di sintesi e convergenza. Da chi  rigetta la guerra senza se e senza ma, a chi invece sostiene  l’intervento internazionale a fianco dei “nuovi resistenti al fascismo  verde di Gheddafi” a chi vede in Gheddafi uno dei residui di un passato  anticoloniale ed antiimperialista. Fatto sta che nella discussione sulla  Libia oggi o sei bollato come “anima bella” o come guerrafondaio. Cosa  ci sia nel mezzo di queste disquisizioni puramente nostrane non è ancora  dato sapere. Certo è che &lt;span lang="IT"&gt;così scompaiono  dalla  discussione quei civili per i quali era suppostamente stato approvato   l'intervento militare,  presi ora tra i fuochi incrociati di una guerra  civile ormai internazionalizzata e tuttora  vittime di una spietata  repressione da parte delle forze "lealiste". &lt;/span&gt;Invece se si parla  del popolo libico si inizia a mettere in discussione la natura degli  insorgenti, che siano giovani democratici, riciclati del vecchio potere,  elite progressiste, o cellule salafite vicine ad Al Qaeda, come se  questo poi risolvesse il vero problema che è alla base della vicenda  libica, e sulla quale sembra nessuno voglia focalizzare l’attenzione. &lt;span&gt; &lt;/span&gt;Quello  che dovrebbe interrogare davvero il mondo pacifista oggi riguarda un  elemento di grande novità insito nella risoluzione 1917 e che marca un  passaggio epocale nella storia delle Nazioni Unite. &lt;span&gt; &lt;/span&gt;Come  intitola  un commento lo Spiegel online, le Nazioni Unite hanno  abbandonato il principio della pace per quello dei diritti umani. Forse  questa affermazione è un po’ forzata ma certamente è la prima volta che  viene nei fatti messo in pratica il principio della Responsibility to  Protect (R2P). Questo principio, &lt;span&gt; &lt;/span&gt;sviluppato in seguito alle stragi di Srebrenica e Ruanda, delinea un approccio che mette &lt;span&gt; &lt;/span&gt;al  centro i diritti e la dignità delle persone rispetto a quelli della  sovranità degli stati. Insomma il fondamento base di una politica  internazionale ispirata a principi etici e morali. Su questo punto credo  si debba far chiarezza. Non possiamo rimanere impassibili di fronte a  violazioni ripetute dei diritti umani, né di fronte a crimini contro  l’umanità, e credo che in linea di principio si possa condividere il passaggio dal principio  della “non ingerenza” quello della “non-indifferenza” ed anche la  possibilità che la comunità internazionale possa intervenire qualora il  governo di uno stato venga meno alle sue responsabilità nei confronti  dei propri cittadini. Il problema vero è se da un principio  condivisibile si passa poi a pratiche o modalità di applicazione che  rischiano di creare pericolosi precedenti. E’ questo il nocciolo del  problema nel caso della Libia. Il principio della R2P può funzionare  solo in un quadro nel quale se ne prevenga l’uso in maniera selettiva, e  nel quale la sua applicazione non sia fondata sugli strumenti propri di  un approccio “militare” alla sicurezza. Purtroppo questo è quello che  sta avvenendo in Libia. Le&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;modalità con le quali  si è giunti alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza evidenziano come  fin dall’inizio si volesse dare massima enfasi allo strumento militare  (no fly zone, no drive zone etc) piuttosto che agli strumenti politici,  ed economici, e di mediazione internazionale. Inoltre, il fatto che tale  decisione fosse lasciata al Consiglio di Sicurezza, che è&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;noto  essere organismo nel quale 5 superpotenze fanno la differenza, rende  ancor più evidente il rischio di un approccio opportunistico alla R2P  fondato essenzialmente sugli interessi strategici o di “realpolitik” dei  principali attori politici globali. Ecco il vero paradosso della  vicenda. Nel quadro di processi epocali di trasformazione sociale che  evidenziano i limiti e le ipocrisie della realpolitik, quegli stessi  attori politici che fino a poco tempo prima ne erano i principali  fautori, oggi pensano di poter risolvere tale contraddizione schierandosi  in difesa di popolazioni civili minacciate. &lt;span&gt; &lt;/span&gt;Allora  è chiaro che la prima vittima di questa vicenda rischia di essere  proprio la “responsibility to protect” visto che viene utilizzata nei  fatti come pretesto per sostenere un cambio di regime eterodiretto.&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;In  futuro sarebbe estremamente difficile in casi ancor più evidenti e  gravi invocare tale principio visto che secondo il precedente che viene  stabilito nel caso libico, questo implicherebbe comunque come ultima  istanza l’uso della forza militare e degli strumenti della guerra per  rimuovere un regime, piuttosto che difendere le popolazioni civili . Per  non parlare poi del precedente che vede una coalizione dei volenterosi  guidata dalla Francia e dall’Inghilterra prendere l’iniziativa militare  per poi passare in un secondo tempo alla NATO. Insomma tutta la  questione viene risolta all’interno di un quadro di “realpolitik” , in  strutture puramente militari che rispondono a logiche di sicurezza  improntata sull’uso delle armi, magari le più sofisticate possibili, e  sulla sconfitta del nemico. Mary Kaldor in un suo recente scritto ha  chiaramente evidenziato il rischio di una guerra umanitaria con tutte le  conseguenze che questo comporterebbe sulle rivolte democratiche in  altri paesi, sulla situazione dei civili in Libia e sulla tenuta del  diritto all’ingerenza umanitaria. &lt;span&gt; &lt;/span&gt;Che fare  allora? Quale il ruolo del movimento pacifista? Certamente in prima  istanza sarà necessario attivarsi per un cessate il fuoco immediato e la  sospensione di operazioni militari che ormai stanno degenerando in  sostegno attivo ad una delle parti in causa in un conflitto interno, per  aprire un processo di mediazione internazionale, e nel caso considerare  la possibilità di una forza ONU di interposizione composta da paesi che  non hanno partecipato all’operazione Odyssey Dawn.&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;E  poi più in generale confrontarsi con la novità che questo intervento  militare in Libia propone, e con le sfide politiche e intellettuali che  rappresenta. Andrà quindi riaperta una discussione sul tema della  riforma delle Nazioni Unite che con questa vicenda rischiano di uscirne  ulteriormente indebolite se non trasformate nella loro ragion di  esistere. Andrà  formulato un pacchetto di ipotesi di riforma che  prevedano ad esempio un ruolo centrale dell’Assemblea Generale nel  democratizzare i processi decisionali sul ricorso alla R2P, la creazione  di strumenti di interposizione ed intervento a difesa dei civili che  non siano lasciati in mano della NATO, ed anche l’adozione di politiche  di prevenzione dei conflitti che possano permettere alla comunità  internazionale di attivarsi in anticipo con misure politiche ed  economiche per prevenire possibili escalation che mettano a rischio la  vita di civili. &lt;span&gt; &lt;/span&gt;Oltre questo resta il nostro  impegno a sostenere politiche di accoglienza nei confronti di coloro che  fuggono dalla guerra e di assistenza umanitaria, oltre che lasciare  aperto un canale di dialogo, discussione e scambio reciproco tra le due  sponde del Mediterraneo, nella prospettiva di costruire - come evocato a  suo tempo da Alexander Langer - un nuovo progetto di fratellanza  euromediterranea. &lt;/h3&gt; &lt;div&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-7702714481935575649?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/7702714481935575649/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=7702714481935575649' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/7702714481935575649'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/7702714481935575649'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2011/03/libia-devil-is-in-detail.html' title='Libia, &quot;the devil is in the detail&quot;'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-1069028911698969042</id><published>2011-03-26T14:50:00.000-07:00</published><updated>2011-03-26T15:31:33.810-07:00</updated><title type='text'>Responsabilità di protezione: perché no?</title><content type='html'>&lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-family:times new roman;"&gt;"The maxims that largely guide international affairs are not graven in  stone, and, in fact, have become considerably less harsh over the years  as a result of the civilizing effect of popular movements.  For that  continuing and essential project, R2P can be a valuable tool, much as  the Universal Declaration of Human Rights has been." &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: times new roman;" href="http://www.chomsky.info/talks/20090723.htm"&gt;Noam Chomsky, 2009 &lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;Per la prima volta nella storia la risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulla Libia recepisce il principio di "responsabilità di protezione", sviluppato nel corso degli anni e adottato dall'Assemblea Generale dell'ONU nel 2009. Un percorso che ha generato numerosi dibattiti e interrogativi sul diritto all'ingerenza umanitaria, dopo le stragi in Ruanda ed a Srebrenica. Con il&lt;br /&gt;principio di responsabilità di protezione, l'ONU propone una revisione del concetto di sovranità, passando dal principio di sovranità come controllo delle frontiere a quello di "sovranità come responsabilità",  principio che viene meno&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;qualora il governo di quello stato viola la dignità o i diritti dei suoi cittadini.&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;E'  un passaggio epocale dal dovere di "non ingerenza" a quello di "non indifferenza",&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;appunto il principio della responsabilità di protezione, invocato anche nel caso della Libia e che proprio in questo frangente viene applicato in maniera tale da creare un pericoloso precedente. Per questo è utile ed importante svolgere una serie di chiarimenti.&lt;span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;Per sgomberare il campo da eventuali equivoci va subito detto che i drammatici eventi in Libia ci richiamano all'obbligo morale e politico di non essere indifferenti, e di stare dalla parte di chi soffre violazioni di diritti umani e lotta per la libertà e la democrazia. Per questo   l'obiettivo ed il principio della Responsabilità di protezione (R2P) non dovrebbero essere rifiutati, né con essi la possibilità dell’uso della forza come ultima istanza secondo quanto stabilito dalla Carta delle Nazioni Unite.  Detto questo però la modalità con la quale la R2P viene resa operativa in Libia suscita   interrogativi ed alimenta forti perplessità, rispetto alle quali è possibile formulare delle ipotesi di lavoro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;a. COME DECIDERE DI INTERVENIRE?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chi decide per l'applicazione del principio di responsabilità di protezione e dell’eventuale uso della forza? Se questa prerogativa è lasciato al Consiglio di Sicurezza il rischio&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;è che attraverso veti incrociati si finisca per decidere solo in base a criteri di interesse nazionale dei paesi con diritto di veto (i P5) o si rischia la totale inazione. Allora anzitutto va affermato che questo principio, ed il conseguente diritto di ingerenza umanitaria, dovrebbero essere discussi e decisi nella maniera più democratica possibile, ossia dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite dove nessuno ha diritto di veto e vige il principio "una testa un voto". Così si potrebbe evitare il rischio di doppi standard e di un'applicazione strumentale del principio, che è  pensato per difendere i deboli e non per promuovere gli interessi dei potenti. In attesa di una riforma in seno al Consiglio di Sicurezza potrà essere possibile per una coalizione di stati, proporre  una risoluzione all'Assemblea Generale, prendendo atto della incapacità del Consiglio di Sicurezza di operare rapidamente, e chiedendo l'applicazione del precedente "Uniting for Peace". Secondo questa procedura l'Assemblea Generale può essere investita di questioni relative alla sicurezza ed alla pace, se la situazione sul campo è in rapido deterioramento, vengono meno le opzioni diplomatiche, è necessaria una decisione genuinamente multilaterale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;b. QUANDO INTERVENIRE?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando si deve decidere? Sarà necessario proporre che il sistema delle Nazioni Unite si fornisca di una capacità di "early warning" per prevedere lo scoppio di conflitti che possono mettere a rischio la vita di civili, ed attivare immediatamente l'Assemblea Generale, per mettere in campo tutte le misure politiche-diplomatiche- economiche volte a prevenire il conflitto. Qualora queste si rivelassero impraticabili si dovrà decidere per l'invio di una forza di interposizione (anche armata) che però risponda al comando delle Nazioni Unite, e non - come nel caso attuale -  ad una coalizione di volenterosi, o della NATO. Uno dei problemi della risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulla Libia è che non fissa la consequenzialità delle iniziative, e nei fatti dà massima enfasi agli strumenti militari che stanno ormai portando ad una progressiva escalation. Dall’imposizione di una No Fly Zone, ora si sta passando ad attacchi a terra, nei fatti  ad una No Drive Zone, ed al sostegno all’offensiva militare di una delle due parti in conflitto, che mira all’abbattimento del regime di Gheddafi. Il rischio che ne deriva è che eventuali ricorsi futuri seppur legittimi alla R2P a tutela dei civili, vengano sempre visti come ancillari rispetto ad obiettivi eterodiretti di cambio di regime, così pregiudicandone efficacia e applicabilità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;c. COME INTERVENIRE?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'intervento dovrebbe essere intrapreso attraverso il dialogo diplomatico, l'interposizione, assicurando il pieno rispetto della Carta delle Nazioni Unite e sempre tenendo in considerazione i diritti delle popolazioni minacciate  che dovrebbero essere coinvolte e consultate rispetto alle modalità di intervento. Resta da decidere secondo i casi se si tratterà di polizia internazionale, o truppe dell'ONU, armate o disarmate, con armi leggere o solo per difesa, il mandato, e le strutture di comando . Inoltre in un secondo tempo quando dalla fase di prevenzione di possibili crimini contro l’umanità si dovrà passare alla transizione verso un sistema democratico legittimo, potrà entrare il campo la Commissione per la Costruzione della Pace (Peacebuilding Commission) delle Nazioni Unite. Spesso si porta a caso esemplare quello del Burundi, nel quale la R2P è stata applicata in tutta la gamma di&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;modalità previste:  dalla pressione della società civile per un'iniziativa diplomatica regionale, allo schieramento di una&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;forza regionale di "peacekeeping", ed una volta raggiunta la pace, ed effettuate le elezioni, si è passati al sostegno alla ricostruzione post-conflitto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla luce di quanto esposto,  una posizione critica verso l'intervento militare internazionale in Libia non comporta il  rifiuto del dovere morale di non essere indifferenti, né la possibilità di uso della forza (nel quadro di processi decisionali democratici, e come “ultima ratio”) ma anzi di preoccuparsi per i diritti dei popoli, sostenendo azioni che non rischino di rappresentare nuove modalità o giustificazioni per &lt;span&gt; &lt;/span&gt;fare la guerra.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Per questo è anche importante sforzarsi di costruire nuovi linguaggi che non si limitino a voler leggere questi eventi in Libia ed anche nel resto del Maghreb e Mashrek secondo criteri geopolitici, o teorie della cospirazione varie. Continuare a ritenere questi eventi semplicemente in quanto conseguenza di fattori endogeni, che sia la crisi innescata dalla speculazione sui generi alimentari, o ipotetici grandi piani di controllo imperiale, di strategie imperialiste, o di accesso alle fonti energetiche, o di ridefinizione degli assetti di potere globale, mette in secondo piano  il vero protagonismo di popoli che oggi vogliono solo libertà e democrazia. Invece di affermarli in quanto soggetti politici, un tale approccio continua a definirli come vittime da salvare con la nostra solidarietà, negando loro un ruolo centrale nei processi di profonda trasformazione che il mondo arabo sta vivendo. Ora come non mai, invece, quei movimenti per la libertà e la democrazia  ci dimostrano che  sono le persone ed i popoli che fanno la politica e la storia.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-1069028911698969042?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/1069028911698969042/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=1069028911698969042' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/1069028911698969042'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/1069028911698969042'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2011/03/responsabilita-di-protezione-perche-no.html' title='Responsabilità di protezione: perché no?'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-6812620188519834131</id><published>2011-03-21T15:02:00.001-07:00</published><updated>2011-03-21T15:02:38.473-07:00</updated><title type='text'>Una sfida per chi vuole la pace</title><content type='html'>&lt;style&gt;@font-face {   font-family: "Cambria"; }p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 10pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }a:link, span.MsoHyperlink { color: blue; text-decoration: underline; }a:visited, span.MsoHyperlinkFollowed { color: purple; text-decoration: underline; }div.Section1 { page: Section1; }&lt;/style&gt;     &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;a href="http://ecogiustizia.splinder.com/post/7482158/politica-estera-etica-intervento-umanitario-e-eticita-della-politica-una-sfida-per-chi-vuole-la-pace"&gt;Politica estera etica, intervento umanitario e eticità della politica: una sfida per chi vuole la pace.&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;di Francesco Martone (dicembre 2005).  I milioni di uomini e donne che hanno marciato contro la guerra in Irak e che continuano a veder svolgersi sotto gli occhi il dramma di un popolo che soffre le conseguenze nefaste dell'imposizione dall'esterno della democrazia, con l'uso della forza, pongono oggi una serie di domande imprescindibil, relative alla ricostruzione di politiche di pace e di rafforzamento del diritto nelle relazioni tra i popoli. &lt;a name="more-7482158"&gt;&lt;/a&gt;;Queste domande necessitano di risposte chiare, radicali, ed inequivocabili, fondate su un'analisi critica di alcuni concetti e paradigmi di sicurezza che sembrano aver fatto breccia in maniera "bipartizan" nelle menti e nelle percezioni di culture politiche e pratiche diametralmente opposte tra loro. Il concetto di politica estera etica, e quello associato di sicurezza umana, ad esempio, attraversa la storia, a partire dal concetto di guerra giusta, per arrivare all'epoca wilsoniana, fino alla più recente politica estera neolaburista da Clinton a Tony Blair, per finire alla Strategia di Sicurezza Nazionale dell'Amministrazione Bush, o in alcune dichiarazioni rese dal candidato alla guida della coalizione del centrosinistra Romano Prodi circa la "politica estera etica" dell’Unione. Politica estera etica, reinterpretazione del concetto d’interesse nazionale, sicurezza umana, intervento umanitario sono in buona parte facce di una stessa medaglia, quella di un Giano bifronte. Rappresentano cioè il tentativo di ricostruire un’identità ed una ragion d’essere per strutture politiche e militari ormai rese obsolete dalla caduta del Muro di Berlino. Strutture che restano tuttavia di importanza vitale per tenere in vita un apparato industrial-militare europeo considerato come principale volano di sviluppo e crescita economica in una fase storica di grave crisi causata dall’applicazione acritica del modello neoliberista. E per l'Europa la costruzione ex-novo di una "Mission" per legittimare il suo ruolo di attore globale. In questo contesto, sarà necessario provare a fare chiarezza su concetti tanto ambigui quanto rischiosi.Anzitutto occorre porsi la seguente domanda: "difendersi da chi?". I rischi per la sicurezza oggi sono ben diversi da quelli che sussistevano prima della Guerra fredda. Non a caso, il numero di conflitti armati secondo lo Human Security Report (HSR) del 2005 è diminuito dalla fine della Guerra fredda del 40% mentre il numero di grandi conflitti (quelli cioé con oltre 1000 morti ed oltre) è diminuito dell’80%. Le guerre fra stati rappresentano oggi solo il 5% di tutti I conflitti armati e le crisi internazionali sono diminuite di oltre il 70% tra il 1981 ed il 2001.Secondo lo Human Security Report, le iniziative di prevenzione dei conflitti e di "peacekeeping" da parte delle Nazioni Unite - e non solo - hanno indubbiamente prevenuto l’insorgere di alcuni conflitti. Secondo lo HSR due sono oggi le grandi sfide: la prima é quella della povertà e delle diseguaglianze su scala globale, percepite dalla stragrande maggioranza della popolazione mondiale come prioritarie rispetto alla percezione dell’opinione pubblica occidentale. La seconda è quella della risposta ai mutamenti climatici che, se non affrontati adeguatamente, possono creare grandi insicurezze a livello globale. Due problematiche che rappresentano la sintesi del fallimento del paradigma neoliberista e che giustificano ulteriormente l'urgenza di una svolta verso un paradigma economico ed ambientale radicalmente differente da quello dominante. Tra i dati interessanti contenuti nello HSR, vale la pena di riportare quello relativo alle cause della pace. Dalla fine della Guerra fredda, il Consiglio di Sicurezza, ormai libero dalle logiche dei blocchi contrapposti, ha approvato un numero crescente di attività di pacificazione, prevenzione dei conflitti, e costruzione della pace post-conflitto. Allora qual è il vero problema? Se il numero di guerre è diminuito sensibilmente, oggi potrebbe essere possibile springersi fino al punto da poter prospettare un profondo cambiamento di approccio e di mission per la politica estera del nostro paese. In attuazione dell’art. 11 della Costituzione l'Italia potrebbe farsi portatrice di una politica di mediazione e prevenzione dei conflitti, con l’obiettivo di diventare una "puissance tranquile" secondo la definizione data dal sociologo bulgaro Tzvetan Todorov. Una potenza neutrale ma allo stesso tempo direttamente attiva nel perseguimento della pace e del disarmo, a partire dalla revisione radicale delle sue politiche commerciali, ambientali e di sviluppo al fine di aggredire efficacemente le cause della povertà e degli squilibri ambientali globali. Così invece non è, anzi , l'introduzione di concetti come quello della sicurezza umana, della responsabilità di protezione ("responsibility to protect") e di politica estera etica, seppur condivisibili a prima vista , rischiano - nella pratica - di legittimare nuove forme di militarismo politicamente corretto. Nell'analizzare le caratteristiche di questo nuovo paradigma si dovrà necessariamente utilizzare un approccio necessariamente differente da quello della critica all'imperialismo. Il concetto di sicurezza umana rappresenta infatti una sorta di rivoluzione copernicana nell’elaborazione giuridica del principio di sovranità degli Stati, nonché del concetto stesso di frontiera e confine territoriale dell’esercizio della stessa. La ridefinizione di sicurezza ha portato così alla ridefinizione dello stato sovrano, oggi visto come barriera per la sicurezza umana e possibile complice di violazioni dei diritti umani. La politica estera etica ed il quadro di riferimento della sicurezza umana si basano perciò sulla possibilità d'intervento per conto di cittadini di uno stato da parte di un’altro stato o istituzione. Secondo alcuni studiosi del tema, il rischio derivante dall'applicazione del concetto di sicurezza umana, sarebbe quello di creare una situazione non-politica, laddove il cittadino di uno stato per il bene del quale si intende intervenire non è un co-beneficiario dell’azione né tantomeno un partner nell’azione relativa alla sua protezione. Anche la sovranità non deriverebbe più dai cittadini degli stati, ma risulterebbe concessa dalla comunità internazionale per conto di quei cittadini. Di fatto si compie la definitiva dissoluzione del concetto di sovranità già notevolmente diluito dall'affermazione globale del modello neoliberale e del consenso di Washington. Altro problema riguarda la securitizzazione e la conseguente inesistenza di una relazione politica a fondamento della teoria della sicurezza umana. La securitizzazione giustifica azioni al di fuori dei normali limiti della procedura politica, e concepire le questioni socio-economiche e politiche come questioni relative alla sicurezza potrebbe quindi portare ad azioni errate. Lo dimostrano l'esperienza con il Kosovo, la Somalia, Haiti, per non parlare dell'Afghanistan o dell'Irak. Sulla scorta dell'esperienza concreta si può pertanto affermare che l’approccio di sicurezza umana aumenta l’insicurezza e l'instabilità giustificando l'intervento in stati deboli o instabili. A livello internazionale permette invece di fare la guerra su basi arbitrarie creando maggiori timori negli stati più deboli. Da ciò ne consegue un impatto estremamente negativo sui cittadini degli stati nei quali si interviene, laddove il loro potenziale ruolo di soggetti politici attivi viene scavalcato dall'intervento esterno con conseguente maggiore instabilità sociale. Di qui la fine della "politica". Sicurezza umana significa pertanto mettere la protezione degli individui al centro delle politiche di sicurezza, abbandonando la vecchia idea di sicurezza intesa come difesa delle frontiere nazionali. L'interesse nazionale si fonde quindi con una sorta di imperativo etico, giustificato dalla necessità di superare la sovranità statuale per permettere alla comunità internazionale di effettuare nuove modalità di intervento, tra questi l’intervento preventivo (pre-emptive). Come dice il rapporto della Commissione Internazionale sull’Intervento e la Sovranità degli Stati, intitolato "The responsibility to protect", è necessario spostarsi da una "cultura della reazione" ad una cultura della "prevenzione". Che poi il concetto e la pratica di prevenzione abbiano in sé i germi di una nuova forma di interventismo post-imperiale è altra cosa. Anche se qui giova ricordare la differenza non solo semantica del termine inglese "pre-emptive" e "preventative". Una sfumatura che racchiude in sé la differenza sostanziale tra l’approccio alla sicurezza preventiva europeo e quello d’oltreoceano . La nuova strategia di sicurezza europea (ESS), la cosiddetta Dottrina Solana, sembrerebbe contenere nei fatti un'importante svolta poiché a differenza di quanto prospettato inizialmente, rigetta le suggestioni dell'unilateralismo, e della politica di potenza, adottando una politica di prevenzione piuttosto che di guerra preventiva. Il riferimento alla strategia della diplomazia di prevenzione ("preventative") è il frutto di un processo di dibattito serrato, iniziato all'indomani dell'11 settembre. Allora l'Unione Europea discuteva se e come mettere in pratica la dottrina preventiva (quella del "pre-emptive strike") teorizzata dagli ideologi neocon del Project for the New American Century, e poi cristallizzata nella National Security Strategy of the United States, e applicata nella guerra all'Irak. Il risultato finale contenuto nel documento Solana fa riferimento ad un non meglio specificato "preventative engagement", coinvolgimento di prevenzione, dando però enfasi agfli strumenti di cosiddetta "soft security", strumenti politico-diplomatici, ed economici per la prevenzione dei conflitti. Secondo la dottrina Solana, la prima linea di difesa sarà spesso all’estero e la UE dovrà sviluppare una cultura strategica che sostenga interventi rapidi e se necessario forti. A tal riguardo giova ricordare la proposta fatta da un gruppo di lavoro coordinato da Mary Kaldor, che ha prodotto un documento, (il cosiddetto Barcelona report) che suggerisce la creazione di una "Human Security Response Force" civile-militare, ed un nuovo quadro legale che possa governare sia la decisione di intervenire che le modalità operative. Una proposta che altro non fa se non legittimare ulteriormente sviluppi estremamente preoccupanti, relativi alla "fusione" tra sfera civile e militare, nel campo dell'aiuto umanitario, delle operazioni di ricostruzione post-conflitto, nella cooperazione allo sviluppo, come insegnano i casi delle operazioni CIMIC o delle Squadre di Ricostruzione Provinciale (PRT) in Afghanistan, tra cui quella di Herat a guida italiana. Per quanto riguarda la tipologia di minacce dalle quali dovrebbero essere protetti gli individui, c'è chi – i teorici dell’interpretazione restrittiva – tra cui Kofi Annan pensa che si debba trattare della protezione delle comunità ed individui dalla "violenza interna". Per contro, i fautori di un approccio ampio al concetto di sicurezza umana, intendono allargare il concetto ad includere la fame, la malattia, ed I disastri naturali che in sé uccidono più persone delle guerre, genocidi e terrorismo messi insieme. Nella sua formulazione più ampia, pertanto, l’agenda relativa alla sicurezza umana includerebbe anche la insicurezza economica e le minacce alla "dignità umana". Tuttavia, il concetto di sicurezza umana risulta essere troppo vago ed indefinito per poter essere in grado di produrre soluzioni politiche efficaci e compatibili tra loro. Un'ambiguità non casuale e ripresa anche negli ultimi documenti sulla riforma delle Nazioni Unite, quello prodotto al comitato di alti livello commissionato da Kofi Annan, quello a firma dello stesso Annan, ("Towards larger freedom") e la dichiazione finale dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite del settembre 2005, chiara nel riferirsi al principio di "sicurezza umana" ed estremamente vaga sugli impegni per la prevenzione delle cause delle nove guerre, dallo sradicamento della povertà al disarmo. La sicurezza umana è quindi assurta a quadro di riferimento concettuale e pratico sia a livello di Nazioni Unite che a livello europeo. Tutto ciò rappresenta una forte contraddizione, poiché sicurezza umana ed intervento etico legittimano le azioni di alcuni stati delegittimandone altri, in nome della comunità internazionale. Un uso strumentale ed indiscriminato del diritto d'ingerenza può creare perciò un sistema di "apartheid globale". Ed e' proprio questa concezione che ha indebolito strutturalmente l'impianto di governance globale costruito sul sistema delle Nazioni Unite attraverso pratiche di selettivita', doppi standard, e l' uso strumentale dei diritti umani per giustificare interventi umanitari. Inoltre, l'intervento umanitario affronta i sintomi ma non le cause, rendendo vana ogni possibile iniziativa di prevenzione, che - al contrario - necessita di una reale rielaborazione del concetto stesso di sicurezza. Una politica estera nuova dovrà pertanto mettere al centro della sua azione politica modelli innovativi per la prevenzione diplomatica dei conflitti, al fine di comprendere i circuiti virtuosi che possono essere innescati da politiche commerciali eque, strategie di cooperazione allo sviluppo, e di sostegno ai processi di mediazione e dialogo. Per poter esercitare un ruolo che Etienne Balibar definisce di "mediatore evanescente", l'Italia per prima dovrà scegliere la via del disarmo, della riduzione delle spese militari e della riconversione dell'industria bellica dismettendo la produzione di armamenti e sistemi d'arma disegnati secondo le nuove strategie di difesa e di sicurezza nazionale ed europea a favore di strumenti di lavoro coerenti con la nuova vocazione di prevenzione diplomatica e nonviolenta dei conflitti. Piuttosto che rafforzare la capacità di "proiezione" militare sullo scacchiere globale, legittimata dall'adozione delle priorità della lotta al terrorismo, e dell'intervento umanitario, l'Italia dovrò dotarsi di capacità di prevenzione "politica" dei conflitti attraverso la creazione di corpi di pace, la partecipazione a contingenti di polizia internazionale, e di interposizione pacifica e nonviolenta. La vera "quaestio" relativa alla scelta tra pace e guerra riguarda in ultima analisi una rielaborazione delle pratiche politiche degli stati, e la loro proiezione internazionale. Se e' vero, come dice Jean Baudrillard che la guerra "altro non e' se non la continuazione dell'inesistenza della politica con altri mezzi", e' anche vero che una politica estera di pace dovrà ricostruire le basi della politica. Di conseguenza andrà contrastata un'idea di politica estera di potenza, che vede nello strumento militare uno dei suoi parametri d'azione a vantaggio di un nuovo modello di politica cosmopolitica, basata sui diritti e sul diritto, sulla prevenzione e sulla mediazione. Un impegno certo difficile ma ineludibile per ricostruire le basi di una umana e pacifica convivenza nel rispetto dei diritti dei popoli, e per un nuovo multilateralismo che rifugga le tentazioni autoritarie proprie delle pratiche di guerra preventiva e di lotta al terrorismo che rischiano di diventare le caratteristiche pregnanti della politica estera del XXI secolo. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt; &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-6812620188519834131?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/6812620188519834131/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=6812620188519834131' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/6812620188519834131'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/6812620188519834131'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2011/03/una-sfida-per-chi-vuole-la-pace.html' title='Una sfida per chi vuole la pace'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-4336645917219209068</id><published>2011-03-21T01:54:00.000-07:00</published><updated>2011-03-21T01:55:27.927-07:00</updated><title type='text'>Ed è la guerra</title><content type='html'>&lt;div class="cont"&gt;                      &lt;p&gt;“Come un mostro grande che pesta duro” dice Leon Gieco  nella sua splendida Solo le Pido a Dios. Chiede  a Dio che la guerra non  lo renda indifferente, la guerra un mostro  grande che pesta duro,  sulla povera innocenza della gente.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Ci sentiamo  così tutti, calpestati, nei nostri ideali nelle nostre  convinzioni chi  si era illuso che questa ipotetica No Fly Zone potesse  servire a salvare  dei civili, e chi – e mi riconosco in questi – aveva  intuito che dietro  c’era qualcosa di diverso, di ben più grave. E così  ora guardiamo tutti  attoniti, l’escalation della macchina della guerra,  il mostro grande  che scalza con una zampata l’illusione della potenza  mite del dialogo,  del negoziato.&lt;span id="more-21904"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Se osiamo metterla in dubbio, allora ci viene detto che  siamo dalla  parte di un pazzo sanguinario, chiusi in una morsa che oggi  nel nostro  paese assume un aspetto ancor più inquietante. Se parliamo il  inguaggio  del dialogo ci ridono in faccia da destra a sinistra, ci si  chiede di  essere seri, in grado di proporre soluzioni plausibili. Sembra  come se  questa guerra serva a ricostruire il senso di un paese,  l’Italia, che  ormai ha perso un nomos ed un ethos comune, a 150 anni  dalla sua unità.  Come se la guerra fornisca un senso ordinatore nel caos  e  nell’incertezza creati dalla precarietà, dall’incapacità di  proiettarsi  nel futuro. Ricordo la nausea provata qualche giorno fa  cogliendo  alcuni istanti di una trasmissione televisiva che ricordava i  150 anni e  metteva in scena una apologia della guerra, del povero  soldato  innamorato, perso nell’orrore delle trincee. Senza che nessuno  ci  ricordasse che a migliaia vennero fucilati da ottusi generali perché   non volevano più uccidere. C’è altro ed è forse lì che si deve lavorare a   fondo.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Questa avventura folle che rischia di aprire un vaso di Pandora,  è  stata costruita ad arte, giocando nel subconscio delle persone, Di  chi  ama la libertà e la democrazia, e di chi, tutti noi, era  rimasto  già  colpito e perso di fronte alla forza tremenda del terremoto, e dello   tsunami. Allora ci  siamo sentiti impotenti, di fronte alla nostra   piccolezza. E così mentre i nostri occhi inorridivano di fronte alle   immagini di distruzione provenienti dal Giappone, mentre si metteva in   dubbio la fede nella scienza e nella ragione, scomparsa nel fumo   radioattivo di Fukushima, si stava preparando il campo ad un nuovo   orrore, costruito a livello mediatico e subconscio. Un orrore al quale   però l’uomo una risposta poteva riuscire a darla con la forza bruta,   nell’illusione di essere in grado di piegare gli eventi.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Questa guerra  entra nel nostro subconscio, scatena sentimenti  bestiali, basta leggere  alcune pagine Facebook nelle quale c’è chi  ringrazia Iddio per una No  Fly Zone, affida a ottusi generali la  soluzione di un senso di impotenza  e stupore di fronte ad un mondo che  ha ormai perso di senso. Eppure  un  senso ce lo stavano regalando quei  giovani di Piazza Tahrir, di Tunisi,  quei colleghi del blogger libico  Mohamed Namous, ucciso da uno “sniper”  lealista (così li chiamano)  mentre provava a raccontare con coraggio ed  ironia l’orrore dela  repressione e della guerra. Quei giovani senza  kalashnikov, armati solo  di Skype e di una microtelecamera. Un nuovo  nomos, altro che quello  della patria e della forza, quello della dignità  e della potenza dolce  della libertà. La stessa che sentiamo essere nostra,  noi che amiamo la  pace, che siamo  nonviolenti, e crediamo ancora nell’innocenza della  gente.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Francesco Martone&lt;/p&gt;     &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-4336645917219209068?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/4336645917219209068/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=4336645917219209068' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/4336645917219209068'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/4336645917219209068'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2011/03/ed-e-la-guerra.html' title='Ed è la guerra'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-5333765737876229490</id><published>2011-03-10T14:05:00.000-08:00</published><updated>2011-03-10T14:10:30.364-08:00</updated><title type='text'>Sulla Libia, la guerra, i diritti dei popoli</title><content type='html'>&lt;span style="font-family: arial;font-family:Times;font-size:14pt;"  &gt;Da settimane ormai arrivano ogni giorno notizie drammatiche dalla Libia. Come in un copione conosciuto si snoda il linguaggio ufficiale e quello ufficioso, si imbastisce l’informazione e la controinformazione, si rispolverano vecchi armamentari ideologici per giustificare un possibile intervento militare o condannarlo a priori come guerra imperialista. Mentre si discute di “no fly zone”, “no drive zone”, gli alti quadri della NATO iniziano a studiare piani,&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;le diplomazie si lanciano in febbrili consultazioni e tentativi.&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;Ci viene dapprima proposta la retorica umanitaria, i “genocidi”, i paralleli con il Kossovo o il Ruanda, le inesistenti fosse comuni, o bombardamenti a tappeto contro civili. Un battage necessario per predisporre l’opinione pubblica all’uso delle armi. &lt;span&gt; &lt;/span&gt;Quelli di Aavaz scatenano poi le loro truppe telematiche che inviano fino a 600mila email alle Nazioni Unite invocando l’imposizione della “no fly zone". Mica uno scherzo, come ammette anche il Segretario alla Difesa Robert Gates, per imporla si devono bombardare le artiglierie antiaeree libiche. E poi&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;se si inizia con la “no fly zone” non si va dove si va a finire, molto probabilmente in un nuovo pantano afghano, semmai la “no fly zone” fosse mai stata intesa a proteggere i civili.&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;Forse questo agli ignari cyberattivisti non è dato sapere. Mentre la diplomazia internazionale, la stampa e l’opinione pubblica si cimentano con le drammatiche vicende libiche, in Costa d'Avorio si sta consumando un'altra guerra  - che ci interroga nuovamente sui dilemmi ed i rischi dell'intervento umanitario - e nella quale la Francia aveva già usato la forza militare ("raid mirati" inclusi). &lt;span&gt; &lt;/span&gt;E&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;proprio il presidente Sarkozy, dopo aver riconosciuto unilateralmente il governo provvisorio di Bengasi,  propone "raid mirati". Dall’Eliseo si scaldano i muscoli nel tentativo di giocare , dopo il fallimento della &lt;span&gt; &lt;/span&gt;creatura del presidente francese – l’ Unione del Mediterraneo, il ruolo di playmaker nella regione, scavalcando la UE , i cui ministri degli esteri si stavano riunendo nelle stesse ore del suo annuncio &lt;span&gt; &lt;/span&gt;a Bruxelles. Questa dichiarazione, fatta parallelamente al riconoscimento del governo ribelle, di fatto sposta il baricentro dalla ipotetica difesa delle popolazioni civili, allo schieramento accanto ad una delle parti in conflitto in una guerra civile. Quella che viene venduta come ingerenza umanitaria si trasforma così in appoggio ad un cambio di regime, precludendo così ogni possibile ruolo di mediazione da parte di chi si schiera accanto ad una delle parti in guerra.  In questo quadro confuso e convulso va comunque sottolineato che da più parti si nega la possibilità di intervenire senza l'avallo dell'ONU, ma nulla più. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: arial;font-family:Times;font-size:14pt;"  &gt;Eppure anche una think-tank non certo pacifista o "di sinistra" come l'International Crisis Group ha cambiato idea: non  propone più la "no fly zone", ma chiede ora un cessate il fuoco bilaterale ed un negoziato internazionale&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: arial;font-family:Times;font-size:14pt;"  &gt;. A parte la proposta di Chavez di mediazione internazionale, &lt;span&gt; &lt;/span&gt;quella del presidente delle Maldive di una forza di interposizione di caschi blu,  e l’adozione – con qualche annetto di troppo di ritardo - di sanzioni economiche ed embargo alle armi, &lt;span&gt; &lt;/span&gt;nessun altro passo è stato però fatto per evitare di dare come ultima istanza la parola alle armi.  &lt;span&gt;&lt;/span&gt;Per questo è urgente   lanciare la proposta  di  una possibile soluzione pacifica e  diplomatica, della quale potrebbero farsi carico  paesi delle due sponde mediterranee, con l'invio di una missione di mediatori  indipendenti, l'ONU potrebbe attivarsi  attraverso una risoluzione del Consiglio di Sicurezza o direttamente attraverso l'Assemblea Generale, usando la  risoluzione Uniting for Peace. Obiettivo quello di dare mandato alla mediazione internazionale e inviare un contingente di caschi blu per monitorare il  cessate il fuoco, fornire assistenza umanitaria, indagare i crimini commessi nel conflitto, se necessario sotto protezione armata. Insomma piuttosto che  cedere alla suggestione della forza, per sostenerne o meno l’uso, &lt;span&gt; &lt;/span&gt;sarebbe doveroso  impegnarsi a  discutere su come portare la pace in Libia attraverso il rispetto della legalità, del diritto internazionale, e la diplomazia. L'unica via possibile.&lt;/span&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span lang="IT"  style="font-size:14pt;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-5333765737876229490?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/5333765737876229490/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=5333765737876229490' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/5333765737876229490'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/5333765737876229490'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2011/03/sulla-libia-la-guerra-i-diritti-dei.html' title='Sulla Libia, la guerra, i diritti dei popoli'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-8093597512581163659</id><published>2011-02-14T13:49:00.000-08:00</published><updated>2011-02-14T13:55:30.907-08:00</updated><title type='text'>SPUNTI DI RIFLESSIONE SUL TEMA DELL’ESPORTAZIONE DELLA DEMOCRAZIA E INTERVENTI MILITARI: IL CASO AFGHANISTAN</title><content type='html'>Testo dell’intervento al dibattito: dibattito: ” Afghanistan e non solo : democrazia esportata a geometria variabile”, Roma,&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;lunedì 14 febbraio&lt;span style=""&gt;   &lt;/span&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Di Francesco Martone&lt;/p&gt;      &lt;p class="MsoNormal"&gt; &lt;i style=""&gt;“Dire democrazia&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;è diventato un caso esemplare di mancanza di significato. A forza di rappresentare l’insieme della politica virtuosa e l’unica maniera per assicurare il bene comune, la parola ha finito per&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;riassorbire e dissipare ogni carattere problematico, ogni possibilità di messa in questione … La democrazia insomma vuol dire tutto, politica, etica, diritto, civilità, e quindi non dice nulla”. &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Jean Luc Nancy&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;“Democratie, dans quel Etat?”, La Fabrique Editions, 2009&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt; “&lt;em&gt;&lt;span style="font-family:Cambria;"&gt;Quel che accade oggi in Egitto è una condanna dell’ordine globale, quale quello fino ad oggi rappresentato da un Egitto “stabile” (…). In un periodo nel quale la costruzione dello stato è al centro delle dottrine di sicurezza, e nel quale la presenza militare straniera in Afghanistan è fondata su un approccio scientifico verso la legittimità ed i sistemi di governo, gli eventi in Tunisia ed Egitto ci ricordano che l’ordine sociale e la legittimità politica sono più il risultato di un’alchimia imprevedibile che il prodotto di formule esatte&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;”.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;World Politics Review Febbraio 2011&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;----------------------&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Queste due osservazioni &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;forniscono&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;spunti utili per provare a capire &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;quali siano oggi, a dieci anni dall’inizio della guerra in Afghanistan, le contraddizioni insite nella pratica di costruzione della democrazia a tavolino, e quali i punti critici sui quali insistere per provare a costruire un paradigma alternativo a quello vigente. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Premessa indispensabile per tale esercizio è quella di analizzare il concetto &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;di esportazione della democrazia in stretta correlazione con&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;i &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;processi e le scelte politiche e militari che lo sottendono, e chiarire anzitutto&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;i concetti di “state building” e “nation building”. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Secondo la definizione fatta da Francis Fukuyama nel suo&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;“&lt;i style=""&gt;Esportare la democrazia – state building ed ordine mondiale nel XXI secolo&lt;/i&gt;” i due concetti &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;presentano delle differenze sostanziali.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoListParagraphCxSpFirst" style="text-indent: -18pt;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;span style=""&gt;a.&lt;span style="font: 7pt &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;     &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;“state building” riguarda la creazione di istituzioni di governo&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoListParagraphCxSpLast" style="text-indent: -18pt;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;span style=""&gt;b.&lt;span style="font: 7pt &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;     &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;“nation building” riguarda il potere politico esercitato da autorità occupanti direttamente o su governi locali. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Questi due obiettivi spesso entrano in contraddizione con il rischio di bloccare un processo autonomo di democratizzazione.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;Da una parte la mancanza di istituzioni democratiche impedisce il “nation building” e dall’altra le istituzioni non possono funzionare se le parti in conflitto non accettano lo stato.&lt;span style=""&gt;   &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;In linea di massima questa contraddizione emerge con chiarezza in varie fattispecie di sostegno o “esportazione” della democrazia. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;C’è il caso di &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;paesi che avevano strutture di governo, istituzioni insediate, si pensi all’Irak, nel quale la decisione di invadere il paese ha portato al collasso di ogni struttura dello stato. In questo caso &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;le due pratiche di “state-building” e “nation-building” sono corollario della scelta militare di invadere un paese, disarticolarlo per poi costruire un’ipotesi di democrazia “perfetta” di stampo occidentale e sotto protettorato militare. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Oppure il caso di Haiti, o della Somalia, quelli che secondo il gergo sono considerati “failed states-stati falliti”, che non hanno più le strutture adeguate per assicurare la gestione della cosa pubblica, la stabilità o il servizio dei diritti fondamentali delle proprie popolazioni. In questo caso la decisione di definire se no stato è “fallito” o meno è tutta fatta secondo criteri sviluppati nelle capitali del mondo di minoranza, senza provare ad ascoltare i bisogni e le rivendicazioni di quelle popolazioni che sarebbero le prime vittime degli effetti di uno stato fallito. &lt;/p&gt;          &lt;p class="MsoListParagraphCxSpLast" style="text-indent: -18pt;"&gt;La constatazione del fallimento di uno stato, apre la strada alla possibilità d’ ingerenza umanitaria, giustificata dall’imperativo categorico di intervenire laddove il governo di quel paese stia fallendo nell’assicurare il godimento dei diritti fondamentali dei suoi cittadini, La comunità internazionale quindi decide o&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;meno di rispondere ad imperativi di ordine “etico-morale” ed intervenire “per conto” di quelle popolazioni minacciate secondo quella che viene definita “responsabilità di protezione”.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;E per poi contribuire a ricostruire lo stato ed il sistema politico.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;Anche in questo caso la realpolitik e la “politica estera etica” si intrecciano e si confondono a seconda di quello che viene percepito essere l’interesse nazionale di chi decide e pratica l’intervento umanitario.  Si notano in queste fattispecie alcuni elementi comuni, ovvero il conflitto tra realpolitik e principi etici, la definizione delle popolazioni destinatarie degli effetti suppostamente benefici dell’intervento esterno non intese come soggetti principali del processi di ricostruzione della cosa pubblica e dei sistemi democratici , e la stretta correlazione tra state-building , nation-building, dottrine di sicurezza ed ingerenza umanitaria, e strategie militari. &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;E veniamo al caso Afghanistan. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;In Afghanistan la “nation building” affidata alle truppe del contingente ISAF o delle forze armate USA viene perseguita attraverso tattiche di contro-insurgenza piuttosto che attraverso il rafforzamento del principio di legittimità e la ricostruzione dello stato, della società e dell’economia.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;Obiettivo della strategia di contro-insurgenza è quello di costruire le condizioni di sicurezza e controllo del territorio attraverso la presenza di forze armate occupanti. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Lo “state building” invece viene affidato ad un regime corrotto, senza legittimità, insediato con elezioni farsa, &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;come dimostrato anche nelle recenti elezioni parlamentari . Anche l’illusione di poter creare un potere centrale e centralizzato a Kabul stride con la conformazione etnica del paese che invece risponderebbe più ad un modello decentrato e quasi federale di amministrazione. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Dalla prospettiva del popolo afgano non esiste un consolidato senso di appartenenza ad una nazione unica, ed invece aumenta il livello di resistenza anche armata delle comunità locali che non sopportano la presenza militare straniera. Non a caso secondo l’intelligence USA la maggior parte dei combattenti afghani oggi non sono Talebani ma locali che resistono alla presenza militare nei loro territori.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;Alcuni osservatori addirittura prospettano uno scenario simile a quello del Vietnam dove i vietcong erano in grado di amministrare e governare i territori sotto la loro influenza e controllo, con un sistema parallelo rispetto a quello del governo “ufficiale”. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Quale tipo di democrazia è possibile in un paese dove chi dovrebbe costruire lo stato non ha alcuna legittimità popolare, chi dovrebbe fare “nation building” di fatto è una truppa di occupazione straniera, dove si stanno producendo sistemi alternativi e paralleli di “state-building” e “nation-building” da parte dei Talebani, dove nelle strutture pubbliche vengono riciclati criminali di guerra, e dove il modello di stato centralizzato è del tutto incoerente con la storia del paese?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;A questo si aggiunga un’ulteriore considerazione. La storia di questi dieci anni di guerra in Afghanistan è stato caratterizzata da una continua trasformazione dell’obiettivo politico e militare della stessa. Iniziata come rappresaglia all’attacco alle Torri Gemelle, ex art. 5 della NATO, poi con l’obiettivo di liberare il popolo afghano dal regime talebano, poi ancora con lì obiettivo di stabilizzare e ricostruire il paese, poi con l’obiettivo di snidare al Qaeda, e di combattere l’insurgenza talebana, ora con i due obiettivi di stabilizzare il paese ed evitare che il Pakistan cada nelle mani delle forze integraliste islamiche.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;In questo “rolling process”, l’unico elemento di continuità continua ad essere il predominio della strategia militare rispetto a quella politica di ricostruzione di uno stato che possa assicurare il rispetto dei diritti e la dignità del suo popolo. Di conseguenza, l’unica relazione che esiste tra governo e propri cittadini è quella basata sulla forza, situazione nella quale le prospettive di democratizzazione sono sempre più remote. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ciò detto, &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;se la democrazia è un sistema che resiste e si rafforza nella misura in cui le persone ci credono, ed è fondato pertanto sull’esempio e la persuasione piuttosto che sull’imposizione, allora occorre, a dieci anni dall’inizio della guerra una profonda e radicale inversione di rotta. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Anzitutto, operare una “demilitarizzazione” dei processi politici: finché non si rompe questo abbraccio mortale, non ci potrà essere alcun processo di autodeterminazione del popolo afghano. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;Questo significa che al ritiro del contingente NATO potrebbe subentrare un &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;contingente di polizia internazionale possibilmente formato da truppe di paesi che non hanno partecipato al conflitto e con un mandato chiaro delle Nazioni Unite. Significa che ad una strategia di controinsurrezione andrà sostituita una strategia di redistribuzione del potere e di inclusione sociale e politica, ed esplorare la possibilità di &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;sostegno a sistemi di governo ispirati alle strutture comunitarie locali e decentramento politico ed amministrativo. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Secondo, si dovrà sostenere la proposta fatta da ampi settori sociali afghani, un programma di giustizia transizionale che serva a ricostruire il tessuto sociale attraverso un processo di verità e giustizia sulle violazioni dei diritti umani compiute da tutte le parti in causa nel corso del conflitto e prima dello stesso, dai signori della guerra, ai talebani alle forze di occupazione;&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;Nella storia le commissioni di verità e giustizia hanno svolto il compito centrale di ascolto delle vittime, di restituzione di dignità, riportare alla luce la verità collettiva, come presupposto necessario della transizione verso un sistema fondato sui diritti e sulla giustizia. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;Il sistema giudiziario oggi invece non assicura il diritto all’accesso alla giustizia in particolare nelle aree rurali, i tribunali provinciali sono inefficienti, e le amministrazioni locali inesistenti. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Terzo, andrà ripensata la cooperazione allo sviluppo mettendo al centro il soddisfacimento dei bisogni primari della popolazione. Oggi la cooperazione allo sviluppo è praticamente in mano al governo centrale, ed ai militari e una parte infinitesimale dei fondi dedicati va sul territorio a soddisfare i bisogni fondamentali della popolazione quali acqua, educazione, salute, elettricità. Uno stato percepito come erogatore di servizi pubblici essenziali può rafforzare la propria legittimità nelle popolazioni locali;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Quarto, e presupposto centrale di ogni possibile attività in Afghanistan: &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;i supposti “beneficiari” , il popolo afghano, dovranno essere considerati soggetto centrale e non “oggetto di tutela”. Andranno pertanto sostenuti processi di autodeterminazione, di elaborazione di pratiche di partecipazione dal basso , e di rivendicazione di diritti e giustizia, giacché senza cittadini e cittadine non ci potrà essere alcuna forma di governo democratico o meglio una via “afghana” alla democrazia. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-8093597512581163659?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/8093597512581163659/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=8093597512581163659' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/8093597512581163659'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/8093597512581163659'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2011/02/spunti-di-riflessione-sul-tema.html' title='SPUNTI DI RIFLESSIONE SUL TEMA DELL’ESPORTAZIONE DELLA DEMOCRAZIA E INTERVENTI MILITARI: IL CASO AFGHANISTAN'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-5606832600272139898</id><published>2011-02-04T07:32:00.000-08:00</published><updated>2011-02-04T07:33:50.750-08:00</updated><title type='text'>Egitto tra speranze e paure</title><content type='html'>(4 febbraio 2011)&lt;br /&gt;http://www.sinistraeliberta.eu/vetrina/egitto-tra-speranze-e-paure&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il rischio di un bagno di sangue cresce con le ore a piazza Tahrir,  dove da giorni stazionano decine di migliaia di dimostranti che chiedono  a gran voce le dimissioni immediate del presidente Hosni Mubarak ed  elezioni che aprano la strada ad  una nuova stagione di democrazia e  legalità nel paese.  Il fatto nuovo degli ultimi giorni è la reazione,   il tremendo colpo di coda del regime, che sta precipitando il paese  verso uno scenario di guerra civile.  Un esito che soffocherebbe sul  nascere la possibilità di un movimento politico e civile laico e  progressista.&lt;span id="more-19217"&gt;&lt;/span&gt; &lt;p&gt;È scattata l’ora della repressione, con lo schieramento di squadre di  picchiatori e provocatori, l’arresto di testimoni scomodi, dai  rappresentanti di Amnesty International e Human Rights Watch e di altre  ONG,  ai blogger . Quei giovani coraggiosi che tentano di squarciare la  cortina di silenzio che il regime sta imponendo sui media e la  comunicazione, nella consapevolezza che il web e la solidarietà  internazionale sono due strumenti necessari per irrobustire la  resistenza civile delle opposizioni. Sarà il caso allora di chiedersi  come sia possibile tale colpo di coda, quali opportunità il governo  Mubarak sta sfruttando per restare al potere, promettendo ipotetiche  riforme e una transizione dolce e pilotata, mentre assolda sicari e  infiltrati che spargono la morte tra i manifestanti.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Mubarak avrà forse capito che le timide prese di posizione della  comunità internazionali gli offrono una sponda per tentare l’ultima  carta. Quella di provocare una situazione di destabilizzazione totale,  per legittimare la continuità di un sistema autoritario.  Le forze  armate sembrano divise tra la fedeltà al presidente – che come i suoi  predecessori è un militare – ed il popolo, mentre le forze di polizia  fedeli al presidente cercano di rompere il cordone ombelicale che lega i  rivoluzionari di piazza Tahrir al resto del mondo, sperando così di  fiaccarne la resistenza. L’ONU abbandona il paese, i giornalisti restano  chiusi negli alberghi o subiscono le intimidazioni della polizia,  quegli arabi fino a qualche settimana invisibili (come li chiama nel suo  blog – &lt;a href="http://www.invisiblearabs.org/" target="_blank"&gt;www.invisiblearabs.org&lt;/a&gt;  – ed in un riuscito libro la giornalista italiana Paola Caridi  osservatrice attenta dei fatti egiziani), rischiano ora di scomparire di  nuovo in un futuro troppo eguale al passato sofferto finora.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Più il tempo passa più aumentano le chances di una svolta dura, che  tenga in sella il despota, mentre chi dimostra al Cairo per la libertà e  la democrazia, rischia di essere progressivamente isolato dal resto  della popolazione. Una popolazione che per ora assiste allo show down di  piazza Tahrir e presto si potrebbe trovare di fronte alla scelta di  sostenere i dimostranti pro-democrazia oppure Mubarak,  scegliere tra il  caos creato ad arte dal presidente e l’ordine imposto a filo di spada  dallo stesso.  Nel mezzo  moltissimi giovani, pronti al sacrificio  finale, forse in attesa di un segnale forte della comunità  internazionale.  Le rituali esortazioni da parte dell’ONU, dell’Unione  Europea, dei vari consessi internazionali, finanche del Fondo Monetario  Internazionale (!) appaiono tragicamente inadeguate di fronte di una  tale situazione.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Dopo le dichiarazioni di circostanza Stati Uniti ed Unione Europa –  misurando l’equilibrio tra pragmatismo e principi – non hanno alzato il  livello della condanna e della pressione, forse anche per l’azione  persuasiva di Israele, né hanno osato minacciare la sospensione degli  aiuti, fino a 25 miliardi di dollari negli ultimi 25 anni da Washington  nelle casse del regime. Per non parlare del paradosso degli aiuti  dell’Unione Europea legata all’Egitto da un accordo di associazione  entrato in vigore nel giugno 2004 con l’obiettivo (sic!) di promuovere  la stabilità politica, lo sviluppo economico e la cooperazione  regionale.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;L’accordo  come scritto sul sito dell’Unione Europea, incoraggia un  regolare dialogo politico nei contesti bilaterali ed internazionali. &lt;strong&gt; &lt;/strong&gt;Dov’è  stata l’Europa dal 2004 ad oggi, e dov’è ora? A che vale una  dichiarazione di condanna delle violenze se non si ha il coraggio di  chiamare per nome chi delle stesse è responsabile? Nessuna potenza che  siede nel Consiglio di Sicurezza ha osato chiedere la convocazione di  una riunione di emergenza, per valutare gli sviluppi, mandare un segnale  forte su una situazione che può avere ripercussioni a livello  regionale, prospettare l’isolamento totale di un qualsiasi governo che  nasca dal sangue degli egiziani, soffocandone il grido disperato.   Intanto anche da Erevan in Armenia arrivano notizie di imminenti  mobilitazioni per la democrazia.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Di fronte a questi fatti, noi, innamorati del diritto e dei diritti  umani, ci sentiamo persi ed ammirati.  Ammirati del coraggio, della  disponibilità al sacrificio di nostri coetanei d’oltremare. Persi perché  vorremmo fare qualcosa, dare un segno di sostegno o solidarietà. Questo  il senso di alcune iniziative svolte negli ultimi giorni, dalla  partecipazione ad un sit-in di esponenti della comunità egiziana, ad un  dibattito sui fatti di Tunisia ed Egitto, ad un presidio di fronte  all’ambasciata egiziana a Roma. Restano nella mente gli occhi pieni di  lacrime di un egiziano  di Rieti che si è unito oggi al presidio di  Sinistra, Ecologia e Libertà, che spiegava la complessità della crisi, e  gli strumenti a disposizione di Mubarak per reprimere il popolo  egiziano, quella guardia presidenziale che nei fatti è un esercito di  pretoriani disposti a tutto.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;A noi resta una possibilità, quella di creare occasioni, di  contribuire ad aprire spazi pubblici per gli egiziani che vorrebbero  essere lì ma sono condannati a restare qua, capire insieme come  sostenere il loro cammino verso la democrazia e la libertà. Lo possiamo  fare aprendo canali, creando reti con le comunità migranti, contribuendo  a rompere l’isolamento, informando e controinformando, denunciando la  connivente inesistenza del governo italiano di fronte a questi fatti  drammatici.  Perché la dignità di quel popolo è la nostra dignità, il  loro grido di libertà è il nostro, la crisi in Egitto è la crisi di un  modello di democrazia senza più legittimità.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Come dice oggi un osservatore sul sito World Politics Review (&lt;a href="http://www.worldpoliticsreview.com/trend-lines/7750/egypt-and-the-global-crisis-of-legitimacy" target="_blank"&gt;http://www.worldpoliticsreview.com/trend-lines/7750/egypt-and-the-global-crisis-of-legitimacy&lt;/a&gt;) “&lt;em&gt;Quel  che accade oggi in Egitto è una condanna dell’ordine globale quello  fino ad oggi rappresentato da un Egitto “stabile”  (…). In un periodo  nel quale la costruzione dello stato è al centro delle dottrine di  sicurezza, e nel quale la presenza militare straniera in Afghanistan è  fondata su un approccio scientifico verso la legittimità ed i sistemi di  governo, gli eventi in Tunisia ed Egitto ci ricordano che l’ordine  sociale e la legittimità politica sono più il risultato di un’alchimia  imprevedibile che il prodotto di formule esatte&lt;/em&gt;”.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Francesco Martone&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-5606832600272139898?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/5606832600272139898/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=5606832600272139898' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/5606832600272139898'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/5606832600272139898'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2011/02/egitto-tra-speranze-e-paure.html' title='Egitto tra speranze e paure'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-4127525779988317982</id><published>2011-01-29T04:16:00.000-08:00</published><updated>2011-01-29T04:20:02.699-08:00</updated><title type='text'>Quel messaggio che viene dal Maghreb</title><content type='html'>Non si placa l’onda di protesta in Egitto, sulla scia delle mobilitazioni che in Tunisia hanno portato alla caduta di Ben Ali, e il virus della democrazia si sta allargando ad altri paesi, quali lo Yemen e la Giordania, per poi riprendere  forza in Algeria dove è annunciata una nuova grande mobilitazione popolare contro il regime. Per non parlare poi dell’Albania, e della sempre rovente Grecia. (non dimenticando - oltre lo Stretto di Gibilterra - l’”intifada” sahraui, che chiama in causa un altro paese chiave nel bacino, il Marocco).  Per altri motivi anche  in Medio Oriente si assiste ad una fase in grande movimento. Da una parte il nuovo governo sostenuto da Hezbollah in Libano. Dall’altra gli interessanti sviluppi sulla Palestina, passati inosservati nei media,  in particolare l’aumento dei paesi in America Latina che ne stanno riconoscendo l’indipendenza e di quelli europei che hanno deciso di innalzare a rango di ambasciate le rappresentanze diplomatiche palestinesi. Insomma, buona parte della sponda sud-est del Mediterraneo è in fibrillazione. Un movimento tettonico che ha le parvenze di uno storico passaggio di fase, nella quale si rielabora e si ricostruisce dal basso senso comune e democrazia, in paesi finora dominati dalla cleptocrazia o da regimi liberticidi puntellati da governi occidentali per puro interesse geopolitico.  E’ il caso dell’Egitto, i cui eventi di queste ore non nascono dal nulla, ma da un malcontento diffuso e di lunga data, già manifestatosi in  passato con forti mobilitazioni di piazza. Gli egiziani hanno deciso di prendere in mano il futuro del paese, sanno bene che il vecchio Mubarak è ormai al capolinea e non sono intenzionati ad accettare come un fatto compiuto la successione del figlio. Il popolo egiziano, come quello tunisino si sta facendo forza costituente, s’inserisce nelle crepe di un sistema corrotto, e lo vuole capovolgere per rifondare le strutture ed i modelli di governo. In ambedue i casi colpisce la posizione delle potenze occidentali alle quali Tunisia ed Egitto erano storicamente legati, La Francia si sgancia dal regime di Ben Ali e Washington si schiera “dalla parte del popolo egiziano” dopo le dure parole di Hillary Clinton alla conferenza di Doha  su democrazia e riforma della politica, di metà gennaio. Dall’altra parte in Albania il regime di Sali Berisha scricchiola sotto la spinta dell’opposizione di sinistra, in una contesa che non pare – a differenza di quel che si vede dietro le barricate e le fiamme del Cairo o di Tunisi – volta ad una profonda ricostruzione della sfera pubblica. Certo è che alcuni comuni denominatori possono essere evidenziati. Anzitutto il fallimento della politica europea nei confronti del Mediterraneo, che sulla carta avrebbe dovuto portare prosperità e democrazia ed invece si è dimostrata essere un mix micidiale di liberalizzazione degli scambi commerciali, e di mano pesante contro i flussi migratori. Poi il combinato disposto degli effetti della crisi finanziaria che colpisce come un maglio società come quella tunisina già duramente provate da anni di ricette neoliberiste imposte dal Fondo Monetario Internazionale. Lo ricorda giustamente Michael Choussudovski,  un arguto osservatore ed analista della globalizzazione. Oggi le politiche di riduzione della spesa pubblica si accompagnano ad un’ ulteriore contrazione del potere di acquisto delle classi popolari, dovuto in primis all’aumento dei prezzi dei generi alimentari, conseguenza delle speculazioni finanziarie sui prodotti agricoli.  A questo si aggiunge la riduzione progressiva dei flussi di rimesse dei migranti, che per molte famiglie rappresentavano una delle principali fonti di sostegno, di fronte alla disoccupazione endemica soprattutto nelle generazioni più giovani. Aggiungiamo a questo il potere tremendo del web. Qualcuno ha chiamato i fatti di Tunisia la rivoluzione di Wikileaks. Più di questo va sottolineata  la capacità del web di permettere la comunicazione  oltre la censura ed il controllo di polizia,  la possibilità di costruire un sentire collettivo,  pratiche e culture politiche  tra popoli e generazioni accomunati oggi dalla stessa disperazione e voglia di riappropriarsi di persona  del proprio futuro. Un futuro che  rifugge le suggestioni della teocrazia. Ci sarà senz’altro  l’Islam , non potrebbe essere altrimenti, in molti cuori di quelle moltitudini. Echeggia nelle strade il grido “Allah Akbar”, ma è un segno di comunanza, di rivendicazione etica e morale, non il fondamento di un possibile progetto politico o teocratico. Così viene meno anche la motivazione secondo la quale regimi autoritari sono necessari per frenare l’avanzata dell’integralismo e del terrorismo islamico.  Forse in questi giorni sta nascendo un Islam progressista, che non rinnega il proprio passato, semmai lo ibridizza con culture politiche liberali e di sinistra. Se così fosse si può dire che quello cui assistiamo a sud delle nostre coste è un fenomeno storico, che deve interrogare la politica europea, deve aprire una riconsiderazione dei fondamenti stessi del cosiddetto partenariato euro mediterraneo. Proclami che oggi stridono con forza con la realtà che si snoda dinnanzi ai nostri occhi, e che apre uno squarcio nella cappa insopportabile che avvolge il nostro paese, trascinandolo fuori dal “reality show” cui l’informazione “mainstream” ci sta assuefacendo. Al di là di ogni retorica facile, oggi dovremo anche noi sentirci tunisini o egiziani,   riconoscendo che forse da quelle città in fiamme sta partendo un messaggio, un’invito  anche verso l’altra sponda del Mediterraneo. Nel loro Nord, dove i giovani Maghrebini vengono lasciati languire in una banlieu, in un centro di identificazione ed espulsione, ammanettati in un aereo charter, o a sudare dietro un forno a legna. E dove noi, cittadini di un’Europa e di un paese in crisi di identità stiamo vivendo, fin troppo passivamente,  gli effetti di una crisi politica, culturale ed economica senza precedenti.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-4127525779988317982?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/4127525779988317982/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=4127525779988317982' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/4127525779988317982'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/4127525779988317982'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2011/01/quel-messaggio-che-viene-dal-maghreb.html' title='Quel messaggio che viene dal Maghreb'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-8370976578453965787</id><published>2010-12-18T07:44:00.000-08:00</published><updated>2010-12-18T07:46:42.941-08:00</updated><title type='text'>Il difficile futuro dopo Cancun</title><content type='html'>&lt;p&gt;Un fallimento annunciato, Copenhagen II, un passo verso la giusta  direzione, una scialuppa di salvataggio per un multilateralismo alla  deriva. Mai come stavolta tentare di fornire una valutazione univoca  dell’esito della Conferenza di Cancun risulta essere esercizio  complesso, viste le differenti tracce di analisi possibili.  Che il  risultato potesse essere di basso profilo quello era ormai cosa certa.  Bastava leggere attentamente il cosiddetto “testo del Presidente” del  gruppo di lavoro sulla Cooperazione a largo termine (dedicato a definire  le linee di lavoro sui temi dell’adattamento, mitigazione,  trasferimento di tecnologie, finanze) per notare come nella selva di  verbi utilizzati per definire le decisioni finali,  pochi erano i verbi  che definivano un qualche tipo di impegno.&lt;span id="more-16942"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Tra questi  quello – poi confermato a Cancun – di lanciare  definitivamente un programma globale sulla riduzione delle emissioni da  deforestazione e degrado delle foreste (REDD – Reduced Emissions from  Deforestation and Degradation), un fondo verde per il clima, un centro  per il trasferimento delle tecnologie, una cornice istituzionale per  gestire i programmi di adattamento. Il resto era affidato a quello che i  tecnici chiamano “&lt;em&gt;rolling process&lt;/em&gt;” un processo in itinere, nel  quale si decide di non decidere, e di sostituire a impegni certi ,  l’opzione di tenere aperti canali di negoziato.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La presidenza messicana aveva infatti optato per una strategia  alternativa a quella fino ad allora attuata. Piuttosto che pensare di  poter approvare un pacchetto onnicomprensivo d’impegni e di azioni, si  era deciso di lavorare sui cosiddetti “&lt;em&gt;building blocks”.&lt;/em&gt; Un  gioco del Lego nel quale mattoncino per mattoncino si ricostruiva il  quadro negoziale e si definivano pezzo per pezzo gli impegni politici e  di spesa. Partendo dalla base, dai mattoncini sui quali si era  registrato già a Copenhagen una sorta di consenso. Astuzia diplomatica e   delicati equilibrismi hanno così caratterizzato   la gestione della  Conferenza da parte della presidenza messicana.  Già a Tianjin la  “vulgata” ufficiale indicava in un eventuale fallimento di Cancun il  colpo di grazia per un processo multilaterale già messo a dura prova a  Copenhagen, grazie alla scellerata gestione della presidenza danese, ed  al colpo di mano attuato da Barack Obama ed altri paesi che imposero un  accordo non vincolante di fatto contraddicendo le più elementari regole  del consenso.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Allora il “Copenhagen Accord” venne “notato” dalla Conferenza delle  Parti, non essendo testo ufficiale di negoziato, né condiviso da alcuni  paesi quali la Bolivia, e l’Ecuador. Allora l’ALBA sembrava potesse  essere un nuovo importante attore nel negoziato globale. Oggi, al  conteggio finale del dopo Cancun, la Bolivia risulta essere più isolata  che mai. L’Ambasciatore Pablo Solon – a parte qualche manifestazione di  sostegno di circostanza fatta dai tradizionali alleati (Nicaragua, Cuba,  Ecuador) – è stato lasciato solo, come un Davide contro Golia a  reiterare l’inadeguatezza dell’accordo finale, possibile complice di  “genocidio ed ecocidio” (così nelle sue parole). Oggi gli “Accordi di  Cancun” (“Cancun Agreements”) vengono accettati da tutti, chi più e chi  meno, come un minimo comun denominatore necessario per tenere aperto il  negoziato multilaterale verso la prossima Conferenza delle Parti di  Durban 2011.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Quale sarà lo scenario dei prossimi mesi è difficile prevedere,  sicuramente però si possono già intuire quelli che saranno le questioni  sulle quali si concentrerà il negoziato.  Prima fra tutte quella  relativa al supporto al secondo periodo d’ implementazione del  Protocollo di Kyoto, protocollo messo a dura prova dal fuoco incrociato  di Canada, Giappone Stati Uniti, e per ultimo dalla Russia che aveva  annunciato proprio a Cancun la sua decisione di non sottoscrivere il  secondo periodo di impegno.  Di riflesso l’inattesa apertura di India e  Cina pronte ad accettare impegni di riduzione delle emissioni, in cambio  di un sostegno al protocollo di Kyoto ha contributo a ridisegnare i  rapporti di forza negoziali, dando al gruppo BASIC (Brasile, Cina,  Sudafrica e India) un ruolo propulsore, e lasciando gli Stati Uniti  all’angolo, stretti tra il rilancio di Cina ed India ed un Congresso a  maggioranza repubblicana che non permette strappi in avanti.  Se una  similitudine si può trovare con il negoziato di Cancun 2003  all’Organizzazione Mondiale del Commercio forse è proprio quella  relativa al rafforzamento del ruolo dei paesi BASIC che allora diedero  il colpo di grazia al Doha Round ed ora invece una boccata d’ossigeno  alla Conferenza sui Mutamenti Climatici.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Il Protocollo di Kyoto resta così in piedi, ma duramente provato:  basti leggere le parti relative agli impegni di riduzione delle  emissioni accettate a Cancun per capirne il destino.  In un gioco  d’incastri tra vari documenti, necessario per mantenere un equilibrio  tra esigenze dei paesi in via di sviluppo e paesi industrializzati, si è  nei fatti ribadito il contenuto dell’Accordo di Copenhagen.  Stabilizzazione della crescita di temperatura a 2 gradi rispetto ai  livelli pre-industriali (che in molti ritengono comunque letale ad  esempio per  i piccoli paesi insulari) sottoposta però a revisione nel  2015 nell’ottica di una possibile riduzione a 1,5 gradi. Alcuni  osservatori hanno accolto questa decisione con soddisfazione visto che  per la prima volta il limite dei 2 gradi verrebbe incluso in un accordo  internazionale.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Al posto dei cosiddetti MRV (&lt;em&gt;Monitoring Reporting and Verification&lt;/em&gt;)  il vero irritante del negoziato degli ultimi mesi, si è sostituito un  sistema di verifica “leggero”, “non intrusivo” e “rispettoso della  sovranità”.  A Cancun si è poi fissato definitivamente  il 1990 come  l’anno di riferimento per calcolare il livello di riduzione delle  emissioni, anche se poi si lascia ampia discrezionalità ai paesi di  decidere per una data differente.  Il vero bandolo della matassa  riguarda il rapporto tra impegni di riduzione e piani di mitigazione  nazionali, che – a detta dei paesi in via d’ industrializzazione –  rischiano di essere eccessivamente onerosi riguardo alle loro  prospettive di crescita. Allora il primo nodo che i negoziati verso  Durban dovranno sciogliere è proprio questo che tiene ancorati i destini  del protocollo di Kyoto ai piani di mitigazione. Sul protocollo di  Kyoto e sulla “forma legale” del nuovo accordo vincolante, la partita è  ancora aperta.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Si  è esteso di un anno il mandato del gruppo di lavoro dedicato, con  l’obiettivo di continuare a discutere sullo strumento da adottare,  ossia se proporre un nuovo protocollo, o un’ appendice al vecchio. O se  seguire il sistema – nei fatti legittimato a Cancun –  del cosiddetto “&lt;em&gt;pledge and review&lt;/em&gt;”  proposto dagli USA e del quale l’Accordo di Copenhagen è imbevuto: ci  impegniamo sulla carta a ridurre le emissioni e di volta in volta  facciamo e verifiche del caso. Nessuna sanzione, nessun impegno chiaro. A  queste condizioni il Protocollo resterebbe sì in piedi , ma come una “&lt;em&gt;imago sine re&lt;/em&gt;”,  immagine senza sostanza.  Sul tema delle finanze per i programmi sul  clima, è stato  lanciato definitivamente il Fondo Verde per il Clima, la  cui struttura dovrà essere definita da un gruppo di lavoro ad hoc entro  la Conferenza di Durban.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Questo fondo dovrà essere sotto l’autorità della Conferenza delle  Parti, ma per i primi tre anni affidato alla Banca Mondiale che opererà  come amministratore fiduciario. Un colpo al cerchio uno alla botte, per  chi voleva la banca mondiale attore centrale dei finanziamenti  per il  clima e chi invece la voleva fuori. Peccato che ci si scordi di due  dettagli non indifferenti: il primo che la Banca Mondiale è  l’istituzione pubblica di sviluppo maggiormente coinvolta nel sostegno  ai combustibili fossili ed il secondo che il suo ruolo come  amministratore fiduciario è risultato essere discutibile e di scarsa  efficacia come attestato da alcune valutazioni  interne in corso. E di  quanti soldi stiamo parlando? A Cancun si riafferma l’impegno a  stanziare 30 miliardi di dollari l’anno fino al 2012 e da allora in poi  100 miliardi di dollari, ma dove andare a trovare queste somme è ancora  poco chiaro.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Da una parte va rilevato che non si è adottato alcun impegno sul  sostegno a meccanismi di mercato per il finanziamento dei programmi di  mitigazione, né per la costruzione di un mercato mondiale di permessi di  emissione, anche se viene ribadita la centralità dei meccanismi di  flessibilità previsti da Kyoto.  Dall’altra però nulla è stato deciso  sugli impegni di spesa relativi a fondi pubblici , nuovi ed addizionali,  e non riciclati dalla cooperazione allo sviluppo, che devono invece  essere la principale fonte di sostegno ai programmi di adattamento e  mitigazione.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Il rapporto stilato dal gruppo di lavoro ad hoc costituito da Ban Ki  Mun identifica poi alcune ipotesi quali una carbon tax globale, o  addirittura una possibile tassazione sulle transazioni finanziarie che  però non ha avuto grande eco nel negoziato.  Certo è che da Cancun parte  un segnale chiaro verso il settore privato, che può vedere nella “green  economy” e nella transizione verso un’economia a basso contenuto di  carbonio un’importante opportunità. A leggere il documento finale di  Cancun risulta evidente che tutto il tema dei mutamenti climatici resta  solidamente ancorato ad un paradigma economico e di sviluppo che  continua a vedere nella crescita economica &lt;em&gt;(“high growth”)&lt;/em&gt; il  parametro centrale di riferimento. Questo forse è il vero grande limite  del negoziato: quello di non prospettare una vera inversione di rotta,  un nuovo modello che possa mettere in sinergia ambiente inteso come  giustizia ambientale, ed economia intesa come sganciamento progressivo  dal falso mito della crescita. Su questo il lavoro da fare è ancora  molto soprattutto per creare e irrobustire quella domanda politica dal  “basso” che può contribuire a scalfire la fiducia mal riposta nel  modello di mercato e di crescita. Lasciare tutti i destini del Pianeta  solo ed esclusivamente ad un negoziato internazionale tra stati rischia  di legittimare una corsa verso il ribasso, se in questo negoziato le  uniche due forze trainanti sono gli interessi nazionali degli stati , o  quelli del posizionamento nella governance globale, e l’opportunismo  delle imprese.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Perché se da Cancun si è deciso di tenere in vita il processo  multilaterale, varrà ora la pena di interrogarsi di quale  multilateralismo si stia parlando, giacché il ruolo dei movimenti della  società civile, delle municipalità, dei soggetti non statuali altri  rispetto agli Stati ne è risultato fortemente eroso. Chi era a Cancun  non ha potuto non constatare la grande difficoltà di incidere e seguire  le trattative, quasi tutte a porte chiuse, ed anche prendere atto della  frammentazione dei movimenti, riuniti in ben 4 coordinamenti ed  iniziative differenti che ne hanno certamente diluito la capacità di  incidenza politica.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Al di là delle questioni specifiche relative al clima ed al modello  energetico, che oggi più di prima devono essere affrontate soprattutto a  livello nazionale e locale, Cancun ci lascia quindi un messaggio chiaro  riguardo all’urgenza di costruire nuove alleanze, tra movimenti  sociali, ed ambientali, piccole e medie imprese dedicate alle energie  rinnovabili ed al risparmio energetico, comunità che già applicano  metodi di adattamento e mitigazione dei mutamenti climatici,  organizzazioni indigene e contadine, amministrazioni locali “virtuose”,  sindacati. Senza questa convergenza di soggetti politici, il percorso  verso Durban rischia di restare un percorso tra Stati, guidato quindi  solo ed esclusivamente dall’urgenza di conciliare un generico interesse  nazionale con l’imperativo categorico della crescita economica. E dal  quale difficilmente difficilmente potrà derivare una netta inversione di  rotta.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Francesco Martone&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-8370976578453965787?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/8370976578453965787/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=8370976578453965787' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/8370976578453965787'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/8370976578453965787'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2010/12/il-difficile-futuro-dopo-cancun.html' title='Il difficile futuro dopo Cancun'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-8802540487441214063</id><published>2010-12-17T07:47:00.000-08:00</published><updated>2010-12-18T07:48:17.759-08:00</updated><title type='text'>Tutto o nulla a Cancun</title><content type='html'>Un anno è passato dal vertice ONU sul Clima di Copenhagen, quando si consumò uno strappo che finora solo in parte è stato possibile ricucire. Complici di tutto ciò furono allora la doppiezza del governo danese, prono agli interessi degli Stati Uniti, il decisionismo di un Barack Obama ancora in testa nei sondaggi di popolarità, il basso profilo della UE, e l’adozione di un accordo non vincolante perseguito con modalità poco inclusive e trasparenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da allora l’irrigidimento delle posizioni di Stati Uniti e Cina ha di fatto condizionato ogni possibile passo in avanti. Ormai da settimane i media internazionali ci preannunciano un risultato di basso profilo, per lo più centrato su misure concrete verso i paesi maggiormente vulnerabili al cambio climatico, riponendo ogni aspettativa per un accordo vincolate sulle riduzioni di emissioni e la stabilizzazione della temperatura globale al 2011 quando i governi si riuniranno a Durban,in Sudafrica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E così nell’ultimo incontro preparatorio di Tianjin tenutosi ai primi di ottobre  è continuato lo scontro tra USA e Cina. La Cina chiede – anche per conto dei G77 – denaro e un impegno chiaro a rispettare i vincoli di Kyoto per i paesi che hanno ratificato quell’accordo, estendendo il regime vincolante anche agli USA.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Washington –  a maggior ragione dopo la batosta elettorale subita da Obama alle elezioni di mid-term – si presenterà con un pacchetto di proposte  leggerissime, da quelle già lanciate a Copenhagen di una riduzione del 17% delle emissioni dai livelli del 2005 entro il 2020,  (in un modello volontario che metterebbe in mora Kyoto) alla richiesta  a Cina e G77 di ridurre le  emissioni accettando controlli sull’uso dei fondi per il clima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad oggi  dei 30 miliardi di dollari annunciati a Copenhagen per il periodo 2010-2012 solo 3 sono stati effettivamente stanziati per programmi di adattamento, e circa 5 per la protezione delle foreste. Per avere un’idea delle proporzioni, si calcola che dal 2012 siano necessari per lo meno100 miliardi di dollari l’anno. Cifre che a fronte delle spese militari globali sembrano quasi irrisorie: solo in Italia per l’acquisto di un centinaio di cacciabombardieri F35 si brucerebbero 29 miliardi di euro mentre la spesa militare globale viaggia intorno al trilione e passa di dollari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il dossier “foreste” potrebbe essere l’unico possibile passo in avanti a Cancun. In verità su questo quasi tutti sono d’accordo sul fatto che REDD (Reduced Emissions from Deforestation and Degradation) potrebbe rappresentare la soluzione ideale: pochi impegni di spesa, per sostenere meccanismi di assorbimento dei gas serra, senza necessariamente ridurli nei paesi ricchi, ed in cambio denaro per ripagare i paesi tropicali per le entrate cui dovranno rinunciare per proteggere le loro foreste.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;REDD  rischia di essere però il topolino partorito dalla montagna, in attesa di tempi migliori verso il prossimo vertice di Durban. Certo è che senza un riconoscimento della centralità della tutela della biodiversità si rischia di sostenere la sostituzione di foreste vergini in piantagioni, magari di biofuel, senza un vincolo sui  diritti umani e dei popoli indigeni, si rischia di scatenare una corsa all’oro verde ed alle terre indigene da parte di governi ed imprese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mentre grazie ai permessi di emissione generati da REDD i paesi industrializzati e le imprese potranno continuare ad  inquinare. Anche REDD  potrebbe cadere nella tagliola dei veti incrociati. Fino a qualche settimana fa si ipotizzava che Cancun potesse produrre una serie di decisioni per azioni concrete, incluso quello sulle foreste, struttura del fondo climatico, trasferimento di tecnologie, adattamento e monitoraggio dei programmi di mitigazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora si propende per un unico documento  equilibrato, come da richiesta americana. Tutto o nulla questa è la posta in gioco a Cancun. Il tutto rischia di essere insufficiente, il nulla un duro colpo alla tenuta delle Nazioni Unite e del multilateralismo già duramente messo a dura prova un anno fa  nella gelida capitale danese.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-8802540487441214063?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/8802540487441214063/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=8802540487441214063' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/8802540487441214063'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/8802540487441214063'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2010/12/tutto-o-nulla-cancun.html' title='Tutto o nulla a Cancun'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-8622684143129209041</id><published>2010-12-14T07:48:00.000-08:00</published><updated>2010-12-18T07:50:32.707-08:00</updated><title type='text'>Foreste banco di prova del negoziato sul clima a Cancun</title><content type='html'>C’è un tema poco dibattuto nel meeting messicano sulla sorte di centinaia di gruppi indigeni e la protezione delle foreste in cambio di aiuti finanziari dei paesi industrializzati, tra cui l’Italia che ha iniziato a promettere fondi. Il rischio del land grabbing, per espellere comunità indigene e trasformare le foreste in strumenti di produzione di denaro, calpestando diritti e alla tutela degli ecosistemi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;CANCUN – Nel clima di sfiducia che regna sui Negoziati per la riduzioni delle emissioni di Gas Serra della COP16 delle Nazioni Unite a Cancun, c’è un tema poco dibattuto che può decidere delle sorti di centinaia di gruppi indigeni, quello dei cosiddetti programmi REDD (Reduced Emissions from Deforestation and Degradation). Richiesti  alcuni anni or sono dalla Coalizione dei Paesi con Foreste Tropicali, in primis Panama, Costa Rica, Guyana, Papua Nuova Guinea, per riattivare un negoziato internazionale in sede ONU sulla protezione delle foreste in cambio di supporto finanziario da parte dei paesi industrializzati, tra cui l’Italia che ha iniziato a promettere fondi. “Questo tipi di negoziati sono però pieni di rischi” – spiega Francesco Martone, della Ong inglese Forest Peoples Programme 1, che  da due anni accompagna come consigliere politico le delegazioni indigene ai negoziati sul clima. L’associazione Forest Peoples Programme, lavora in supporto ai popoli indigeni delle foreste tropicali, per il  riconoscimento del loro diritto all’autodeterminazione, per difendere i diritti umani e per gli ecosistemi dai quali dipende la loro sopravvivenza.&lt;br /&gt;Un meccanismo rischioso. L’anno scorso a Copenhagen venne lanciato un programma di supporto alle attività di protezione delle foreste REDD, per circa 4 miliardi di dollari; oggi, in Messico si discute di come chiudere gli accordi. Ma quale meccanismo dovrebbero incentivare i REDD? I paesi con foreste tropicali si impegnano da una data da definire a ridurre o fermare la deforestazione, in cambio sarebbero ricompensati con l’accesso a fondi per coprire le mancate rendite delle attività economiche. REDD potrebbe rappresentare un incentivo a deforestare fino alla data fissata per poter poi reclamare un risarcimento più alto e accedere ai fondi per i programmi REDD. “Le Foreste sarebbero considerate come pozzi di carbonio senza dare pieno risalto agli altri valori d’uso e non-uso, biodiversità, servizi ambientali, e questioni relative ai diritti dei popoli indigeni”, racconta Martone. “Il rischio è di scatenare quella che si definisce land grabbing, una corsa all’oro verde espellendo comunità indigene e trasformando le foreste in strumenti di produzione di denaro”.&lt;br /&gt;Il business del carbonio. Si prevede, infatti, che i progetti REDD possano generare crediti di carbonio e quindi aprire le foreste ai mercati di carbonio, permettendo così a imprese che continuano a emettere gas serra di compensare quelle emissioni con l’acquisto di crediti di carbonio. “Un’eventualità che presenta forti dubbi sulla commercializzazione delle foreste che incontra la forte resistenza di movimenti sociali, popoli indigeni e paesi come la Bolivia”, sottolinea Martone. I popoli indigeni riuniti a Cancun hanno elaborato richieste specifiche per i Governi relative non solo a REDD ma al resto dei Negoziati. “Per molti indigeni REDD rappresenta una minaccia, ma anche un’opportunità per aprire uno spazio di discussione con i rispettivi governi, come ad esempio in Indonesia o Paraguay”, continua il delegato di Forest Peoples Programme. “Questo, a condizione che  si riconoscano i loro diritti fondamentali, alla terra, alle risorse, all’autodeterminazione, partecipazione e consenso previo informato, ed alla propria conoscenza tradizionale”. Tutti diritti riconosciuti nella Dichiarazione ONU sui diritti dei popoli indigeni adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e riconosciuta recentemente anche dal Canada, paese che assieme agli Stati Uniti non si era ancora espresso in proposito.&lt;br /&gt;La posizione italiana. Tagli alla cooperazione e  fondi REDD promessi alla Banca Mondiale. Nel 2009 a Copenhagen nasce il Partenariato ad interim su REDD, al quale hanno aderito 54 paesi, tra cui l’Italia. Nell’ultima Conferenza sulla Biodiversità di Nagoya, il nostro Paese annuncia la decisione di stanziare 100 milioni di dollari alle iniziative internazionali su REDD, inclusi 5 milioni di dollari per un programma gestito dalla Banca Mondiale, il cosiddetto FCPF, Forest Carbon Partnership Facility 2. Ma da dove vengono questi soldi visti i tagli fatti a tutti i fondi per al cooperazione nella Legge Finanziaria? “Non è chiaro, certamente da bilanci del Ministero dell’Ambiente visto che l’annuncio è stato fatto dal Ministro Prestigiacomo”, spiega Francesco Martone. “Certo in tempi di tagli alla cooperazione bilaterale questo impegno finanziario apre diversi interrogativi, anche sulla frammentazione dei fondi di cooperazione internazionale tra Ministero degli Esteri, Ambiente e Economia. Questi fondi serviranno a sostenere programmi di preparazione alle iniziative REDD, ma non è chiaro quali siano le condizioni poste dall’Italia ovvero se si chiederà alla Banca mondiale ed agli altri attori di tutelare i diritti indigeni o la biodiversità o a non ricorrere ai mercati di carbonio. O se questi fondi non serviranno a sostenere indirettamente interessi imprenditoriali e commerciali italiani, nel settore forestale o attraverso l’acquisto di permessi di emissione”.&lt;br /&gt;Declino del negoziato multilaterale. Cancun potrebbe rappresentare un punto di rottura irreversibile del ruolo delle Nazioni Unite sul tema del cambiamento climatico, secondo Martone. La corsa al ribasso per un accordo condiviso pare essere la chiave per tenere tutti al tavolo della trattativa e sperare in una maggiore determinazione nel percorso verso Durban 2011. “L’ambasciatore De Alba, intervenendo alla riunione del Caucus Indigeno, ha fatto capire chiaramente che questa determinazione non verrà certo dai paesi ricchi ma deve essere alimentata dalla società civile e dai movimenti”. Movimenti che però invocano una netta inversione di rotta, verso il riconoscimento del debito ecologico e la giustizia climatica, ed una netta uscita dalla trappola dei combustibili fossili, piuttosto che insistere su soluzioni quali i mercati di carbonio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Paola Amicucci&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fonte: Repubblica.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-8622684143129209041?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/8622684143129209041/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=8622684143129209041' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/8622684143129209041'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/8622684143129209041'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2010/12/foreste-banco-di-prova-del-negoziato.html' title='Foreste banco di prova del negoziato sul clima a Cancun'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-8567048325257851593</id><published>2010-11-10T09:43:00.000-08:00</published><updated>2010-11-10T09:44:26.182-08:00</updated><title type='text'>Perché   noi di SEL ci dobbiamo preoccupare per i Sahrawi ed i Birmani</title><content type='html'>&lt;style&gt;@font-face {   font-family: "Cambria"; }p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 10pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; }&lt;/style&gt;           &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span lang="IT"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span lang="IT"&gt;Due importanti notizie hanno fatto il giro del mondo questi giorni ma non hanno attraversato neanche di striscio il dibattito politico nostrano, tutto focalizzato a vaticinare la fine imminente o meno dell’era berlusconiana, e il futuro prossimo del paese. Un paese sempre più ripiegato in se stesso, che non sa e non vuole guardare al mondo se non come fonte di minacce, da quella posta dalla crisi finanziaria, a quelle costruite ad arte dai media “mainstream” e certa propaganda che rasenta la xenofobia, delle invasioni di migranti. Sempre più distante la guerra in Afghanistan, il conflitto israelo-palestinese, il prossimo G20 di Seoul, che dovrebbe approntare le misure necessarie per affrontare la crisi finanziaria e prevenirne di nuove. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;Un paese ed una politica che leggono le situazioni che accadono al di là dei propri confini ripetendo la logica di schieramento, o comunque come eventi forse ineluttabili o semmai i cui destini restano in mano della volontà dei governi o della comunità internazionale. E di rado , se non mai, si prova a leggere gli eventi dalla parte di coloro che quegli eventi subiscono, e che pertanto devono essere il punto di partenza per prospettare qualsiasi ipotesi di soluzione politica. Sono &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;drammatiche le notizie che provengono dal Sahara Occidentale , sulla repressione sanguinosa operata dal’esercito marocchino contro migliaia di Sahrawi accampati alla periferia della capitale Al Aayoun. Non quella fatta di tende in plastica azzurra e ricostruita nel mezzo del deserto algerino, ma quella”ufficiale” popolata da sahrawi d’importazione. Coloni fatti affluire da Rabat con la marcia verde poco dopo l’armistizio che nel 1975 pose fine alla guerra d’indipendenza, e di fatto consolidato l’occupazione militare marocchina e l’inizio di un incubo per un popolo senza stato. Da allora ogni anno il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha confermato il mandato ad un contingente di Caschi Blu per vigilare sul cessate il fuoco, e da allora ad oggi nessuno sforzo effettivo è stato fatto per organizzare il referendum che dovrebbe sancire il destino del vecchio Sahara spagnolo, colonia venuta meno con il venir meno del franchismo. Migliaia di soldati marocchini restano appostati lungo un muro di sabbia che separa il Sahara occidentale dagli insediamenti sahrawi quasi tutti in Algeria. Un popolo, i Sahrawi, che ha deciso la linea della nonviolenza e della fiducia nel diritto internazionale, ma che oggi vede svanire lentamente tutte le proprie speranze. Premono i giovani sahrawi per una intifada, resistono gli anziani leader del Polisario, pur nelle difficoltà attuali, dovute a importanti defezioni di leader storici passati dall’altra parte, uno di loro addirittura a fare l’ambasciatore marocchino in Spagna.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;Marocco, Algeria, Spagna, Stati Uniti, Unione Europea, sono i principali attori nella vicenda Sahrawi, giocatori di scacchi in una vicenda che può segnare non solo il destino di un popolo ma anche la tenuta dell’opzione nonviolenta e della fiducia nella diplomazia e nel diritto internazionale. Per questo, anche per questo ci deve interessare il popolo sahrawi, perché con loro rischia di scomparire il diritto,, schiacciato nella morsa degli interessi geopolitici contrapposti. Marocco alleato chiave per la Spagna (basti pensare al questione di Ceuta e Melilla e le politiche di esternalizzazione delle frontiere, o le concessioni di pesca in alto mare) e per gli Stati Uniti, interessati non solo alle risorse naturali del Sahara occidentale ma anche ad avere fedeli alleati nella lotta al terrorismo islamico.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;E poi c’è l’Algeria che utilizza la carta della decolonizzazione e dell’autodeterminazione dei Sahrawi per provare a conquistare uno sbocco a mare sull’Oceano Atlantico. La Unione Europea è spaccata sulla vicenda Sahrawi con la Francia alleata storica del Marocco e non ha trovato di meglio che&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;affidare alla Lady Ashton una dichiarazione di basso profilo, Intanto a New York dovrebbero riprendere dei negoziati ufficiali tra Polisario e Marocco, che a questo punto obbligherà i Sahrawi a negoziare con la pistola alla tempia. Mentre El Aayoun brucia. Spostiamoci di continente e le notizie dalla Birmania (si noti bene non usiamo il termine Myanmar coniato dalla dittatura militare) ci raccontano di un esodo &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;di profughi verso la Thailandia, dopo lo scontato esito delle elezioni politiche truffa,pilotate dalla giunta militare – ma del resto era chiaro fin dall’inizio per chi aveva osservato da vicino il processo costituzionale manovrato ad arte dai generali. A migliaia stanno fuggendo per il timore del riaccendersi della guerra civile tra truppe governative e ribelli di varie etnie. Ed il premio nobel per la Pace Aung San Suu Kyi nonostante gli annunci della giunta resta agli arresti , dopo l’ennesimo bluff verso la comunità internazionale. Anche se si susseguono voci i&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;una sua imminente liberazione, Ma la giunta birmana ci ha abituato a questi continui ed estenuanti “tira e molla”. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;La Cina considera la Birmania alleato strategico, per il controllo di quello scacchiere cruciale per le rotte mercantili e per le sue risorse energetiche. Né più e né meno come le imprese transnazionali occidentali che non hanno avuto l’ardore di disinvestire dal paese, e con l’Unione Europea che a parole sostiene la democrazia ma nei fatti mette in discussione lo strumento delle sanzioni mirate per optare per un approccio più dialogante. Una sorta coinvolgimento costruttivo simile a quello dietro il quale finora si è trincerata anche la Thailandia, con migliaia e migliaia di profughi birmani da anni accampati a Mae Sot e lungo la frontiera. Migliaia di uomini, donne bambini, le cui vite e la cui dignità vengono &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;schiacciate anche in questo caso dagli interessi geopolitici contrapposti di varie potenze mondiali e regionali. Le donne e gli uomini i bambini e gi anziani Sahrawi e birmani non possono essere lasciati in balia di una storia fatta dai potenti, né semplicemente liquidati come vittime ineluttabili del loro destino. Anzi&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;una politica estera di sinistra, deve, come suggerisce la filosofa Judith Butler, nella sua ultima fatica “ Frame of War” “Cornici di Guerra”, saper cogliere l’importanza della nonviolenza e per far ciò superare la visione secondo la quale quelle popolazioni sono vittime predestinate alla guerra e necessitanti aiuto. Piuttosto ogni possibile soluzione politica deve partire dalla centralità della loro dignità in quanto essere umani, il cui destino non deve essere necessariamente quello di vittime di guerra o violazione dei propri diritti. Ed allora anche noi, che viviamo lontani da quei drammi dovremmo fare un passo in avanti e fondare la nostra opzione nonviolenta sul riconoscimento che anche noi potremmo un giorno essere vulnerabili, e che finora ci salviamo solo perché siamo in paesi più ricchi, più armati, più potenti. Ecco perché oggi quello che succede in Sahara Occidentale ed in Birmania ci deve toccare da vicino in quanto amanti del diritto, della libertà e dei diritti umani, della nonviolenza e della soluzione diplomatica dei conflitti, Ma anche perché da una nuova lettura di quegli eventi possiamo trarre spunto per un’ipotesi di sinistra che metta al centro la dignità delle persone e sia all’altezza delle sfide contemporanee. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span lang="IT"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span lang="IT"&gt;Francesco Martone&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span lang="IT"&gt;Forum sulle Politiche Internazionali di Sinistra Ecologia&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;e Libertà&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-8567048325257851593?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/8567048325257851593/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=8567048325257851593' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/8567048325257851593'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/8567048325257851593'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2010/11/perche-noi-di-sel-ci-dobbiamo.html' title='Perché   noi di SEL ci dobbiamo preoccupare per i Sahrawi ed i Birmani'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-3200182271446885764</id><published>2010-07-30T02:02:00.000-07:00</published><updated>2010-07-30T02:03:26.988-07:00</updated><title type='text'>Todos somos Arizona</title><content type='html'>Stamattina mi sono alzato, come di norma ho letto i giornali online, nei quali si parla del duello Fini-Berlusconi, scorso i post dei miei amici su Facebook, e visto immagini postate da Sharon he vorrei vedere anche qua da noi. Sono le immagini di migliaia e migliaia di migranti latinos che marciano per le strade di New York, Chicago, Detroit, San Francisco, Los Angeles, persone incatenate davanti ad una prigione dell’Arizona per evitare altre deportazioni, striscioni calati dal ponte di Oakland contro la legge razzista e liberticida approvata dal Senato dell’Arizona. &lt;a href="http://www.flickr.com/photos/puenteaz/sets/"&gt;(http://www.flickr.com/photos/puenteaz/sets/) &lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Un movimento nazionale e plurinazionale, organizzato, con il sostegno dei movimenti per le libertà civili statunitensi.  Un movimento di base di donne ed uomini che rivendicano direttamente i loro diritti di cittadinanza. Mi domando dove sia Barak Obama in tutto questo. E mi viene alla mente un bel libro che raccoglie una conversazione tra  Judith Butler e Gayatri Spivak, sulla fine dello stato nazione. Lì si discute del paradosso dei migranti latinos che cantano in spagnolo l’inno americano per rivendicare il proprio diritto ad appartenere a quella comunità, che grazie alla loro presenza si trasforma in maniera irreversibile. Oppure alle parole di Alain Touraine quando tratta dei movimenti dei sans-papier nel suo saggio sulle strategie di resistenza al neoliberismo. Insomma la storia del movimento migrante ci racconta molte cose, ci sfida a pensare nuove forme di azione politica,  immaginare percorsi nei quali si mette al centro il protagonismo in prima persona degli aventi diritto, di coloro che hanno diritto alla mobilità ed alla cittadinanza.  Poi mi metto a pensare a noi, che con Sinistra, Ecologia e Libertà stiamo provando a costruire un progetto politico, uno spazio comune nel quale si possa ritrovare chi oggi vuole impegnarsi per una società più giusta, pacifica, equa e pulita. Ripercorro le immagini delle  riunioni alle quali ho partecipato, mi preoccupa l’uniformità cromatica delle nostre epidermidi. Mi arrovella il cervello il timore che questo partito in costruzione  forse inconsapevolmente (e questo sarebbe ancor più grave),  non riesca a rappresentare la vera società italiana, ormai multietnica e pluriculturale. Un partito di soli “italiani” e bianchi (a parte qualche eccezione), che tratta di questioni quali l’immigrazione, come se fossero solo relative all’antirazzismo o alla promozione di un nuovo  “welfare”, (approccio di protezione) o al contrasto alla repressione (comunque sia accettando il confronto sul piano della sicurezza).  Che non   ascolta le voci dei diretti interessati e   non sa fare uno scatto di avanti,   provando a costruire uno spazio d’iniziativa comune con  i migranti e con le seconde generazioni,. Questo sarebbe ancor di più il mio partito, un soggetto plurale e “meticcio”, che offre opportunità di azione innovativa, radicale, inclusiva ed includente. E che non teme di contemplare tra gli strumenti della sua azione politica anche sane pratiche di disobbedienza civile ed azione diretta nonviolenta.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-3200182271446885764?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/3200182271446885764/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=3200182271446885764' title='7 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/3200182271446885764'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/3200182271446885764'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2010/07/todos-somos-arizona.html' title='Todos somos Arizona'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>7</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-4629501638546260887</id><published>2010-07-15T05:06:00.000-07:00</published><updated>2010-07-15T05:07:18.398-07:00</updated><title type='text'>Una soluzione diplomatica e nonviolenta alla crisi iraniana</title><content type='html'>   &lt;meta name="Titolo" content=""&gt; &lt;meta name="Parole chiave" content=""&gt; &lt;meta equiv="Content-Type" content="text/html; charset=utf-8"&gt; &lt;meta name="ProgId" content="Word.Document"&gt; &lt;meta name="Generator" content="Microsoft Word 2008"&gt; &lt;meta name="Originator" content="Microsoft Word 2008"&gt; &lt;link rel="File-List" href="file://localhost/Users/francescomartone/Library/Caches/TemporaryItems/msoclip/0/clip_filelist.xml"&gt; &lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;o:officedocumentsettings&gt;   &lt;o:allowpng/&gt;  &lt;/o:OfficeDocumentSettings&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:trackmoves&gt;false&lt;/w:TrackMoves&gt;   &lt;w:trackformatting/&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:drawinggridhorizontalspacing&gt;18 pt&lt;/w:DrawingGridHorizontalSpacing&gt;   &lt;w:drawinggridverticalspacing&gt;18 pt&lt;/w:DrawingGridVerticalSpacing&gt; 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Ad uno sguardo più attento &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;da questi episodi si snodano questioni complesse che rappresentano alcune tra le più grandi sfide che la comunità internazionale si trova a dover affrontare. Prendiamo il caso di Shahram Amiri, scienziato nucleare dell’Università di Malek Ashtar, vicina alle Guardie rivoluzionarie iraniane e scomparso misteriosamente durante un pellegrinaggio in Arabia Saudita nel giugno 2009. Gli Stati Uniti hanno sempre negato la sua esistenza, fino a quando il governo iraniano non ha prodotto una videocassetta contenente, a loro avviso, le prove della sua sparizione. Un episodio che, assieme alle ultime rivelazioni di Amiri ormai tornato in patria, &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;potrebbe&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;inasprire le già delicate relazioni tra USA ed Iran. Solo quale settimana fa vennero approvate una serie di nuove sanzioni intese a ricondurre al negoziato il governo Ahmadinejad che a sua volta continua a mostrare i muscoli, ed a riaffermare la propria determinazione a proseguire con il programma di arricchimento dell’uranio.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;Il Consiglio di Sicurezza aveva adottato a giugno una risoluzione, seguita poi dall’Amministrazione Obama che estendeva le sanzioni anche a quelle imprese non-statunitensi che intrattengono relazioni con l’Iran, &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;in particolare nei settori del petrolio e del gas. Stesso approccio ha seguito l’Unione Europea, che ha esteso le sanzioni alle tecnologie ad &lt;i style=""&gt;“uso duale”&lt;/i&gt; , quelle cioè che &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;possono essere utilizzare a scopi civili e militari. Come al solito da varie parti si sono susseguite considerazioni sull’efficacia o meno del regime delle sanzioni, e sulla necessità di accompagnarle ad uno sforzo diplomatico per riportare l’Iran sul tavolo della trattativa, se non sull’ineluttabilità dell’opzione militare. Teheran a sua volta ha annunciato l’intenzione di riaprire i negoziati con una lettera all’Unione Europea, ai primi di luglio. Se così fosse ci sarebbe ragione di essere ottimisti. Le sanzioni ricondurrebbero il regime a trattare sul programma nucleare civile ed i rischi di una escalation militare nella zona sarebbero sventati. Invece il&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;combinato disposto di &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;varie circostanze rendono oggi la questione estremamente complicata. Da una parte il capo del governo russo Medvedev &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;critica le sanzioni adottate all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza e lancia l’allarme sulla possibilità che l’Iran&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;possa presto costruirsi la bomba. Dall’altra le dichiarazioni senza precedenti del Ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, che per la prima volta ha sostenuto pubblicamente la necessità dell’opzione militare , in caso la diplomazia non riuscisse a fare il proprio corso. Che tale dichiarazione provenga da un alto rappresentante di un paese del Golfo è significativo, visto che nelle intenzioni del governo di Teheran, il golfo Persico è l’area di massima rilevanza sulla quale affermare la propria egemonia politica e militare.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;Un’area, vale la pena di ricordare &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;-&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;nella quale anche la Francia ora opera attivamente per esportare – soprattutto negli Emirati - tecnologia nucleare civile. Il rituale tintinnare di scudi e sciabole che si ripete ciclicamente ogni qual volta di discute di come prevenire l’escalation militare dell’Iran, si è scontrato finora &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;sempre con il freddo calcolo di chi nell’amministrazione Obama è cosciente degli effetti &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;di un possibile attacco militare, per mano israeliana o americana, in Libano, come a Gaza, in Iraq come in Afghanistan. Un effetto a catena ingestibile per un paese, gli Stati Uniti, già &lt;i style=""&gt;“overstretched”&lt;/i&gt;, ovvero impegnati fino all’osso in due guerre senza fine nella regione. C’è però un elemento che può essere determinante stavolta. Come si sa la politica estera di un paese è sempre strettamente connessa con quella interna. Spesso ci s’imbarca in avventure fuori confine per far passare in secondo piano le difficoltà nella politica interna. Spesso invece l’avventurismo oltre confine incide e indebolisce ulteriormente la tenuta del governo all’interno. È il caso di Obama, che si avvicina alle elezioni di &lt;i style=""&gt;“mid-term”&lt;/i&gt; dell’autunno con il rischio di perdere la maggioranza nel Congresso, e trasformarsi in quello che in gergo si chiama &lt;i style=""&gt;“lame-duck”,&lt;/i&gt; anatra zoppa. Ed allora la politica estera , oltre che la riforma sanitaria diventeranno le cartine al tornasole della solidità dell’amministrazione e verranno utilizzate come una clava dai repubblicani, e da quelle forze conservatrici che si stanno coagulando nella galassia contigua al &lt;i style=""&gt;“TEA Party”&lt;/i&gt;.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;Il dossier Iran come detto è complesso legato a doppio filo ai destini di altri paesi ed aree in conflitto, dalla Palestina , all’Iraq ed all’Afghanistan. In quest’ultimo , la tanto pubblicizzata offensiva finale contro la roccaforte di Kandahar è stata rinviata a data da definire, e le difficoltà nelle quali versano le truppe ISAF è evidente. Dell’Iraq&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;neanche a parlarne: l’ultima visita del vice presidente Joe Biden è stata occasione per constatare l’evidente fallimento dell’operazione di costruzione a tavolino della democrazia. Sul conflitto israelo-palestinese la posizione di Obama per una soluzione pacifica ed in sostegno all’opzione Due Popoli-Due Stati, nonché il forte avvicinamento all’Autorità Nazionale Palestinese, sono evidenti, ed è&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;chiaro che una soluzione politica al conflitto israelo-palestinese potrebbe anche influire positivamente sul dossier iraniano.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;E l’Europa? Oltre alle sanzioni approvate, l’Europa non potrebbe provare a svolgere un ruolo di mediatore politico e diplomatico insieme agli Stati arabi? Il rilancio dell’opzione negoziale potrebbe sparigliare le carte, e aprire un canale che scongiurerebbe le ipotesi più rischiose di intervento militare. Una carta da giocare esiste, ed è la recente dichiarazione del Consiglio di Sicurezza , contestuale rispetto alla revisione del Trattato di Non-Proliferazione nucleare, che sostiene un processo per la creazione di una zona libera da armamenti nucleari in tutto il Medio Oriente. Questo comporterà però che Israele s’impegni a smantellare i suoi arsenali. L’Egitto che presiede il gruppo dei non-allineati ha già fatto circolare una proposta &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;per convocare il prossimo anno una conferenza per costruire una zona libera di “armi di distruzione di massa” (incluse le armi chimiche) nel Medio Oriente invitando anche Israele, e l’Europa dovrebbe sostenere tale processo.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;Oltre che con la diplomazia, e la mediazione, l’Iran va affrontato anche e soprattutto comprendendone le ragioni e la mentalità. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span lang="IT"&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;Nel &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;suo &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;i style=""&gt;“The Enemy we Know”&lt;/i&gt; (Il nemico che conosciamo) l’ex-agente della CIA Robert Baer, ci dice che gli&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;Stati Uniti non sono stati mai in grado di capire l’Iran, e mantengono una visione che richiama l’epoca degli Ayatollah e dell’integralismo islamico. Baer invece consiglia di andare oltre: “&lt;i style=""&gt;Quello che si trova in un Iraniano al di là dell’Islam, è una sfida profonda al colonialismo, una forma antica di nazionalismo. Andando ancora più a fondo&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;nell’anima dell’Iran, si trova un gusto ritrovato per l’impero. Ma l’Iran non è la nuova Roma, intenta alla pura conquista, alla diffusione della propria cultura, agli insediamenti ed alla conversione religiosa. …ciò che è necessario capire oggi è che l’Iran crede profondamente nel proprio diritto all’impero”.&lt;/i&gt;&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;E’ evidente che per Teheran il braccio di ferro sul nucleare è principalmente una mossa intesa a riaffermare il proprio ruolo ormai consolidato di&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;potenza regionale piuttosto che l’intenzione di dotarsi della bomba. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;Invece di prospettare l’ipotesi di una soluzione militare, sarà allora necessario ed opportuno insistere con la via pacifica del negoziato, cogliendo l’occasione per rilanciare un’iniziativa politica per tutto il Medio Oriente, dalla sua denuclearizzazione fino alla soluzione definitiva dei conflitti che da anni ormai affliggono i suoi popoli. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span lang="IT"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span lang="IT"&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt; &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-4629501638546260887?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/4629501638546260887/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=4629501638546260887' title='6 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/4629501638546260887'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/4629501638546260887'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2010/07/una-soluzione-diplomatica-e-nonviolenta.html' title='Una soluzione diplomatica e nonviolenta alla crisi iraniana'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>6</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-3366421038318800847</id><published>2010-06-19T11:28:00.000-07:00</published><updated>2010-06-19T11:29:59.972-07:00</updated><title type='text'>Un bilancio del Vertice Eurolatinoamericano di Madrid, Maggio 2010</title><content type='html'>&lt;h2&gt;&lt;a href="http://amisnet.org/agenzia/2010/05/24/enlazando-alternativas-un-bilancio/"&gt;Enlazando  Alternativas: un bilancio.&lt;/a&gt;&lt;/h2&gt;        &lt;small&gt;A cura di &lt;strong&gt;AMISnet&lt;/strong&gt; • 24 Maggio 2010&lt;/small&gt;                   &lt;p&gt;A cura di Elise  Melot e Ciro Colonna&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Chiudiamo oggi le nostre corrispondenze dal vertice tra Unione  Europea e paesi latino americani e caraibici che si è tenuto a Madrid.  Nei giorni scorsi, oltre al vertice ufficiale, abbiamo largamente  documentato i lavori del contro-vertice Enlazando Alternativas. Proviamo  oggi a tracciare un primo bilancio critico delle due iniziative che si  sono svolte in parallelo, bilancio che sarà necessariamente parziale e  non esaustivo.&lt;br /&gt;Innanzitutto il vertice ufficiale che – nel contesto della crisi di  sistema che coinvolge entrambi i continenti in questione, pur con  importanti specifiche territoriali – è sembrato un incontro quanto mai  “blindato”, in cui la parte europea aveva molto chiaro quali fossero i  propri obiettivi (ottenere maggior spazio di manovra per le proprie  aziende in latino america ed irrobustire la propria penetrazione  economica e commerciale). Sul fronte latino americano le posizioni dei  governi “compiacenti” sono apparse più che inclini a sottoscrivere gli  accordi proposti dalla parte europea e quelle dei governi meno  “allineate” dotate di poche possibilità di sottrarsi o di incidere sui  processi decisionali. Così, le negoziazione in vista dalla firma di un  accordo di libero scambio di merci tra l’Unione Europea e il Mercosur –  la comunità economica che comprende l’Uruguay, il Paraguay e due giganti  dell’economia latino-americana quali il Brasile e l’Argentina – sono  stati riavviati. Inoltre, durante il vertice, l’Europa ha ottenuto la  firma di un accordo commerciale con i paesi dell’America Centrale ma  anche con la Colombia e il Perù.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;D’altro canto il contro-vertice si è sviluppato, secondo uno schema  ormai consueto per i grandi forum sociali, nell’articolazione di  numerosi laboratori, nei quali realtà anche molto distanti tra loro (non  solo dal punto di vista geografico) hanno provato a mettere in comune  pratiche e lessico per affrontare problemi di portata globale.&lt;br /&gt;Ci sentiamo di annotare quanto la differenza e la distanza tra i vari  movimenti che lo hanno dato vita al Forum abbia purtroppo giocato un  ruolo significativo, nei termini di una difficoltà a parlare un  linguaggio comune e a costruire un’efficace progettualità politica e di  intervento. Ricordiamo che l’incontro è arrivato alla sua 4 edizione, e  che già dalla seconda il Tribunale Permanente dei Popoli vi partecipa.  Durante questi anni, il lavoro della rete bi-regionale e del Tribunale,  basato sullo studio scrupoloso di casi specifici, ha permesso lo  sviluppo di analisi molto precise delle dinamiche con effetti spesso  disastrosi per le popolazioni locali, in atto in America Latina, di cui  sono attori le aziende europee affiancate dalle stesse istituzioni.&lt;br /&gt;Anche su questo fronte sono però probabilmente mancate iniziative di  comunicazione con il vertice ufficiale, che infatti si è svolto senza  prendere nella benchè minima considerazione i lavori di Enlazando  Alternativas.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Questi elementi inducono a ragionare sull’opportunità di ripensare la  forma onnicomprensiva in cui si svolgono alcuni di questi grandi forum,  forma che sembra sempre più essere autoreferenziale e incapace di  incidere sulle dinamiche reali.&lt;br /&gt;Abbiamo parlato con Francesco Martone, membro del Tribunale Permanente  dei Popoli, per cercare di capire insieme a lui quali possano essere le  criticità e le prospettive di sviluppo e di rilancio di questi percorsi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt; &lt;a href="http://amisnet.org/agenzia/2010/05/24/enlazando-alternativas-un-bilancio/"&gt;http://amisnet.org/agenzia/2010/05/24/enlazando-alternativas-un-bilancio/&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-3366421038318800847?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/3366421038318800847/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=3366421038318800847' title='8 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/3366421038318800847'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/3366421038318800847'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2010/06/un-bilancio-del-vertice.html' title='Un bilancio del Vertice Eurolatinoamericano di Madrid, Maggio 2010'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>8</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-4902178220698833917</id><published>2010-05-20T15:05:00.000-07:00</published><updated>2010-05-20T15:07:27.081-07:00</updated><title type='text'>Enlazando Alternativas per un'Europa dei diritti dei popoli</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span lang="ES-TRAD"&gt;Si è tenuta nei giorni scorsi a Madrid, parallelamente al Vertice Eurolatinoamericano di Capi di Stato e di Governo,&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;la quarta “Cumbre de los Pueblos” della rete bi-regionale di movimenti sociali europei e latino americani &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;"Enlazando Alternativas", intrecciare alternative. Così si è voluta definire la rete di movimenti sociali europei e latinoamericani nata&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;in occasione del vertice dei Capi di Stato e di Governo dell'Unione Europea, America Latina e Caribe svoltosi in Messico, a Guadalajara&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;nel maggio 2004. Fino ad allora l'Europa di Lisbona, di Maastricht e della Costituzione Europea era&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;lontana dalle preoccupazioni dei movimenti sociali latinoamericani. Anzi, sembrava quasi che l'Unione Europea , con la sua forte enfasi sulla democrazia, i diritti umani e lo sviluppo sostenibile potesse rappresentare una valida alternativa di partenariato agli Stati Uniti. Ad&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;una prima fase focalizzata sugli aspetti politici, ne è seguita però una nuova, quella attuale, concentrata su un’agenda principalmente commerciale ed imprenditoriale. L’unica possibilità per la UE, in questa fase di grave crisi economica e finanziaria, &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;è infatti quella di spingere sull'acceleratore senza aspettare la conclusione del negoziato di Doha all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Così facendo però scopre le sue vere carte: cade la retorica "buonista" e finalmente si va all'osso della questione, ovvero aumentare la competitività e la crescita in Europa ed a livello globale e sostenere l'ulteriore integrazione dei paesi partner nel sistema di mercato globale. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;E' una strategia a tutto campo che si aggancia a quella teorizzata nel documento&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;"Global Europe - Un' Europa competitiva in un'economia globalizzata", nella quale si propone un'agenda aggressiva di apertura dei mercati esterni, che prevede l'inclusione nei negoziati di questioni lasciate in sospeso nella OMC, ovvero i cosiddetti "Singapore Issues", quali investimenti, competivitità e liberalizzazione dei servizi. Gli accordi di libero scambio riformulano così le priorità reali dell'Unione Europea, prima fra tutte quella di&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;favorire l'accesso delle imprese europee alle risorse naturali. È per mettere a nudo questa trama e evidenziarne le ricadute sui diritti dei popoli, che -parallelamente al controvertice di Enlazando - si è tenuta la terza sessione del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP).&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;In precedenza (a Vienna, 2006 e Lima, 2008) &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;il Tribunale aveva avuto occasione di ascoltare le testimonianze di decine di rappresentanti di comunità locali, popoli indigeni,&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;realtà sindacali e di base, organizzazioni e movimenti sociali sugli impatti delle attività di imprese multinazionali europee in America Latina. Obiettivo iniziale era quello di contribuire a porre fine a quella asimmetría giuridica secondo la quale gli stati avrebbero obbligo di promuovere i diritti umani e sociali, mentre le imprese sarebbero solo tenute a fare del loro meglio per assicurare che le proprie attività tengano in considerazione le eventuali ricadute sui diritti. Ed evidenziare come i governi spesso&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;decidono (o vengono obbligati a farlo) di abbandonare le proprie prerogative ed obblighi di promozione del bene comune, confondendo queste con il sostegno agli interessi del settore privato.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;Nella sentenza di Lima il TPP riconosce che la responsabilità degli stati sia quella di promuovere, rispettare e garantire i diritti umani, ma &lt;/span&gt;&lt;span style="" lang="ES-TRAD"&gt;sottolinea come la facoltà delle imprese di avvalersi di codici di condotta volontari contribuisca a renderle immuni da qualsiasi forma di responsabilità giuridica per eventuali violazioni del diritto internazionale. A Madrid è stato fatto un ulteriore passo in avanti nell’identificazione delle corresponsabilità ed omissioni delle istituzioni dell’Unione Europea nel sostenere&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;l’espansione delle imprese europee in settori strategici che rappresentano l’ossatura centrale dell’esercizio di sovranità da parte degli stati. Il Tribunale, nella cui giuria sedevano personalità quali Blanca Chancoso leader indigena ecuatoriana, &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;Nora Cortinas, delle Madres de Plaza de Mayo, &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;Alirio Uribe attivista ed avvocato dei diritti umani in Colombia, a Perfecto Ibanez magistrato spagnolo, ha formulato un duro atto d’accusa all’Europa. Le istituzioni dell’Unione sono accusate di sostenere un’agenda di liberalizzazione degli scambi commerciali e degli investimenti a vantaggio delle proprie imprese, ponendo condizioni stringenti ai paesi latinoamericani con i quali si stanno negoziando accordi di libero scambio, &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;senza curarsi delle possibili ricadute degli stessi sui diritti umani, economici sociali ed ambientali. Contemporaneamente, le politiche “interne”, quali quella di sostegno all’uso di agrocombustibili o OGM o di difesa dei diritti di proprietà intellettuale delle imprese farmaceutiche, si ripercuotono in&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;maniera drammatica sui diritti al cibo, alla terra, all’ambiente, alla salute. Un’Unione Europea cieca quindi nei confronti delle sue responsabilità globali, in preda ad una discrasia che non le permette di svolgere altro ruolo se non quello di servizio agli interessi imprenditoriali e di espansione commerciale. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;Dalla sentenza del Tribunale emerge quindi una grave carenza di politica, di strumenti di trasparenza e partecipazione diretta dei cittadini nelle suelte cruciali per lo sviluppo e l’ambiente. Non a caso tra le varie richieste il Tribunale esorta la UE ed i paesi latinoamericani impegnati nelle trattative commerciali a sospendere ogni negoziato finché non se ne studino le ricadute sui diritti umani, con processi trasparenti e partecipati. A questo si aggiunge l’appello ad internalizzare gli obblighi relativi ai diritti umani in tutte le attività esterne dell’Unione, a riconoscere a livello ONU il debito ecologico e sociale accumulato dal Nord verso i Sud del mondo, nonché ad istituire presso quella sede un tribunale sui crimini economici ed ambientali e linee guida vincolanti per le imprese. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;Un ulteriore punto da sottolineare &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;riguarda la giustizia climatica, tema centrale nelle agende dei movimenti sociali globali prima, durante e dopo il vertice dei popoli di Cochabamba. Il Tribunale sottolinea come molti dei casi studiati relativi ad imprese attive nel settore energetico, estrattivo e degli agrocombustibili prefigurano nuove tipologie di aggressione ai diritti ambientali e della natura e per questo fornisce una direttrice di percorso affinché vengano elaborati nuovi strumenti giuridici e legali a sostegno della giustizia climatica. Un tema, quello del clima, all’ordine del giorno, assieme alla crisi finanziaria, del vertice ufficiale dei capi di stato e di governo. Ed è proprio la crisi finanziaría, con le sue false soluzioni, e le gravi conseguenze sui diritti sociali ed economici &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;ad esse connessa, che è stata al centro della marcia che ha attraversato Madrid&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;per portare all’attenzione dell’opinone pubblica e dei governi le parole d’ordine dei movimenti, poi riassunte nella dichiarazione finale del controvertice. Una dichiarazione che non lascia alcuno spazio a compromessi.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;Si respingono i trattati di libero commercio (TLC),&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;gli accordi di associazione (AdA) e quelli relativi agli investimenti negoziati contro gli interessi dei popoli. Vengono contestate duramente&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;le politiche di risanamento dell’Unione e quelle del FMI, e&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;rivendicato il diritto alla sovranità alimentare ed al pagamento del debito ecologico e climatico verso i popoli impoveriti del planeta. Si chiede all’Europa di impegnarsi, piuttosto che in soluzioni tampone come i mercati dei permessi di emissione, a ridurre drasticamente le proprie emissioni e ad una profonda trasformazione dei modelli economici e produttivi. I rappresentanti dei movimenti confermano poi la loro solidarietà e sostegno alle rivendicazioni dei popoli indigeni ed alle campagne e istanze delle reti di migranti latinoamericani in Europa e nel mondo. Tra i vari seminari promossi da Enlazando Alternativas, due hanno affrontato il tema della relazione tra agenda commerciale e flussi migratori, e la drammatica contraddizione tra un’Europa che sostiene la libertà di circolazione delle merci e dei capitali e chiude ermeticamente le proprie frontiere ai migranti. Una linea securitaria e repressiva ancorata alla direttiva del “ritorno”, alle clausole incluse in molti accordi commerciali con i paesi terzi ed esplicitata in maniera evidente nell’istituzione dei Centri di Identificazione ed Espulsione e nella strategia di “esternalizzazione” delle frontiere. Da Madrid è giunta un’interessante novità. Se finora le reti di migranti in Europa sembravano essere principalmente su base nazionale, da poco tempo a livello continentale si è creata una rete-movimento transnazionale di migranti ecuadoriani. Un soggetto collettivo che sviluppa proposte, analisi, apre spazi di agibilità, dialoga con altre comunità migranti e propone piattaforme ampie di rivendicazione dei diritti, che vanno ben oltre il diritto, non ancora riconosciuto, alla mobilità umana. E’ in un certo senso l’espressione dela volontà di farsi soggetto politico , di rifuggire le suggestioni, a volte presenti nelle parole d’ordine del controvertice,&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;di racchiudere questa volontà negli spazi angusti della “solidarietà” o della “lotta al razzismo”. Sono moltitudini che vogliono riconquistare il proprio volto, la propria dignità,&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;dal basso e con esperimenti e pratiche inedite. Una novità si diceva, nata spontaneamente sulla scia del Forum Sociale Mondiale dei migranti di qualche anno fa (e che ora si riunirà di nuovo a Quito ad ottobre), e che dimostra come il valore aggiunto di questi appuntamenti stia proprio nelle sinergie e nei processi che innesca piuttosto che nelle parole d’ordine o nei grandi numeri. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="" lang="ES-TRAD"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style=";font-family:Times;font-size:10pt;"  &gt;Francesco Martone, Maria Rosa Jijon&lt;br /&gt;&lt;!--[if !supportLineBreakNewLine]--&gt;&lt;br /&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="" lang="ES-TRAD"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-4902178220698833917?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/4902178220698833917/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=4902178220698833917' title='6 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/4902178220698833917'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/4902178220698833917'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2010/05/enlazando-alternativas-per-uneuropa-dei.html' title='Enlazando Alternativas per un&apos;Europa dei diritti dei popoli'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>6</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-7497020271554009332</id><published>2010-04-02T01:37:00.000-07:00</published><updated>2010-04-04T09:34:45.502-07:00</updated><title type='text'>Palestina: tra Tribunale Russell e nuovi raid su Gaza</title><content type='html'>Nelle scorse settimane il Tribunale Russell sulla Palestina ha emesso una sentenza ed una serie di raccomandazioni alla comunità internazionale per   restituire alle popolazioni palestinesi i loro diritti fondamentali, violati anche in questi giorni dalle nuove operazioni  militari israeliane nella striscia di Gaza. Sullo sfondo le  dichiarazioni di alti membri del governo israeliano che ipotizzano una riedizione dell'operazione "Piombo Fuso", incoraggiati dalla reticenza della comunità internazionale a recepire le denunce e le raccomandazioni del rapporto Goldstone. Mentre tutto ciò accade l'Unione Europea stringe nuovi accordi di cooperazione con Israele nel settore della sicurezza, e così facendo pregiudica il suo possibile ruolo di arbitro imparziale nella ricerca di una soluzione politica possibile al dramma mediorientale.&lt;br /&gt;Nel frattempo il Consiglio ONU sui Diritti Umani ha adottato ben cinque risoluzioni che condannano Israele per una serie di violazioni dei diritti umani ,  chiedendo tra l'altro l'attuazione delle raccomandazioni del Rapporto Goldstone. La risposta del governo israeliano non si è fatta attendere. Immediatamente dopo l'adozione della risoluzione si è affrettato a dichiarare che il Rapporto Goldstone non aveva nulla a a che vedere con i diritti umani.....&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://russelltribunalonpalestine.net/"&gt;http://www.russelltribunalonpalestine.net&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.tni.org/should-eu-subsidise-israeli-security"&gt;www.tni.org/article/should-eu-subsidise-israeli-security&lt;/a&gt;&lt;span style="text-decoration: underline;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;amp;aid=18348"&gt;http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;amp;aid=18348&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="line-height: 16px;font-family:Tahoma,Verdana,Arial,Helvetica,'Bitstream Vera Sans',sans-serif;font-size:12;"  &gt;&lt;a href="http://www.tni.org/article/should-eu-subsidise-israeli-security" target="_blank"&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="line-height: 16px;font-family:Tahoma,Verdana,Arial,Helvetica,'Bitstream Vera Sans',sans-serif;font-size:12;"  &gt;&lt;div style="margin: 0px 10px; padding-left: 10px; padding-right: 10px; background-color: rgb(255, 255, 255);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-7497020271554009332?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/7497020271554009332/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=7497020271554009332' title='6 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/7497020271554009332'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/7497020271554009332'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2010/04/palestina-tra-tribunale-russell-e-nuovi.html' title='Palestina: tra Tribunale Russell e nuovi raid su Gaza'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>6</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-2305802750702815010</id><published>2010-04-02T01:26:00.000-07:00</published><updated>2010-04-02T01:32:01.420-07:00</updated><title type='text'>Stato di eccezione</title><content type='html'>Sto leggendo un interessante libro di Giorgio Agamben, "Stato di Eccezione" che consiglio di studiare attentamente, giacché serve a delineare i contorni sempre più angusti dello spazio politico  nel quale dover incidere, i rischi e le sfide di un modello  orientato verso la sospensione permanente dello stato di diritto. Dalla quarta di copertina:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="UIStory_Message"&gt;" Lo stato di eccezione, ossia quella sospensione dell'ordine giuridico che siamo abituati a considerare misura provvisoria e straordinaria, sta oggi diventando sotto i nostri occhi un paradigma normale di governo..."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.filosofico.net/agamben.htm"&gt;http://www.filosofico.net/agamben.htm&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-2305802750702815010?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/2305802750702815010/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=2305802750702815010' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/2305802750702815010'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/2305802750702815010'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2010/04/stato-di-eccezione.html' title='Stato di eccezione'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-238253671885004867</id><published>2010-04-02T01:25:00.000-07:00</published><updated>2010-04-02T01:26:34.951-07:00</updated><title type='text'>Sicurezza per chi? Sicurezza come? Per cosa?</title><content type='html'>Editoriale per il dossier sulla sicurezza curato per Mosaico di Pace, maggio 2010&lt;br /&gt;di Francesco Martone&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sicurezza per chi? Sicurezza come? Questo dossier cerca di fornire alcune chiavi di lettura per poter provare a decodificare i concetti dominanti nel discorso politico relativo alla sicurezza globale, alle possibili risposte e le sfide per la politica ed il movimento pacifista. Un’esigenza resa ormai ineludibile dalla rapidità con la quale le nuove pratiche e le nuove strategie di guerra si trasformano, costruiscono nuovi “nemici”, elaborano nuovi e più micidiali strumenti di guerra. A riflettere bene nei prossimi mesi si concentreranno alcuni eventi   panorama internazionali che hanno a che fare più o meno direttamente con le varie declinazioni del concetto di sicurezza. La NATO è in procinto di discutere la revisione del proprio concetto strategico, appuntamento cruciale per un’alleanza sempre alla ricerca di nuove missioni, alla vigilia di quello che si vorrebbe considerare – nonostante gli innumerevoli fallimenti - l’attacco finale alla roccaforte Taliban di Kandahar. A maggio i paesi firmatari del Trattato di Non-Proliferazione nucleare si occuperanno di rivederne la portata e le modalità di attuazione, mentre i governi di ben 5 paesi europei che ospitano testate nucleari tattiche USA ne chiedono lo smantellamento, come parte di un percorso di revisione del concetto di sicurezza fondato sulla presenza ed il possibile uso di armi nucleari. Sempre a maggio si terrà a Bonn un’importante riunione della Conferenza Quadro sui Mutamenti Climatici delle Nazioni Unite dopo il fallimento di Copenhagen che dovrà provare a riavviare il negoziato su un tema di grande urgenza per la sopravvivenza del Pianeta. Questo tema è  strettamente correlato anche all’elaborazione di nuovi paradigmi di sicurezza, nei quali i mutamenti climatici sono considerati come nuove possibili cause di guerre, ma nei quali la priorità rischia di essere limitata al  controllo militare delle fonti di approvvigionamento energetico. Ad aprile si sono tenute le elezioni in Sudan, paese martoriato da conflitti interni su base etnica. Proprio la questione del Darfur ha alimentato nel corso degli anni un acceso dibattito sul tema della sicurezza umana, dell’ingerenza umanitaria e delle modalità di intervento della comunità internazionale per il rispetto e la tutela dei diritti umani. Il tema della sicurezza umana e della politica estera etica attraversa ormai gli approcci di sicurezza e strategia militare, ed è fatto proprio dal sistema delle Nazioni Unite come anche dalla Strategia di Sicurezza europea, ma necessita di un esame critico che ne evidenzi le opportunità, ma anche i rischi. Insomma, mai come ora, mentre si svolgono i preparativi per la prossima Marcia per la Pace Perugia-Assisi, il tema della costruzione attiva di politiche di pace è attuale, e deve poter esserlo anche per il movimento pacifista italiano. Questo dossier vuole pertanto essere uno stimolo all’approfondimento ed al confronto collettivo per poter ricostruire assieme un approccio efficace e condiviso per un mondo migliore possibile, E non solo, giacché se è vero che ormai nelle dottrine di sicurezza viene rimosso il confine tra sicurezza nazionale ed “esterna” sarà ancor più evidente come la costruzione della pace a livello internazionale sarà anche progetto di pace e rispetto dei diritti fondamentali a casa nostra, nelle nostre città, in un paese che sta vivendo una grave crisi democratica e del diritto.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-238253671885004867?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/238253671885004867/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=238253671885004867' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/238253671885004867'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/238253671885004867'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2010/04/sicurezza-per-chi-sicurezza-come-per.html' title='Sicurezza per chi? Sicurezza come? Per cosa?'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-698263677909224826</id><published>2010-03-31T06:32:00.000-07:00</published><updated>2010-03-31T06:33:12.608-07:00</updated><title type='text'>Un clima di guerra globale permanente. Quali ipotesi di lavoro sul nesso tra confitti e risorse naturali?</title><content type='html'>articolo scritto per &lt;a href="http://www.mosaicodipace.it"&gt;Mosaico di Pace&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Marzo 2010&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 2004  fece scalpore la pubblicazione da parte del Pentagono di un rapporto sui mutamenti climatici. Si pensò che se anche il Pentagono decideva di prender posizione allora la situazione era davvero seria, ma non si cercò di  comprendere cosa ci fosse dietro quella novità, né di svolgere un’analisi compiuta del nesso esistente tra modelli di sicurezza e tematiche ambientali e della sostenibilità . Nel 2007,  il Regno Unito promosse   un inedito dibattito sul clima nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite,   duramente criticato dai paesi in via di sviluppo che non accettavano l’idea di una discussione di tale importanza in un consesso dove la maggior parte dei paesi “inquinatori” tuttora detengono il potere di veto. Da allora il tema è diventato oggetto di nuove elaborazioni e proposte che hanno contribuito a costruire un approccio che   oggi si definisce  “environmental” o “sustainable security”, e che marca l’entrata in campo dell’apparato militare e dei centri di studi strategici in questioni relative all’urgenza di un mutamento di paradigma di sviluppo.&lt;br /&gt;Si calcola che almeno 1/5 delle guerre nel pianeta abbiano a che fare con le risorse naturali e con l'ambiente.  Secondo il rapporto “Sustainable Security for the XXI Century” dell'Oxford Research Group, i mutamenti climatici sono, assieme alla competizione su risorse naturali e strategiche scarse,  una delle cause di futuri confitti, insieme alla corsa agli armamenti nucleari  e la marginalità sociale causata dalle politiche neoliberiste.   Anche il percorso di elaborazione verso la conferenza sul clima di Copenhagen ha visto delle partecipazioni inedite, con  generali in pensione, scienziati ed analisti, riuniti nel Military Advisory Council,  che si sono interrogati sul possibile impatto del clima sulle nuove guerre dal punto di vista strategico e di riconfigurazione delle dottrine di sicurezza.   Si calcola che i mutamenti climatici potrebbero causate conflitti violenti in almeno 46 paesi , impattando su una popolazione di 2,7 miliardi di persone. A fronte del fallimento della Conferenza di Copenhagen, il quadro relativo quadro alle prospettive ecologiche globali continua ad essere allarmante. Il dramma dei rifugiati ambientali rischia di raggiungere dimensioni catastrofiche, non solo nei paesi insulari (si pensi solo a Tuvalu, Comore, Maldive, ed altri stati minacciati nella loro stessa esistenza, ma anche in zone caratterizzate dalla scarsità di risorse essenziali quali terra, acqua e cibo, esacerando conflitti latenti o causandone di nuovi. A fronte di questo enorme debito ecologico già accumulato risalta la quasi inesistente volontà politica dei paesi del Nord globale di sganciare il loro modello produttivo ed economico dai combustibili fossili, o da soluzioni rischiose quali gli agrocombustibili. In questo quadro  risulterà ineludibile affrontare il tema del clima e dell'energia dal punto di vista dell'equità e della sicurezza, elaborando un  approccio che possa contrapporsi e disinnescare quello che intende la sicurezza attraverso la lente del controllo militare delle fonti di approvvigionamento scarse o a rischio. Questa è la filosofia di fondo perseguita dalla NATO che   riprendendo   una delle "mission"  approvate  in seguito alla  revisione del  suo concetto strategico fatta a Washington nel 1999,  ipotizza addirittura l'uso delle sue forze di intervento rapido per assicurare la continuità dell 'approvvigionamento energetico. Armi e soldati verrebbero inviati a vigilare sulle rotte di petroliere, o per proteggere gasdotti o oleodotti. E non è un caso che l’ex-presidente esecutivo della Shell sia oggi - assieme a Madeleine Albright  - a capo del gruppo di lavoro attualmente incaricato dell’ulteriore revisione del    concetto strategico della NATO. Come non è un caso che un altro ex - presidente della Shell e poi consulente della CIA era tra gli autori del rapporto del Pentagono del 2004.  Le guerre per il petrolio hanno un altro lato oscuro, quello derivante dagli   effetti devastanti delle operazioni di estrazione di petrolio o altri combustibili fossili che  acuiscono conflitti già latenti in aree socialmente fragili quali il Delta del Niger, o  in Darfur. Quest’ultimo,  che la vulgata interventista vorrebbe poter definire un genocidio,  è stato invece  definito dalle Nazioni Unite il primo  conflitto causato dai mutamenti climatici e ciò a conferma della   complessità del problema e dell’inutilità di ricorrere a definizioni che rischiano di aprire la strada a false soluzioni. La vera causa del conflitto in Darfur è  la competizione su risorse scarse, (terra ed acqua) tra popolazioni nomadi e stanziali, messe a dura prova dalla desertificazione causata dai mutamenti climatici. Il paradosso è che quelle popolazioni risentono doppiamente della dipendenza dai combustibili fossili che caratterizza il  modello di sviluppo dominante. Da una parte soffrono una guerra causata   dalle rivendicazioni delle zone di periferia ad un equo accesso alle royalties  derivanti dal petrolio estratto da imprese multinazionali, e dalle ricadute socio-ambientali dell'estrazione del petrolio, e della sua combustione attraverso i mutamenti climatici. Esiste quindi un grande paradosso, che si ripete altrove in Africa,  laddove le mire di controllo strategico di imprese transnazionali si intrecciano con quelle delle élite di governo, con l’iniquità nella redistribuzione dei profitti derivanti dall’estrazione del petrolio, e con l’impatto socio-ambientale della stessa. A ciò si aggiunga che pur essendo grande produttore ed esportatore di petrolio, il Sudan vive una grave penuria energetica che verrebbe in parte soddisfatta dal rilancio dell’energia idroelettrica. Questa eventualità  introduce  nuovo elemento di criticità rappresentato dai movimenti popolari di resistenza generati  dallo scontento causato dalla costruzione di due dighe a Nord, percepite dalle popolazioni locali come una minaccia alle loro culture tradizionali. La geopolitica dell’acqua è altro tema chiave nell’analisi del nesso tra risorse naturali e conflitti. Basti ricordare al caso della Palestina, o l’uso strategico delle grandi dighe fatto dal governo Turco per colonizzare e controllare il Kurdistan, con l’esempio evidente della diga di Ilisu. L’elemento interessante in questo contesto riguarda la possibilità che attraverso accordi di uso collettivo e transfrontaliero delle acque si possano costruire progetti di pace e riconciliazione trai popoli. Già nel 2005 il Worldwatch Institute riportava i dati di una ricerca svolta dall'Università dell'Oregon che sfaterebbero in buona parte il mito delle "guerre per l'acqua". Gli ultimi 50 anni avrebbero infatti visto solo 37 conflitti per l'acqua con ricorso alla forza, 30 dei quali tra Israele ed uno dei paesi confinanti. 507 sono stati i casi di confitti politico-diplomatici tra paesi per il controllo o la gestione delle acque, mentre ben 1228 sono gli eventi che hanno portato alla conclusione di accordi di cooperazione. Pertanto piuttosto che essere fattore di guerra o per lo meno concausa nell’aggravarsi di condizioni che poi sfociano in conflitti, l'acqua può essere strumento per la costruzione della pace.  Non è però solo nel serbatoio della nostra automobile che si materializza un anello della catena che lega i nostri modelli di sviluppo alla distruzione dell'ambiente ed alla competizione su risorse naturali scarse,ambientale e di attuali o possibili conflitti armati, Anche dentro i circuiti di un cellulare, ad esempio, si nasconde l'ultimo anello di un'economia di guerra, alimentata dall'estrazione illegale di coltan, minerale strategico presente in Congo venduto per acquistare armi con le quali combattere le guerre che insanguinano l'Africa. Sono guerre alimentate dall'estrazione illegale di risorse (che non necessitano, come nel caso del petrolio,  di grandi infrastrutture)   e dal circolo vizioso che le lega a al commercio illegale di armi, alle attività di signori della guerra e milizie mercenarie.&lt;br /&gt;Acqua, petrolio, mutamenti climatici, competizione su risorse scarse sono gli elementi chiave che permettono di costruire un approccio che metta al centro di ogni soluzione i diritti ambientali e la giustizia ecologica accanto a quella della diplomazia popolare e dal basso, al fine di trasformare anche la cooperazione internazionale in strumento di costruzione attiva della pace. La necessaria  rielaborazione del concetto di sicurezza e di prevenzione politica e non-violenta dei conflitti dovrà però proporre strumenti che  permettano  ad ognuno ed ognuna di comprendere come attraverso i propri stili di vita si contribuisce in negativo o in positivo alla costruzione della pace. In negativo anzitutto, giacché il nostro zaino ecologico, o meglio la nostra impronta ecologica calpesta diritti di altri popoli, toglie loro un po' di acqua, di terra, di legname, di minerali, e si ripercuote doppiamente sulle loro vite. Prima sottraendo risorse e poi restituendole come scarti materiali, liquidi o gassosi, togliendo loro altro cibo, acqua e terra. Le cifre ci parlano quindi di possibili nuove guerre, quelle dei poveri, non solo quelle della NATO, ma quelle dei milioni di diseredati che perderanno le fonti della loro già difficile sussistenza. Saranno guerre sotterranee e nascoste, quelle che non andranno sui primi titoli dei media o non saranno all'attenzione dei movimenti giacché non entreranno facilmente nel lessico antimperialista o post-coloniale, o della solidarietà internazionale. La questione ambientale diventa così paradigmatica della nuova politica cosmopolita. A condizione però che includa un nuovo elemento, quello dell’equità transnazionale ed intergenerazionale. In altre parole della giustizia ecologica. Come specifica in uno dei suoi rapporti il Wuppertal Institute ("Per un futuro equo, conflitti sulle risorse e giustizia globale" a cura di Wolfgang Sachs) "la prima giustizia ecologica riguarda la biosfera, la seconda, intergenerazionale focalizza l’attenzione sul rapporto tra chi vive adesso e le generazioni future. Estende il principio dell’equità sull’asse temporale. Ciononostante, questi concetti mostrano una lacuna, non prendono in considerazione le istituzioni create dagli uomini e le loro interrelazioni. E’ quindi urgente mettere in discussione il modello di benessere della modernità industriale". Una sfida ulteriore per il movimento pacifista, che attraverso questa chiave di analisi può costruire alleanze forti con i movimenti che si occupano di giustizia climatica ed ambientale per elaborare un modello di prevenzione nonviolenta dei conflitti e di “rappacificazione” con il pianeta e con chi lo abita.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-698263677909224826?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/698263677909224826/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=698263677909224826' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/698263677909224826'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/698263677909224826'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2010/03/un-clima-di-guerra-globale-permanente_31.html' title='Un clima di guerra globale permanente. Quali ipotesi di lavoro sul nesso tra confitti e risorse naturali?'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-4499974074584317298</id><published>2010-03-24T07:46:00.000-07:00</published><updated>2010-03-24T07:49:09.130-07:00</updated><title type='text'>La mia dichiarazione di sostegno a Sinistra, Ecologia e Libertà</title><content type='html'>&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=jLwNMMQvDHA"&gt;http://www.youtube.com/watch?v=jLwNMMQvDHA&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-4499974074584317298?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/4499974074584317298/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=4499974074584317298' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/4499974074584317298'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/4499974074584317298'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2010/03/la-mia-dichiarazione-di-sostegno.html' title='La mia dichiarazione di sostegno a Sinistra, Ecologia e Libertà'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-2768426059828491701</id><published>2010-03-24T07:43:00.000-07:00</published><updated>2010-04-04T12:24:05.115-07:00</updated><title type='text'>da Copenhagen a Cancun, lo stretto cammino della giustizia climatica</title><content type='html'>Dal 9 all’11 aprile prossimo  si riuniranno a Bonn i gruppi di lavoro ufficiali  che dovranno riprendere le fila del negoziato sui mutamenti climatici, dopo la debacle  di Copenhagen. Un compito complesso, che richiederà una forte presa di coscienza dell’urgenza della situazione. Ciononostante, le premesse non sembrano autorizzare un grande ottimismo. Già di recente nella comunicazione sul tema dei negoziati climatici, la Commissione Europea ha dato ad intendere che non si prevede un risultato definitivo nella riunione della Conferenza delle Parti che si terrà a Novembre a Cancún in Messico e che un accordo vincolante sulla riduzione delle emissioni sarà possibile solo in occasione della COP17 che si terrà nel 2011 in Sudafrica.&lt;br /&gt;Che anche nelle Nazioni Unite l’aria sia pesante lo dimostra  un  recente   scontro a distanza tra il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon e l’inviata speciale dell’ONU sul clima , l’ex primo ministro norvegese Gro Harlem Brundtland che aveva ipotizzato la necessità di procedere per negoziati separati rispetto alle Nazioni Unite.  Per meglio comprendere la posta in gioco nei prossimi mesi vale la pena di ripercorrere le tappe che hanno portato al flop di Copenhagen. Che la COP15  non potesse sortire un risultato di rilievo era ben chiaro a tutti coloro che nel corso del 2009 avevano avuto occasione di seguire i negoziati e le trattative. Già a giugno  la decisione del segretario della Convenzione Quadro sui Mutamenti Climatici (UNFCCC) Yvo de Boer, ora dimissionario,  di aggiungere alla già densa agenda di appuntamenti  altre due date lasciava presupporre che le posizioni dei paesi fossero molto distanti e che   difficilmente si sarebbe potuto giungere ad un accordo legalmente vincolante sulle riduzioni delle emissioni di gas serra. Insomma la partita già di per sé complessa era avviata a concludersi in maniera deludente. Per meglio comprenderne la portata è opportuno riassumere quali erano e sono tuttora i temi più controversi. Il primo riguarda il protocollo di Kyoto sulle riduzione delle emissioni di gas serra, e del seguito da dare agli impegni presi  dai paesi firmatari dal 2012 in poi. Impegni in buona parte disattesi dai paesi industrializzati e sui quali paesi in via di sviluppo chiamavano ad una presa di responsabilità chiara, ricordando il debito storico che il ricco Nord del mondo ha accumulato verso il Sud. Oggetto principale del contendere era e sarà l'impegno a contenere le emissioni future ad un livello tale da limitare l'aumento della temperatura. Le cifre in questo caso sono cruciali: la differenza di mezzo grado (da 2 a 1,5 gradi) potrebbe significare la scomparsa di intere nazioni, quali quelle insulari del Pacifico. Il secondo blocco di negoziato riguarda   le iniziative da intraprendere nell'ambito di un nuovo accordo vincolante sul clima. I negoziati si sono sviluppati attorno alla cosiddetta “visione comune” ovvero i valori ed i principi fondanti dell'azione della comunità internazionale per affrontare l'emergenza climatica e sostenere modelli economici e produttivi a basso contenuto di carbonio nonché i programmi di adattamento, mitigazione e trasferimento di tecnologie pulite. Principale oggetto del contendere è l'ammontare delle risorse finanziarie, con i  paesi in via di sviluppo che chiedono almeno 100 miliardi di dollari l'anno da destinare a programmi di adattamento e mitigazione dei mutamenti climatici, e  l'assicurazione di accesso a tecnologie pulite.. Senza un impegno chiaro di riduzione delle emissioni dei paesi ricchi ed un impegno altrettanto chiaro in termini di risorse finanziarie, ogni accordo sarebbe risultato quindi  inaccettabile da parte dei paesi in via di sviluppo. A metà del 2009 era evidente che la ritrosia degli Stati Uniti di accettare impegni vincolanti per ridurre le emissioni di gas serra, l'irrigidimento dei paesi in via di sviluppo nel sostenere la rilevanza e la centralità del protocollo di Kyoto, piuttosto che un suo progressivo indebolimento mirato a soddisfare le richieste di Washington, e l' assoluta assenza dell'Unione Europea avrebbero creato le premesse  per un esito di basso profilo a Copenhagen. L’ “Accordo di Copenhagen” venne concluso senza il consenso di tutti i governi, e quindi senza essere ratificato come risultato ufficiale della Conferenza. Tra l’altro il documento  non contiene impegni vincolanti per la riduzione delle emissioni,   ma solo una serie di impegni volontari da verificare  in corso d’opera,  né proposte chiare sul come reperire le risorse finanziarie necessarie per le politiche climatiche senza ricorrere ai mercati finanziari o “riciclare” i già scarsi fondi per la lotta alla povertà.  Per provare a trovare una soluzione al problema delle risorse finanziarie,   nel marzo di quest’anno Ban Ki Moon ha istituito un gruppo di lavoro ad hoc con a capo il primo ministro inglese Gordon Brown ed il presidente etiope Meles Zenawi.  A prescindere dal contenuti già deludenti del negoziato alla COP15 , il rischio attuale è che la sede delle Nazioni Unite venga gradualmente abbandonata per negoziati paralleli, un rischio reso ancor più evidente dalla polemica tra Ban Ki Moon e la Brundtland. Non a caso subito dopo Copenhagen si sono susseguite le polemiche sull'eccessiva complessità delle regole delle Nazioni Unite che striderebbero con l'urgenza di prendere misure immediate per salvare il Pianeta. Alla luce della scarsa volontà politica della grande maggioranza dei paesi sviluppati di restituire il proprio debito ecologico accumulato nei confronti del resto dell'umanità tali argomentazioni appaiono del tutto pretestuose.  Ciononostante gli Stati Uniti hanno ribadito la loro intenzione di considerare l'Accordo di Copenhagen come l'unica base sulla quale continuare il negoziato, suscitando la ferma protesta dei paesi in via di sviluppo. La strada verso la conferenza che si terrà a Cancun, Messico a fine novembre è quindi tutta in salita. Tra le varie ipotesi in campo quella di procedere per parti separate e giungere ad un accordo su temi meno critici per poi concentrarsi su quelli più complessi quali appunto quello relativo alle riduzioni delle emissioni di gas serra. Per questo parallelamente al negoziato ufficiale si stanno svolgendo altri incontri informali, da quello tenutosi in Messico a metà marzo a quello programmato a Maggio dalla Cancelliera Angela Merkel. Per suo conto il governo boliviano ha convocato una conferenza dei popoli sui diritti della madre terra e la giustizia climatica che si terrà a Cochabamba dal 19 al 2 aprile prossimi al fine di  contribuire a rilanciare l’iniziativa globale dei movimenti sociali sui temi della giustizia climatica. Nelle intenzioni dei partecipanti la Conferenza  dovrebbe   produrre un piano di lavoro ed una piattaforma comune su debito ecologico, diritti della Madre Terra, dei popoli indigeni e dei rifugiati climatici proponendo  tra l’altro la costituzione di un tribunale internazionale sui crimini climatici.  Altri incontri si stanno tenendo su temi specifici quali la tutela delle foreste, il cosiddetto “Reduced Emissions from Deforestation and Degradation” (REDD), Una prima riunione su REDD  si è tenuta a Parigi a marzo, a porte chiuse e senza la partecipazione dei rappresentanti indigeni, per avviare un partenariato per le foreste che verrebbe siglato ad Oslo poco prima della riunione della Conferenza sui Mutamenti Climatici prevista per fine maggio a Bonn.  Nel dopo Copenhagen, l'unico programma che sembra procedere è proprio quello relativo alla protezione delle foreste tropicali per il quale a Copenhagen sono stati annunciati impegni per 3,5 miliardi di dollari che potrebbero arrivare a 8 miliardi.  L’idea è quella di dare soldi ai paesi tropicali per proteggere le foreste, bloccare la deforestazione, e assicurare che le stesse possano assorbire gas serra. L'uovo di colombo per quei paesi che vogliono continuare a bruciare petrolio e carbone, una minaccia possibile per i milioni di indigeni che vivono nelle foreste tropicali e che chiedono come condizione il rispetto dei propri diritti fondamentali. Un tema, quello dei diritti umani e del clima, che ha lambito il negoziato ufficiale ma che finora non è riuscito ad imprimere una svolta “culturale” e politica in un negoziato ancora troppo centrato sui numeri e sulla scienza e poco sulla giustizia e sull'equità.&lt;br /&gt;pubblicato sui siti  di &lt;a href="http://www.sinistraeliberta.eu/"&gt;Sinistra, Ecologia e Libertà&lt;/a&gt;, marzo 2010&lt;br /&gt;e &lt;a href="http://www.euroalter.com"&gt;European Alternatives  &lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-2768426059828491701?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/2768426059828491701/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=2768426059828491701' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/2768426059828491701'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/2768426059828491701'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2010/03/da-copenhagen-cancun-lo-stretto-cammino.html' title='da Copenhagen a Cancun, lo stretto cammino della giustizia climatica'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-6600368240372588264</id><published>2010-03-24T07:40:00.000-07:00</published><updated>2010-03-24T07:42:13.904-07:00</updated><title type='text'>I pilastri della nuova politica</title><content type='html'>Provare a tracciare un cammino che attraversi i vari processi che si prefiggono nel nostro paese l’obiettivo di   trasformare la politica   è cosa ardua, ma non impossibile.     Indubbiamente l’onda lunga dei movimenti , tanto teorizzata e poi praticata,  sta attaversando un periodo che a suo tempo definivamo carsico, senza  essere in grado allora di coglierne le caratteristiche. Lo stato di fatica che attraversa il processo dei Forum Sociali , è forse risultato di diverse aspettative che in quei processi si sono riposte.  Indubbiamente in Italia, come nel resto d’Europa, tali movimenti sociali riescono   in parte a riemergere su questioni specifiche e puntuali, quali il contrasto ai processi di privatizzazione dell’acqua, o i mutamenti climatici. Per delineare le potenzialità di un periodo di crisi forte della politica - non solo istituzionale - di sinistra, e che  può sembrare anche propria della sinistra diffusa e sociale, si dovrà partire però con un atto di autocritica.  Interrogarsi – ad esempio - sulle ragioni della contemporaneità tra  crisi della politica di sinistra e della sua scomparsa dalla scena istituzionale, e l’ innegabile difficoltà della “società civile” nel proporre  e praticare processi e progetti nuovi, capaci di incidere profondamente e  riattivare l’impegno diffuso per un altro mondo possibile. Sarà cioé necessario chiedersi se l’incapacità della    “politica” istituzionale di fornire le giuste risposte, non sia anche riconducibile al fatto che tali  domande venivano poste con modalità che non hanno sortito effetti, non solo sull’obiettivo prefisso,   ma anche sulla costruzione di nuove pratiche.  Il rapporto tra cosidetta società civile e politica istituzionale  è stato in molte istanze  impostato come  rapporto verticale e non orizzontale . Questo vale  non solo per la  “politica istituzionale” che troppo spesso ha preso ad “icona” le istanze più importanti dei movimenti e della società civile, ma anche per  questi ultimi soggetti che    spesso hanno preferito  rapportarsi  a quel livello della politica  solo  come luogo di ricaduta dei propri interessi o rivendicazioni.  La crisi contemporanea  - ed evidente - della sinistra “politica”  e quella - forse apparente - delle politiche di sinistra diffusa ci interroga quindi sul principio e la portata della  rivendicazione di autonomia del sociale dalla politica, e del perché tale autonomia non abbia sortito l’effetto di trasformare – a parte alcune eccezioni - le forme e le pratiche di rappresentanza e partecipazione a livello più alto . Facciamo un passo in avanti. Realtà vicine all’economia solidale oggi cercano di svolgere un percorso di approfondimento “teorico” sulle buone pratiche di decrescita,  indispensabile per  irrobustire ipotesi di cambiamento dei modelli produttivi e di consumo. Il vero problema   è che ciò non basta. E non solo perché esistono già le cosiddette buone pratiche, che insistono sui cosiddetti “territori”, ma perché   mentre ci  si accinge a studiare i modelli teorici di una società perfetta, nel mondo esterno, dove si sviluppano e si consumano conflitti sociali, si soffre un processo degenerativo della democrazia che richiede uno sforzo collettivo di resistenza, disobbedienza, e creatività per lasciare aperti e difendere spazi minimi di agibilità e di diritto  essenziali per l’opera futura di ricostruzione.   Ci sono poi coloro che  continuano ad alimentare vertenze urgenti e necessarie, quali i comitati contro le varie nocività, il nucleare, la privatizzazione dei beni comuni. Sono   processi importanti, che possono contribuire a creare una rete di realtà e soggetti  in grado di  ricostruire un tessuto connettivo, a rete, su tematiche ed approcci che rivendicano la democrazia diretta, i diritti fondamentali. Questi processi di “democrazia a kilometro zero”, assieme alle mobilitazioni delle organizzazioni dei migranti ,  aiutano a costruire un terzo pilastro, quello che in politichese si direbbe il  passaggio dalla democrazia degli “stakeholder” a quella dei “rightsholder”. Ovvero il passaggio dai processi tradizionali, propri della democrazia liberale, nei quali la società civile veniva collocata tra le rappresentanze dei vari interessi in causa, che lo stato avrebbe poi contribuito a mediare, ai processi di autorappresentazione e rivendicazione di soggetti portatori di diritti, propri di una democrazia participativa e radicale. Il problema in questo caso è quello di spingersi oltre per contribuire alla costruzione di un possibile progetto di società, un programma che sia politico in questo senso.  C’è poi chi trae dalle   esperienze d’oltreoceano, in quel continente latinamericano in continuo fermento,  l’ispirazione per rinnovare la politica. Quello che i movimenti latinoamericani ci insegnano è che oltre al riferimento etico “buen vivir”,   tre sono le ipotesi politiche praticabili: o prendere il potere, attraverso gli strumenti tradizionali di rappresentanza, e poi esercitarlo in maniera più o meno innovativa,  decidere di non prendere il potere ma di esercitarlo non tanto in quanto potere ma in quanto “potenza” che deriva dalla propria soggettività, storia e cosmología, (è questo il caso di molti movimenti indigeni e sociali) o rapportarsi con il potere e con la politica istituzionale in una modalità a geometría variabile, costruendo cioé progetti comuni, ma non esitando ad aprire conflitti per mantenere vivo il percorso di trasformazione sociale.  Queste pratiche pur essendo    proprie del contesto, delle situazioni e della storia di quei popoli e di quelle terre, rappresentano l’urgenza di rielaborare il concetto di potere, non inteso come “presa della stanza dei bottoni”, ma come opportunità per servire il bene comune. Ne consegue  che la democrazia non può essere considerata  un processo compiuto ma è sempre in itinere, e  si alimenta - anche e soprattutto  - della capacità   di attivare  e praticare conflitti e vertenze. Le rivoluzioni “cittadine” in alcuni paesi dell’America Latina non possono   infatti essere confinate alle pratiche di quei governi,  ma traggono massimo significato dalle profonde trasformazioni   in corso in quelle società  come prodotto collaterale rispetto all’ascesa al potere di formazioni politiche “progressiste”. Altri soggetti poi  praticano l’autonomia, provando  a costruire nel proprio spazio “liberato” un’ipotesi di società possibile, agibile, alternativa. Anche in questo caso questi processi hanno grande potenzialità: oltre alla resistenza, aprono lo spazio alle pratiche “altre”, intessute di teoria e critica radicale di paradigma, ma allo stesso tempo della costruzione di  spazi  di elaborazione e produzione artistica e culturale. Tali  processi ed esperienze testimoniano che arte, politica, e cultura possono essere tre strumenti non separati,  ma intrinsecamente connessi in un progetto di trasformazione dell’esistente.  C’è poi chi sta provando a  costruire partiti  o formazioni politiche nuove, essenzialmente su base locale, o regionale,  con l’intenzione di  poter dare rappresentanza alle varie istanze della “sinistra” sociale.  L’idea di poter articolare forme innovative di rappresentanza su base locale, non può prescindere però dalla necessità  di riconoscere che oggi l’azione politica  - seppur praticata a livello    locale e delle nuove municipalità partecipate - necessita di un respiro più ampio, di luoghi di convergenza ed elaborazione che superino i confini geografici ed ideali dei cosiddetti “territori”. E    che provino a praticare questa interrelazione tra locale e globale e viceversa che rende obsoleto il concetto stesso di “territorio”. Veniamo all’ultimo punto di analisi  in questo rapido excursus analitico sulle forme e le pratiche della “buona” politica.  Come detto all’inizio, i partiti “tradizionali” della sinistra sono “scomparsi” dalla scena istituzionale, e soffrono una fase di crisi di proposta, elaborazione e identità. La galassia di sinistra sociale che, nonostante le difficoltà,  continua ad esistere ed operare nel paese si riconosce solo in parte nei partiti di sinistra. Una disaffezione che si è espressa in un alto tasso di astensionismo nelle ultime elezioni, e dallo spostamento di parte dei consensi verso altre formazioni politiche in nome del rinnovamento “morale”   della politica (si veda ad esempio l’ascesa del “popolo viola”) o della scelta del voto utile. La politica dei partiti della sinistra  sconta in buona parte il prezzo di non esser riuscita a cogliere le vere innovazioni che provenivano  dalla sinistra sociale e diffusa, e rischia tuttora di ricadere in pratiche   che ne hanno causato la quasi totale scomparsa  nel nostro paese.  Anche su questo sarà necessario che si interroghi chi oggi continua con ostinatezza e grande dedizione a tenere in vita nodi di resistenza e pratiche alternative. La questione centrale sarà di capire se ed a quali condizioni i “partiti” possano essere compagni di strada ,  o piuttosto siano ostacoli , o peggio ancora soggetti irrilevanti,  in questo cammino di ricostruzione della buona politica.  Altra tappa nel cammino sarà allora  quella di non rifuggire un confronto critico, di merito e nelle pratiche,  con i partiti della sinistra, arrivando a contemplare anche l’ipotesi di stringere un patto di lavoro tra varie componenti della sinistra “sociale”   e proporlo poi ai partiti della sinistra. Un patto tra soggetti eguali, che riconosca l’eguale dignità ed il desiderio di sperimentare modalità e pratiche nuove intorno a tematiche cruciali.  Tra queste il nucleare ed il diritto all’acqua, i diritti dei migranti, GLBQT e di cittadinanza, la giustizia e la povertà nel paese,  la costruzione della pace, attraverso il disarmo nucleare ed il sostegno alla resistenza contro la base di Vicenza. A Carta due possibili compiti, quello di continuare nel suo sforzo di  riannodare  le trame delle sinistre, di quella sociale e diffusa, e di provare a fare altrettanto con i media alternativi, dalle riviste, alle radio, ai blogger, creando cosi uno spazio virtuale - ma anche concreto - di confronto ed elaborazione collettiva.&lt;br /&gt;scritto per la rivista Carta Aprile 2010&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.carta.org"&gt;www.carta.org&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-6600368240372588264?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/6600368240372588264/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=6600368240372588264' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/6600368240372588264'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/6600368240372588264'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2010/03/i-pilastri-della-nuova-politica.html' title='I pilastri della nuova politica'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-4492204766074436869</id><published>2010-03-24T00:52:00.000-07:00</published><updated>2010-04-04T09:29:31.149-07:00</updated><title type='text'>Quale giustizia per i Tamil?</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Dopo le elezioni presidenziali tenutesi a  marzo, le prossime politiche in Sri Lanka potrebbero riaffermare il dominio del partito  del riconfermato leader Rajapaksa, già responsabile assieme all’altro candidato alla presidenza, il generale Fonseka, di gravi crimini contro l’umanità commessi nell'ultimo periodo della guerra che portò all’annientamento delle Tigri del Tamil Eelam, (LTTE) ma con questo anche alla morte di decine di migliaia di civili Tamil.  Che la questione Tamil non possa essere relegata a vicenda strettamente attinente agli equilibri regionali, e dalle strategie di controllo di Cina ed India in quello scacchiere delicato,  lo dimostra il recente “scontro” diplomatico tra il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ed il governo dello Sri Lanka sostenuto dai paesi del movimento dei non allineati. Il primo ha confermato pubblicamente la sua intenzione di costituire un gruppo di esperti che dovranno indagare sulle violazioni dei diritti umani compiute anche dal governo dello Sri Lanka. A questa proposta i paesi non allineati risposero con una lettera durissima nella quale si intimava a Ban di abbandonare tale proposito, in quanto così facendo le Nazioni Unite avrebbero gravemente violato la sovranità di uno dei suoi stati membri.   Quella che segue è un’intervista che spiega le ragioni e le conclusioni di una sessione del Tribunale Permanente dei Popoli dedicata proprio alle responsabilità dei massacri di civili Tamil, tenutasi a Dublino nel gennaio scorso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.lettera22.it"&gt;www.lettera22.it&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.ifpsl.org"&gt;http://www.ifpsl.org&lt;/a&gt;&lt;a href="http://www.internazionaleleliobasso.it"&gt;&lt;br /&gt;www.internazionaleleliobasso.it&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID=34102&amp;amp;Cr=sri+lanka&amp;amp;Cr1="&gt;http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID=34102&amp;amp;Cr=sri+lanka&amp;amp;Cr1=&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;SRI LANKA, VERITA' SUI CRIMINI DI GUERRA 8/2/10&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il tribunale permanente dei popoli si è riunito a gennaio per stabilire le responsabilità del governo di Colombo nel massacro di migliaia di tamil durante gli ultimi atti della guerra civile. Francesco Martone, membro del Tpp, ci spiega le conclusioni dell'indagine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;span style=";font-family:Arial,Helvetica,sans-serif;font-size:85%;"  &gt;Junko Terao&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p&gt;&lt;span style=";font-family:Arial,Helvetica,sans-serif;font-size:85%;"  &gt;Lunedi' 8 Febbraio 2010&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono passati circa otto mesi dalla fine della guerra civile quasi trentennale tra il governo e i ribelli tamil, ma i modi con cui l’esercito srilankese ha avuto la meglio non sono ancora stati verificati. Per settimane l’esercito ha continuato a sparare e lanciare granate sulla ‘no fire zone’, dove 250mila tamil erano intrappolati insieme alle tigri dell’Ltte (Tigri per la liberazione del tamil Eelam). Per sei oltre mesi, i tamil sfollati sono rimasti rinchiusi nei campi allestiti e controllati dai militari senza potersi muovere né comunicare con l’esterno. Bandite dal nord del paese le organizzazioni umanitarie, cacciati tutti i giornalisti. Il governo non ammette critiche e la comunità internazionale finora non ha fatto nulla. Pochi giorni prima della rielezione di Rajapaksa, il Tribunale permanente dei popoli aveva pubblicato il rapporto della commissione chiamata a verificare i presunti crimini contro l’umanità commessi dal governo e dall’esercito srilankesi nel corso dell’offensiva finale contro le Tigri tamil. Sotto esame anche le presunte responsabilità della comunità internazionale nel fallimento del cessate il fuoco del 2002 tra il governo di Colombo e l’Ltte. Francesco Martone, membro della commissione che si è riunita a Dublino a metà gennaio, ci spiega cosa hanno concluso.&lt;br /&gt;Da dove è partita la vostra indagine?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abbiamo avuto una richiesta specifica dalla rete di ong Irish forum for peace in Sri Lanka, che ci ha fornito una serie di documentazioni che delineavano possibili crimini di guerra e contro l’umanità che si erano compiuti soprattutto nell’ultimo periodo dell’offensiva finale. Di fatto, l’Ifpsl ci aveva sottoposto due documenti di base: uno che qualificava i possibili crimini contro l’umanità e il secondo che qualificava i possibili crimini contro la pace. L’idea era quella di verificare se era possibile identificare la responsabilità giuridica della comunità internazionale per quanto riguarda la rottura del cessate il fuoco e la scarsa volontà politica di sostenere una soluzione negoziale. Il terzo punto su cui alcuni dei ricorrenti hanno chiesto un giudizio è la possibile esistenza di reati di genocidio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Su quali elementi vi siete basati?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abbiamo ascoltato testimonianze di vario tipo: quelle di alcuni rappresentanti dei tamil che vivevano nei campi sfollati nel periodo del conflitto, quelle di cooperanti e volontari, quelle di alcuni militari scandinavi dell’independent monitoring force - creata per controllare la tenuta del cessate il fuoco del 2002 -, che ci hanno raccontato la genesi del post cessate il fuoco. Abbiamo ascoltato anche il parere di analisti esperti di Sri Lanka. Il tutto a porte chiuse e in condizioni di sicurezza perché avevamo ricevuto avvisaglie di possibili minacce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa avete concluso?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per quanto riguarda i crimini contro l’umanità ci sono prove evidenti - abbiamo visionato dei video che li provano, quindi non è stato difficile verificarli, anche perchè esistono parametri chiari, sia nel trattato di Roma sia nella convenzione di Ginevra. Per quanto riguarda i crimini contro la pace, a livello giuridico era un po’complicato definire quando o chi avesse compiuto questi crimini. Quello che abbiamo scelto di fare è di indicare una sorta di corresponsabilità diretta della comunità internazionale nella rottura del cessate il fuoco del 2002. Sicuramente una delle concause è stata la decisione dell’Unione europea di iscrivere le organizzazioni tamil, tra cui anche l’Ltte, tra i gruppi terroristici. Una decisione cui l’Ue è giunta soprattutto in seguito alle pressioni degli Stati Uniti e della Gran Bretagna e che da una parte ha compromesso la possibilità dell’Ue di svolgere un ruolo di arbitro imparziale, dall’altra ha dato un’ulteriore autorizzazione al governo di Colombo a perseguire una soluzione militare alla questione tamil e di giustificarla come parte integrante della guerra contro il terrorismo. Poi, abbiamo verificato la corresponsabilità di paesi che hanno fornito armi al governo dello Sri Lanka durante il cessate il fuoco. Ci sono prove evidenti della fornitura di armi da parte di alcuni paesi come India, Israele, Repubblica Ceca, Ucraina e Gran Bretagna, che aveva addestrato alcuni quadri dell’esercito dello Sri Lanka. L’altra corresponsabilità per omissione della comunità internazionale è stata l’impossibilità da parte del consiglio Onu per i diritti umani di arrivare a un impegno per inviare in Sri Lanka una missione o mettere almeno il tema in discussione. Lo stesso vale anche per il Consiglio di sicurezza: il Messico, a suo tempo, aveva chiesto che la discussione sullo Sri Lanka venisse messa all’ordine del giorno ma la Russia si oppose. E anche al consiglio Onu per i diritti umani, secondo le informazioni che abbiamo acquisito, di fatto si creò un fronte unico dei G77 che sostenne lo Sri Lanka dicendo che la faccenda non poteva essere messa all’ordine del giorno perchè sarebbe stato un uso improprio della questione dei diritti umani. La mancanza di iniziativa da parte dell’Onu è stata uno degli elementi che non hanno contribuito a rafforzare la tenuta del cessate il fuoco. Ma anche il mancato intervento durante lo svolgimento dell’ultima azione militare, di fatto, non ha aiutato la causa della popolazione civile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In base alle testimonianze che ha ascoltato che idea si è fatto della situazione attuale nei campi sfollati dove vivono ancora centomila persone?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La situazione sembra in parte essere migliorata. Almeno gli sfollati possono uscire dai campi, non sono più segregati. Però il problema è capire dove sono state mandate le 150mila persone che non si trovano più nei campi. Ci risulta che siano state mandate in altri luoghi sottoposti comunque a controllo militare. Che fine hanno fatto, poi, le 11mila persone di cui non si ha notizia? Comunque sia non c’è un controllo indipendente: le organizzazioni umanitarie non hanno accesso ai campi e ai luoghi dove si trovano i civili tamil. La situazione nel nord è ancora preoccupante perchè c’è una forte militarizzazione e i programmi di reinsediamento sono gestiti senza la partecipazione delle organizzazioni internazionali né degli stessi tamil.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa raccomandate per risolvere la situazione?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prima di tutto che siano organizzate missioni di monitoraggio indipendente per le prossime elezioni parlamentari di marzo, e che venga assicurato un dibattito libero e pacifico durante la campagna elettorale. Perchè c’è anche il grande problema degli attacchi alla libertà di stampa: abbiamo parlato con vari giornalisti tamil che cercano di mantenere aperto un canale d’informazione indipendente e che ci hanno raccontato le grandi difficoltà cui vanno incontro per cercare di denunciare la situazione attuale. Tra le raccomandazioni, poi, c’è quella di istituire una commissione d’indagine indipendente e un relatore speciale dell’Onu che facciano luce su quello che è successo e sulle responsabilità di tutte le parti in conflitto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Adesso che succede? Colombo ha già risposto e rispedito le accuse al mittente gridando al complotto. Ma da parte della comunità internazionale, viste le accuse pesanti mosse contro alcuni paesi in particolare, c’è già stato qualche riscontro?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ ancora troppo presto. Adesso dobbiamo decidere che strategia adottare. Invieremo il nostro rapporto agli organismi internazionali competenti, sicuramente al Consiglio per i diritti umani, e si proverà a capire come il consiglio possa farne oggetto di discussione all’ordine del giorno. Più che condanne, il documento contiene delle raccomandazioni. Lo scopo è di produrre qualcosa di concreto e costruttivo per uscire dall’impasse e garantire che la comunità internazionale prenda degli impegni nei confronti dei civili tamil.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Uscito anche su &lt;a href="http://www.ilmanifesto.it/" target="blank"&gt;il manifesto&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-4492204766074436869?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/4492204766074436869/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=4492204766074436869' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/4492204766074436869'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/4492204766074436869'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2010/04/quale-giustizia-per-i-tamil.html' title='Quale giustizia per i Tamil?'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-8139741494020295254</id><published>2009-08-02T10:13:00.000-07:00</published><updated>2009-08-02T10:15:21.808-07:00</updated><title type='text'>OGM, sovranità alimentare e pesticidi....in risposta ad articolo pubblicato su L'Altro, (1 Ago 2009)</title><content type='html'>Ma davvero contro gli ogm sono schierati gruppi di frikkettoni,&lt;br /&gt;ex-katanga, amici dei lobbyisti o lobbyisti essi stessi?  A parte il&lt;br /&gt;linguaggio e le etichettature che appartengono ad un mondo “altro” e&lt;br /&gt;che ci perseguitano dal ’68, forse le cose non stanno proprio così.&lt;br /&gt;La critica e la resistenza agli OGM e  le pratiche di un’agricoltura&lt;br /&gt;libera da pesticidi,  hanno un carattere mondiale e vedono&lt;br /&gt;protagonisti  in primo luogo i movimenti e le organizzazioni contadine&lt;br /&gt;dei sud del mondo. Donne ed uomini  che denunciano come gli OGM ed i&lt;br /&gt;pesticidi  siano la parte avanzata di un sistema, quello&lt;br /&gt;dell’agri-business mondiale, dominato dalle grandi multinazionali, che&lt;br /&gt;ha prodotto tutte le attuali e drammatiche distorsioni. Un sistema che&lt;br /&gt;tiene i contadini dei paesi “in via di sviluppo” in permanente&lt;br /&gt;condizione di povertà e dipendenza.  Che più produce e meno sfama,&lt;br /&gt;come dimostrano  i fallimenti di tutti gli impegni di lotta alla fame&lt;br /&gt;nel mondo. Che quando sfama crea obesità. Un sistema che, sopravvive&lt;br /&gt;solo grazie ad   ingentissimi aiuti pubblici, con buona pace dei  più&lt;br /&gt;entusiasti sostenitori del destino salvifico del libero mercato. Negli&lt;br /&gt;USA come in Europa, dove  i sussidi rappresentano oltre il 40% del&lt;br /&gt;bilancio comunitario,  questo  paradigma  invece di  produrre lavoro&lt;br /&gt;buono, terra buona, cibo buono, favorisce sistematicamente i ricchi.&lt;br /&gt;I grandi azionisti e manager delle imprese multinazionali che&lt;br /&gt;controllano sementi, pesticidi, ed ora OGM, e così detengono il potere&lt;br /&gt;sulla riproduzione alimentare e sul patrimonio genetico, violando&lt;br /&gt;sistematicamente il diritto umano al cibo ed alla sovranità&lt;br /&gt;alimentare.  O coloro, grandi proprietari terrieri in primis,  che&lt;br /&gt;traggono vantaggio dalle esportazioni sovvenzionate a danno delle&lt;br /&gt;agriculture familiari dei paesi terzi ,  o produttori  di “biofuel”&lt;br /&gt;che sottrae l’agricoltura al cibo e la consegna a sfamare macchine.&lt;br /&gt;Così i prodotti di questo  sistema profondamente ingiusto, che più&lt;br /&gt;costanos dal punto di vista degli impatti ambientali e della sua&lt;br /&gt;cattiva qualità, finiscono a sfamare i poveri al “discount” o vengono&lt;br /&gt;spediti nei paesi impoveriti sotto forma di aiuto alimentare, mentre&lt;br /&gt;la qualità, che fa risparmiare beni comuni, quali la salute della&lt;br /&gt;Terra e delle persone, diviene un lusso. Naturalmente si può&lt;br /&gt;considerare questa ricostruzioneanticapitalistica ed ideologica: per&lt;br /&gt;noi è invece una critica di paradigma. Che non sarà la scienza a&lt;br /&gt;salvarci, è esperienza concreta. L’agricoltura è piena di rivoluzioni&lt;br /&gt;scientiste, verdi, (ultima in ordine di tempo il piano lanciato da&lt;br /&gt;Bill Gates e Kofi Annan per una nuova rivoluzione verde in Africa –&lt;br /&gt;AGRA) che separano sempre più la produzione di cibo dai fattori&lt;br /&gt;naturali,  e gli effetti sono di fronte a noi. Fame nel mondo ed&lt;br /&gt;obesità, pandemie, desertificazione ed effetto serra. Certo si può&lt;br /&gt;sempre sostenere che quel 16% almeno di effetto serra che questa&lt;br /&gt;agricoltura produce non deriva dai cicli lunghi, dagli eccessi&lt;br /&gt;chimici, dagli allevamenti intensivi, ma dalle galline allevate a&lt;br /&gt;terra. O si vuole dimenticare che l’agricoltura pulita, tradizionale,&lt;br /&gt;e su piccola scala può essere un importante fattore di adattamento&lt;br /&gt;all’effetto serra. Ma qui si arriva all’assurdo ed alla crudeltà. Cosa&lt;br /&gt;sono gli alevamenti intensivi, in gabbia lo sanno tutti, come tutti&lt;br /&gt;sanno cosa comportano in termini anche di sofferenza animale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Certo si può rovesciare con una capriola  il principio di precauzione,&lt;br /&gt;fondativo dell’Europa e cardine del diritto internazionale&lt;br /&gt;dell’ambiente,  per cui bisogna dimostrare che le cose che si fanno&lt;br /&gt;non fanno  male, nel suo contrario. Ovvero che si può fare tutto ciò&lt;br /&gt;che non è dimostrato che fa male , specie su terreni di proprietà&lt;br /&gt;privata.  O cercare di affermare,  sulla base di uno studio inglese,&lt;br /&gt;che i prodotti dell’agricoltura organica  siano, in termini di salute&lt;br /&gt;dei consumatori, equiparabili a quelli dell’agricoltura con pesticidi,&lt;br /&gt;dimenticandosi della salute di coloro che coltivano, e si avvelenano&lt;br /&gt;quotidianamente. Che dire allora delle vittime del Nemagon in America&lt;br /&gt;Centrale, o di quelle terre e falde acquifere avvelenate   da sostanze&lt;br /&gt;chimiche micidiali come il glifosato?&lt;br /&gt;Certo si possono citare studi sempre disponibili come tanti ce ne sono&lt;br /&gt;che  dicono che il nucleare serve contro  l’effetto serra,  o che lo&lt;br /&gt;stesso effetto serra è un fattore naturale, Ma la realtà del rapporto&lt;br /&gt;moderno tra società e scienza è proprio quello che sulla scienza e con&lt;br /&gt;la scienza si discute e si sceglie. Un dibattito che viene da lontano,&lt;br /&gt;di critica delle tecnologie, intrinsecamente trincerate intorno agli&lt;br /&gt;interessi dei potenti, e che non sopportano la critica democratica. E&lt;br /&gt;di lotte per tecnologie appropriate, diffusibili e controllabili. Per&lt;br /&gt;cui si può essere per la RU486 e contro gli OGM, perché si sta con le&lt;br /&gt;donne ed i contadini. Per cui l’Europa ha convalidato consensualmente&lt;br /&gt;la responsabilità umana nell’effetto serra. Una riflessione la&lt;br /&gt;vogliamo proporre anche a L’Altro. Tra discutere tutto ed il tutto fa&lt;br /&gt;spettacolo, c’è una differenza. E se  è giusto criticare in radice&lt;br /&gt;ogni esperienza della sinistra, magari cercando comunque di guardare&lt;br /&gt;al di là dei propri confini geografici,  altro sarebbe scoprire le&lt;br /&gt;magnifiche sorti e progressive del capitalismo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Roberto Musacchio&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#888888;"&gt;Francesco Martone&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-8139741494020295254?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/8139741494020295254/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=8139741494020295254' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/8139741494020295254'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/8139741494020295254'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2009/08/ogm-sovranita-alimentare-e-pesticidiin.html' title='OGM, sovranità alimentare e pesticidi....in risposta ad articolo pubblicato su L&apos;Altro, (1 Ago 2009)'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-6022340572084298575</id><published>2009-07-28T12:37:00.000-07:00</published><updated>2009-07-28T12:38:26.505-07:00</updated><title type='text'>morire per Kabul?</title><content type='html'>Mio commento su Afghanistan postato oggi sul sito di SeL&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;28 luglio 2009 alle 20:16&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Avendo avuto a che fare - assieme a molti e molte compagne che oggi&lt;br /&gt;come me sostengono il progetto di Sinistra e Libertà - con la&lt;br /&gt;questione afgana per ben sette anni in Parlamento ed essendo stato uno&lt;br /&gt;dei promotori dell’appello per il ritiro delle truppe pubblicato anche&lt;br /&gt;su questo sito vorrei condividere alcune riflessioni. La prima è che&lt;br /&gt;non si può lasciare il popolo afghano in preda della NATO, delle bombe&lt;br /&gt;intelligenti, dei Mangusta, né dei signori della guerra nè ancor di&lt;br /&gt;più dei Talebani. A suo tempo tentammo una via altra, che passava&lt;br /&gt;attraverso tre pilastri: a rielaborazione del concetto di sicurezza.&lt;br /&gt;Quando si parla di sicurezza umana si intende la protezione dei civili&lt;br /&gt;non operazioni offensive. Allora si proponeva che l’Italia si&lt;br /&gt;sganciasse dalla partecipazione all’operazione Enduring Freedom e&lt;br /&gt;sostenesse la riconfigurazione della la presenza internazionale con un&lt;br /&gt;contingente di polizia internazionale sotto mandato e comando ONU.&lt;br /&gt;2: sostenere processi di mediazione e costruzione della pace&lt;br /&gt;attraverso il sostegno alla società civile afgana, processi di verità&lt;br /&gt;e giustizia sui crimini commessi da tutte le parti in conflitto, la&lt;br /&gt;convocazione di un tavolo di trattativa anche con gli insurgenti. A&lt;br /&gt;questo negoziato macroregionale avrebbero partecipato anche i governi&lt;br /&gt;degli stati confinanti l’Afghanistan Iran e Pakistan in primis.&lt;br /&gt;3. inversione delle proporzioni tra sostegno finanziario allo&lt;br /&gt;strumento militare e ricostruzione, sostegno a programmi di&lt;br /&gt;autoproduzione alimentare, microimpresa, microcredito, sostituzione&lt;br /&gt;progressiva delle colture da oppio con produzioni atte ad assicurare&lt;br /&gt;sovranità alimentare e accesso a mercati locali. Investimento in&lt;br /&gt;scuole, e salute, ed in infrastrutture locali. Sganciamento delle&lt;br /&gt;attività militari da quelle di ricostruzione come nel caso delle&lt;br /&gt;Provincial Reconstruction Teams, vedi quella di Herat. Sulla base di&lt;br /&gt;questa proposta abbiamo per due anni ingaggiato un confronto&lt;br /&gt;costruttivo con il governo Prodi, per provare ad ottenere una&lt;br /&gt;riduzione progressiva dell’impegno italiano in termini militari ( o&lt;br /&gt;per lo meno prevenire una escalation in termini di uomini e mezzi) e&lt;br /&gt;un rafforzamento della partecipazione in termini civili e di&lt;br /&gt;mediazione. Le regole d’ingaggio e la gestione dei caveat venivano&lt;br /&gt;costantemente monitorati a livello parlamentare, mentre si cercava di&lt;br /&gt;articolare un dialogo con quei pezzi di movimento pacifista che come&lt;br /&gt;noi non volevano cadere nella trappola “ritiro delle truppe da una&lt;br /&gt;aguerra imperialista” o “a Kabul fino alla morte per l’Occidente e la&lt;br /&gt;NATO”. Abbiamo provato a metterci nei panni delle necessità effettive&lt;br /&gt;del popolo afgano al di la di ogni retorica. Non è stato facile, né&lt;br /&gt;per le nostre profonde convinzioni pacifiste né per lo scontro che&lt;br /&gt;questo ha creato con compagni e compagne di viaggio sia in Parlaento&lt;br /&gt;che all’esterno, nei movimenti. Poi quando era chiaro che la fase&lt;br /&gt;politica del centrosinistra stava volgendo al termine abbiamo votato&lt;br /&gt;contro la missione per non dare una cambiale in bianco ad un governo&lt;br /&gt;successivo, che oggi con le dichiarazioni dei suoi ministri dimostra&lt;br /&gt;un volto guerrafondaio e militarista che cozza contro quelle ipotesi&lt;br /&gt;di exit strategy da più parti invocate anche all’interno&lt;br /&gt;dell’amministrazione Obama. Ora le condizioni per una strategia di&lt;br /&gt;riconfigurazione del ruolo italiano in Afghanistan non esistono più,&lt;br /&gt;né quella che dovrebbe essere l’opposizione accenna ad un minimo&lt;br /&gt;interesse a rielaborare proposte di uscita dall’opzione militare. Ed&lt;br /&gt;allora a noi non resta che rilanciare l’appello per ritirare le&lt;br /&gt;truppe, fermare l’escalation militare e chiedere che l’Italia si&lt;br /&gt;incarichi di sostenere una discussione per una profonda&lt;br /&gt;riconfigurazione della presenza internazionale in quello scacchiere.&lt;br /&gt;Farlo mentre fischiano le bombe o i proiettili dei Mangusta (tanto&lt;br /&gt;invocati dal responsabile Difesa del PD) mi pare non solo impossibile&lt;br /&gt;ma anche non accettabile dal punto di vista politico ed etico.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-6022340572084298575?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/6022340572084298575/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=6022340572084298575' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/6022340572084298575'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/6022340572084298575'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2009/07/morire-per-kabul.html' title='morire per Kabul?'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-3821918704224319764</id><published>2009-07-20T16:26:00.001-07:00</published><updated>2009-07-20T16:27:21.347-07:00</updated><title type='text'>Il G8 visto dall'Ecuador</title><content type='html'>ricevo e pubblico volentieri, da Mauro Cerbino, editorialista de El Telegrafo...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Las ruinas del G8&lt;br /&gt; Mauro Cerbino&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;mcerbino@telegrafo.com.ec&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Acabamos de asistir a un capítulo más de la "saga" del G8. Desde 1975, el restringido grupo de países más ricos del mundo se reúne para discutir y aprobar decisiones que han servido para proyectarlo como el motor de un sistema global de Gobernanza. Se empezó con un selecto G5 compuesto por Alemania, Francia, Inglaterra, Estados Unidos y Japón al que se han sumado Italia, Canadá y últimamente Rusia. Este grupo exclusivo (y excluyente) de países pretende establecer su legitimidad mundial basándose en la riqueza producida y también en una supuesta supremacía de lógicas de "occidente" sobre el resto del mundo, sabiendo que Japón y Rusia se alinean claramente con esas lógicas.&lt;br /&gt;Sin embargo el club ha tenido que ir abriendo paulatinamente su membrecía a otros países. En primer lugar porque ha visto como iba disminuyendo el monto de su riqueza en relación al resto del mundo, y por otro lado por la necesidad de incluir países que representen a otras geografías como es el caso de Brasil por América Latina o de Egipto por África. El club requiere de nuevos adeptos para reacomodarse económica y políticamente no para democratizarse. Los añadidos que configuran la serie matemática de G5+1+1+1+5+7 para llegar a un G20, parece ser uno de aquellos juegos como el Risk en el que de lo que se trata es de sumar países (y ejércitos) para conquistar el mundo.&lt;br /&gt;Agudos analistas como Francesco Martone, ex senador italiano y especialista en relaciones internacionales, indican que tales prácticas, lejos de significar una voluntad por fijar nuevas reglas más equitativas de Gobernanza mundial, conducen de hecho a un debilitamiento ulterior del multilateralismo y especialmente de la ONU.&lt;br /&gt;El club se va configurando así por medio de "geometrías variables", las cuales siendo informales y no sostenidas en instituciones, hacen que el cumplimiento de las decisiones y los compromisos que se toman estén supeditados a la "buena voluntad" de cada miembro. El resultado es conocido: los compromisos como la lucha a la pobreza o el incremento financiero a la cooperación al desarrollo siempre se quedan en carpeta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sería interesante que los astutos diplomáticos del club puedan convencer a sus jefes de gobierno de cómo concebir una geometría no euclidiana, que sepa reflexionar sobre las asimetrías y las topologías complejas que la humanidad presenta.&lt;br /&gt;Entre los escombros de L´Aquila, ciudad devastada por el terremoto, Berlusconi ha organizado este G8. Pudo haber sido un modo para llamar la atención mundial sobre este drama y recibir apoyo, y también su astucia pudo haberlo llevado a concebir a ese lugar como el más idóneo para desactivar cualquier protesta de los movimientos altermundialistas, aquellos que hace ocho años han sido víctimas en Génova de la brutal represión de parte de este mismo gobierno. Lo que es cierto es que nunca un lugar fue más apropiado que éste para el show mediático de un club, cuya estructura concéntrica y aparentemente sólida, en mucho se parece a la fragilidad de las paredes de las casas construidas con arena gracias a la corrupción y al degrado imperante en Italia.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-3821918704224319764?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/3821918704224319764/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=3821918704224319764' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/3821918704224319764'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/3821918704224319764'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2009/07/il-g8-visto-dallecuador.html' title='Il G8 visto dall&apos;Ecuador'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-2046631287530925644</id><published>2009-07-10T04:55:00.001-07:00</published><updated>2009-07-10T04:58:49.528-07:00</updated><title type='text'>Aiuto! Quali aiuti allo sviluppo?</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: left;"&gt;Dal vertice di Gleneagles di qualche anno fa ad oggi, i paesi del G8&lt;br /&gt;avrebbero dovuto tener fede all’impegno di destinare quote crescenti&lt;br /&gt;del loro prodotto interno lordo alla lotta alla povertà e dalla cooperazione&lt;br /&gt;internazionale. E le ristrettezze di bilancio causate dalla crisi economica&lt;br /&gt;globale non possono certamente essere addotte a pretesto per venir meno&lt;br /&gt;ad un impegno di giustizia e di restituzione del debito ecologico e sociale&lt;br /&gt;accumulato dai paesi industrializzati nei confronti del mondo di maggioranza.&lt;br /&gt;Tuttavia il paese che oggi ospita e presiede il G8 è progressivamente&lt;br /&gt;precipitato tra gli ultimi in termini di impegni per la lotta alla povertà:&lt;br /&gt;negli ultimi due anni del governo Berlusconi la cooperazione è arrivata ai&lt;br /&gt;minimi storici.&lt;br /&gt;Se ciò non bastasse,  questo G8   potrebbe segnare l’inizio di una nuova era&lt;br /&gt;nei principi e nelle strategie per la promozione dei beni pubblici globali, a partire&lt;br /&gt;dall’aiuto  e dalla cooperazione allo sviluppo. A fronte dei ripetuti&lt;br /&gt;appelli del mondo nongovernativo ad aumentare le quote di&lt;br /&gt;finanziamento alla cooperazione e dalla lotta alla povertà, i G8 non&lt;br /&gt;si sono fatti sfuggire l’occasione per proporre una nuova visione&lt;br /&gt;dell’aiuto allo sviluppo, in termini di “sistema paese”&lt;br /&gt;("whole of country" nel gergo degli sherpa), un termine&lt;br /&gt;bipartizan molto di  moda anche negli ambienti politici nostrani.&lt;br /&gt;Basti ricordare le vicende del dibattito abortito sulla riforma della&lt;br /&gt;cooperazione italiana allo sviluppo la scorsa legislatura, quando&lt;br /&gt;venne avanzata da più parti l’ipotesi di una Fondazione&lt;br /&gt;Pubblico-Privata per la cooperazione del “sistema Italia”.  Questa&lt;br /&gt;dilatazione del concetto di aiuto, fino ad includere anche – come&lt;br /&gt;propone l’OCSE - le missioni militari all’estero (cosa che ad esempio&lt;br /&gt;viene già fatta in Inghilterra) permetterebbe quindi di affiancare&lt;br /&gt;all’aiuto pubblico allo sviluppo una quota crescente del settore&lt;br /&gt;privato, delle imprese, delle fondazioni internazionali. Il dibattito&lt;br /&gt;in corso a livello G8 sull’aiuto, è pertanto speculare alla&lt;br /&gt;discussione “nazionale” sull’aiuto allo sviluppo ormai ridotta a mera&lt;br /&gt;“espressione geografica” nel bilancio dello Stato. Il G8 del 2009&lt;br /&gt;potrebbe quindi passare alla storia come il “trend-setter”, quello&lt;br /&gt;delle svolte “politiche” e “culturali” a costo finanziario zero.  Lo&lt;br /&gt;stesso vale per la riforma della governance globale. Altro che riforma&lt;br /&gt;ed allargamento del G8, il vero rischio è che il G8, seppur allargato&lt;br /&gt;occasionalmente ad altri Paesi ad economia emergente, riesca a&lt;br /&gt;scalzare le Nazioni Unite nel gestire l’ormai irrevocabile processo di&lt;br /&gt;revisione della struttura di governo dell’economia e della finanza&lt;br /&gt;globale degli Accordi di Bretton Woods.   Se poi si aggiunge a questo&lt;br /&gt;la questione dei cambiamenti climatici, con la risolutezza del governo&lt;br /&gt;italiano ad usare il Protocollo di Kyoto contro sé stesso, allora si&lt;br /&gt;potrà concludere  che il vertice del 2009 potrebbe diventare il primo&lt;br /&gt;vertice di sapore ed ispirazione “neo-con”, proprio quando a&lt;br /&gt;Washington l'avvento di Obama ha relegato i neocon tra i rottami della&lt;br /&gt;storia.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-2046631287530925644?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/2046631287530925644/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=2046631287530925644' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/2046631287530925644'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/2046631287530925644'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2009/07/aiuto-quali-aiuti-allo-sviluppo.html' title='Aiuto! Quali aiuti allo sviluppo?'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-1383458583717572065</id><published>2009-07-10T01:47:00.000-07:00</published><updated>2009-07-10T01:50:39.029-07:00</updated><title type='text'>Dal G8 al G20 senza le Nazioni Unite</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: left;"&gt;Da tempo ormai il G8 è considerato obsoleto, inadatto e non legittimato&lt;br /&gt;a formulare proposte e soluzioni a emergenze globali, spesso  causate dalle&lt;br /&gt;stesse scelte di politica ambientale, economica, industriale e commerciale dei&lt;br /&gt;paesi che ne fanno parte. Ciononostante, piuttosto che un rilancio di ambiti&lt;br /&gt;politici democratici, trasparenti e multilaterali, che siano adatti al nuovo&lt;br /&gt;assetto multipolare della governance globale , l’agenda politica del G8 italiano&lt;br /&gt;rischia di assestare un nuovo duro colpo al multilateralismo.  Qualche mese fa si&lt;br /&gt;parlò a lungo, sulla scia delle crisi economico-finanziarie, della riforma del G8 e&lt;br /&gt;delle altre istituzioni finanziarie. Si pensava che il tracollo del modello economico&lt;br /&gt;e finanziario globale potesse portare a soluzioni innovative, anche a seguito della&lt;br /&gt;decisione del Presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Miguel&lt;br /&gt;D’Escoto, di convocare un vertice ONU sulla finanza globale come punto&lt;br /&gt;di ricaduta del lavoro di una task force convocata dallo stesso&lt;br /&gt;d’Escoto, al cui capo venne messo il premio Nobel per l’economia&lt;br /&gt;Joseph Stiglitz. Già da allora si aprì un contenzioso durissimo con i&lt;br /&gt;paesi del G20 e del G8 che poche ore dopo la notizia della nomina di&lt;br /&gt;Stiglitz , annunciarono la  data e del luogo dove si sarebbe tenuto il&lt;br /&gt;primo G8 straordinario sulla crisi finanziaria, estendendo  l’invito&lt;br /&gt;ad altri Paesi ad economia emergente e riconfigurandosi così come G20.&lt;br /&gt;Vale la pena di ricordare che in termini “istituzionali” la Conferenza&lt;br /&gt;di Bretton Woods (nella quale vennero istituiti Fondo Monetario&lt;br /&gt;Internazionale e Banca Mondiale) avvenne nell’ambito del processo di&lt;br /&gt;fondazione delle Nazioni Unite e quindi a questo doveva&lt;br /&gt;necessariamente far riferimento. Anche se poi si decise che Banca&lt;br /&gt;Mondiale e Fondo Monetario non sarebbero state considerate Agenzie&lt;br /&gt;specializzate ONU, ma piuttosto collegate al sistema ONU attraverso&lt;br /&gt;accordi specifici. Obiettivo principale era quello di preservare il modello&lt;br /&gt;decisionale antidemocratico tuttora vigente in Banca Mondiale e Fondo&lt;br /&gt;Monetario del “un dollaro un voto” (nel quale i paesi del G8 detengono&lt;br /&gt; la maggioranza dei voti) rispetto a quello dell’ONU de “una&lt;br /&gt;testa un voto”.. Questo braccio di ferro tra G8/G20 e&lt;br /&gt;ONU ha avuto il suo culmine a giugno in occasione della Conferenza ONU&lt;br /&gt;sulla finanza globale, di fatto osteggiata fino all’ultimo dai paesi&lt;br /&gt;del g20 e quindi ridimensionata notevolmente nella sua portata.  Sulla&lt;br /&gt;scorta di questi processi politici, quello sul clima e quello sulla&lt;br /&gt;crisi economico-finanziaria,  si potrà  desumere che il vertice de&lt;br /&gt;l’Aquila se poco o nulla avrà da proporre in termini di impegni&lt;br /&gt;finanziari,  rischia di essere occasione per consolidare ulteriormente&lt;br /&gt;nuove tendenze di fondo nei meccanismi di governo globale. Quale&lt;br /&gt;la pratica del “multilateralismo à la carte” o multilateralismo selectivo.&lt;br /&gt;Altro che riforma del G8, o allargamento di quel consenso, già di per sé&lt;br /&gt;screditato, e poco legittimato a decidere per il resto dell’umanità.&lt;br /&gt;Basta leggere tra le righe delle dichiarazioni fatte già qualche mese&lt;br /&gt;or sono da Silvio Berlusconi per capire che il G8 non si toccherà&lt;br /&gt;nella sua sostanza. Sotto la presidenza italiana il G8 è stato&lt;br /&gt;allargato ad altri Paesi, ma non in quanto ripensamento della formula&lt;br /&gt;del G8.  Gruppi di Paesi sono stati invitati o convocati a seconda del&lt;br /&gt;tema o dell’urgenza del caso, che siano essi i cosiddetti Outreach 5&lt;br /&gt;(O5), o i MEM (Paesi corresponsabili per le emissioni di gas serra), o&lt;br /&gt;i Paesi meno sviluppati (LDC) o i paesi africani dell’Africa&lt;br /&gt;Partnership Forum.  Il G8 de l’Aquila  rischia così di consolidare una&lt;br /&gt;conformazione di governance a geometria variabile, nella quale le&lt;br /&gt;Nazioni Unite sarebbero solo “uno inter pares” e non il quadro di&lt;br /&gt;riferimento normativo e politico per una  “nuova governance economica e politica&lt;br /&gt;globale”&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-1383458583717572065?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/1383458583717572065/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=1383458583717572065' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/1383458583717572065'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/1383458583717572065'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2009/07/dal-g8-al-g20-senza-le-nazioni-unite.html' title='Dal G8 al G20 senza le Nazioni Unite'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-8762213189902922101</id><published>2009-07-08T02:37:00.000-07:00</published><updated>2009-07-08T02:42:41.778-07:00</updated><title type='text'>Il clima pesante del G8</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: left;"&gt;Tra qualche ora si aprirà per l’ennesima volta la scena mediatica del&lt;br /&gt;vertice del G8. Un appuntamento che marca dal 1975, quando si riunì&lt;br /&gt;per la prima volta a Rambouillet il vertice dei G7, le scadenze-chiave&lt;br /&gt;del complesso processo della governance mondiale. In queste ore non&lt;br /&gt;possono non tornare alla mente le giornate di 8 anni fa, a Genova, quando si&lt;br /&gt;consumò la più grave sospensione dei diritti e della democrazia mai&lt;br /&gt;sofferta nel nostro paese nel secondo dopoguerra. Violazioni&lt;br /&gt;gravissime dei diritti  umani sulle quali una magistratura coraggiosa&lt;br /&gt;ha tentato di far luce, e delle cui responsabilità politiche ancora&lt;br /&gt;nulla si è potuto accertare. Chi oggi è presidente della Camera, era&lt;br /&gt;in quei giorni nele sale operative delle forze di polizia, chi era a&lt;br /&gt;capo della Polizia è oggi superzar dei servizi segreti. Il premier è&lt;br /&gt;lo stesso, allora preoccupato delle mutande esposte dai balconi di&lt;br /&gt;Genova, o degli alberi di limone da porre nei punti strategici, oggi&lt;br /&gt;da una valanga di foto osée publícate sulla stampa estera. Forse&lt;br /&gt;questo G8 rappresenterà la nemesi di questo organismo informale ormai&lt;br /&gt;non solo delegittimato, ma anche profondamente incapace di prevenire e&lt;br /&gt;gestire le crisi  globali.  Non a caso  basta leggere le bozze di&lt;br /&gt;dichiarazione finale sul clima e ci si rende conto che al di là delle&lt;br /&gt;buone intenzioni nulla di nuovo verrà deciso, Anzi, forse qualcosa&lt;br /&gt;verrà riconfermato, ovvero la mancanza di volontà politica di&lt;br /&gt;procedere a tagli drastici delle emissioni, ed a disintossicare le&lt;br /&gt;economie produttive dalla dipendenza dal petrolio e dal mito della&lt;br /&gt;crescita illimitata. Nella bozza di dichiarazione finale infatti si&lt;br /&gt;parla di energia nucleare, e di sostenere l’attivazione di una ventina&lt;br /&gt;di progetti di Carbon Sequestration and Storage, (CSS) ovvero di&lt;br /&gt;immagazzinamento sottoterra di carbonio. Una tecnologia ancora&lt;br /&gt;rudimentale che, secondo gli esperti,  avrà bisogno di almeno una&lt;br /&gt;decina d’anni prima di essere credibile.  Del resto i G8 non potevano&lt;br /&gt;e non possono prendere alti impegni sul clima, in attesa&lt;br /&gt;dell’approvazione del “Waxman bill” al Senato americano, il disegno di&lt;br /&gt;legge sul clima che tante speranze aveva suscitato e che oggi si&lt;br /&gt;rivela essere molto meno ambizioso di quanto si pensasse. Anche il&lt;br /&gt;processo verso la conferenza di Copenhagen è in parte ostaggio delle&lt;br /&gt;decisioni dell’Amministrazione Obama, ma vale la pena di sottolineare&lt;br /&gt;come nel corso dell’ultimo incontro preparatorio di Bonn, a giugno,&lt;br /&gt;Unione Europea, Giappone e Russia (ovvero paesi che rappresentano la&lt;br /&gt;maggioranza  dei firmatari del Protocollo di Kyoto e del G8)  non&lt;br /&gt;avessero esitato a dichiarare il protocollo di Kyoto morto e defunto&lt;br /&gt;ed a chiedere un nuovo strumento che potesse essere di gradimento&lt;br /&gt;anche agli Stati Uniti. Così facendo questi paesi hanno provocato la&lt;br /&gt;controffensiva dei paesi del G77 , che - Bolivia in testa - hanno&lt;br /&gt;invocato il riconoscimento dell’obbligo di riconoscere il debito&lt;br /&gt;storico dei paesi industrializzati e procedere di conseguenza a tagli&lt;br /&gt;drastici delle proprie emissioni. Tutto in sospeso quindi sulla crisi&lt;br /&gt;climatica, con il rischio di sviluppi che potrebbero mettere a repentaglio&lt;br /&gt;l’approccio multilaterale, seppur monco e criticabile del protocollo di Kyoto, fin&lt;br /&gt;troppo basato su soluzioni di mercato quali il mercato di permessi di&lt;br /&gt;emissione.  Il convergere delle varie crisi, economica, finanziaria, alimentare,&lt;br /&gt;climatica ed energetica avevano fatto ben sperare in una netta inversione di rotta, e la costruzione di soluzioni alternative a quelle ispirate dal modello dominante di sviluppo.  Purtroppo anche stavolta è la realpolitik ad avere la meglio.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.sinistraeliberta.it"&gt;www.sinistraeliberta.it&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-8762213189902922101?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/8762213189902922101/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=8762213189902922101' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/8762213189902922101'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/8762213189902922101'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2009/07/il-clima-pesante-del-g8.html' title='Il clima pesante del G8'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-1760163109477311038</id><published>2009-07-08T02:36:00.000-07:00</published><updated>2009-07-08T02:37:02.242-07:00</updated><title type='text'>Le false promesse del G8 sulla lotta alla povertà</title><content type='html'>Ormai da anni il G8 fornisce l’occasione per una analisi critica degli impegni profusi da quei paesi nella lotta alla povertà verso l’obiettivo dello stanziamento dello 0,7 del proprio prodotto interno lordo ala cooperazione internazionale. Ed ogni anno dalle ONG parte una salva di richieste sempre rimandate al mittente. Perché questo G8 dovrebbe rappresentare una discontinuità rispetto al passato? A guardare nelle casse del paese che lo ospita c’è ben poco da stare allegri. Quest’anno  la cooperazione pubblica allo sviluppo ha raggiunto il suo minimo storico, se non fosse per le quote destinate al controllo del Ministero dell’Economia che ha la responsabilità per i fondi dati alle istituzioni finanziarie internazionali, quali la Banca mondiale. Anzi, è probabile che Banca mondiale e Fondo Monetario Internazionale verranno ulteriormente imbottite di risorse finanzarie dopo che il vertice del G20 di Londra del marzo scorso ne ha rilanciato il ruolo portante per la soluzione della crisi economico-finanziaria e la costruzione di un nuovo “deal” per la crescita e lo sviluppo globale. Inoltre,  la conferenza delle Nazioni Unite su Finanza per lo Sviluppo tenutasi a Doha nei mesi scorsi ha rilanciato anche il ruolo del settore privato e delle imprese, nonché l’urgenza di riprendere le fila del negoziato in ambito WTO, il cosiddetto Doha Development Round, bruscamente interrotto a Cancún e poi ad Hong Kong.  In questo contesto la cooperazione pubblica allo sviluppo rischia  di sparire del tutto. Su proposta italiana infatti il G8 discuterà  una nuova visione dell’aiuto allo sviluppo, in termini di “sistema paese”.  Questa dilatazione del concetto di aiuto, fino ad includere anche – come propone l’OCSE - le missioni militari all’estero (cosa che ad esempio viene già fatta in Inghilterra) permetterebbe quindi di affiancare all’aiuto pubblico allo sviluppo una quota crescente del settore privato, delle imprese, delle fondazioni internazionali. Specularmente a quanto sta accadendo con il governo Berlusconi,  la  cooperazione allo sviluppo verrà intesa come strumento essenziale della politica estera, militare, di sicurezza e commerciale piuttosto che restituzione di un debito ecologico e sociale accumulato nei confronti della maggioranza delle popolazioni del Planeta. Se queste sono le premesse allo stavolta il G8 produrrà , a costo zero, un risultato politico notevole ed altrettanto preoccupante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;www.terranews.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-1760163109477311038?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/1760163109477311038/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=1760163109477311038' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/1760163109477311038'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/1760163109477311038'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2009/07/le-false-promesse-del-g8-sulla-lotta.html' title='Le false promesse del G8 sulla lotta alla povertà'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-2235321654132401540</id><published>2009-07-08T02:32:00.000-07:00</published><updated>2009-07-08T02:36:10.675-07:00</updated><title type='text'>Giustizia climatica, diritti umani  e dei popoli indigeni. Il cammino verso Copenhagen</title><content type='html'>CAMBIAMENTI CLIMATICI ED IMPATTO SUI DIRITTI UMANI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LE ANALISI E LE PROPOSTE DELLA COMUNITA' INTERNAZIONALE E DEI MOVIMENTI INDIGENI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Francesco Martone, giugno 2009 (*)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; “Se sparisce l’acqua se ne vanno anche le nostre divinità. I nostri anziani stanno notando che qualcosa di grave sta succedendo. Alcune aree sono inondate mentre prima non lo erano. Il sole brilla normalmente per 4-6 giorni, non piove per un mese e questa è una foresta pluviale”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con le sue parole Juan Carlos Jintiach, indigeno Shuar dell’Amazzonia ecuadoriana sintetizza il dramma vissuto da milioni di indigeni in tutto il mondo. É il dramma della sopravvivenza dei pastori di renna Saami (Lapponi) di Norvegia, Svezia o Finlandia, o dei i coltivatori di riso Khmer Krom nel Delta del Mekong che dipendono da un ambiente sano per trarre le loro fonti di sostentamento. Di quelle comunità indigene che spesso vivono  in ecosistemi fragili quali le terre aride in Africa, le piccole isole del Pacifico, i ghiacci artici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche l’impatto  sul diritto al cibo in particolare è notevole. Il rapporto Stern sul Clima  commissionato dal Tesoro inglese nel 2005, valuta gli impatti economici dei mutamenti climatici, ed i costi per le misure di cosiddetta “mitigazione”, stimando che a seguito dei cambiamenti climatici, la produzione totale di mais nelle regioni del Centroamerica e delle Ande potrebbe ridursi del 15%. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo la Banca Mondiale, il 90% del 1,2 miliardi di persone che vivono in estrema povertà in tutto il mondo dipendono dalle risorse forestali per la loro sopravvivenza. In Indonesia, ad esempio, circa 6 milioni di persone vivono in foreste statali, mentre nella Repubblica Democratica del Congo 40 milioni di persone traggono cibo, medicine, energia e reddito dalle foreste. Foreste abitate sia da popoli indigeni che da comunità locali, e spesso sottoposte a rapidi processi di degrado, distruzione, colonizzazione, trasformazione in piantagioni monocolturali per produzione di biofuel. Terre e risorse scarse sulle quali rischia di abbattersi un conflitto tra impoveriti, popoli indigeni, piccoli coltivatori, senza terra da una parte, ed  elite commerciali, politiche, imprese multinazionali dall'altra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;É un dramma epocale, scatenato  quindi non solo dagli effetti devastanti dei mutamenti climatici, ma anche  dalla mancata volontà politica di sganciare il modello produttivo attuale dalla dipendenza da combustibili fossili.  E la corsa all’ultimo giacimento di petrolio, di gas naturale, o di uranio sta creando le premesse per un attacco senza precedenti alle terre indigene, giacché in quelle zone si trovano le riserve ancora non sfruttate di combustibili fossili. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;CREDITORI ECOLOGICI E GUARDIANI DELLE FORESTE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Milioni di indigeni sono   portatori di un credito ecologico accumulato attraverso i processi di spoliazione delle risorse energetiche, e le conseguenze dell’utilizzo delle stesse sugli equilibri climatici globali. Un credito ecologico che potrebbe ulteriormente crescere qualora le soluzioni proposte quali  i biocombustibili o il mercato di permessi di emissione o “carbon trading”, vengano usate a pretesto per continuare ad eludere l’imperativo categorico di una netta inversione di rotta nel modello economico ed energetico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I popoli indigeni chiedono pertanto alla comunità internazionale di essere considerati non vittime ma creditori, soggetti vulnerabili che comunque possono contribuire a mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici con la loro conoscenza tradizionale, le loro pratiche ancestrali. Sono in realtà depositari di un credito nei confronti del resto dell'umanità, accumulato nel corso della storia , e che spesso sfugge a facili quantificazioni di carattere economico. Il degrado e la distruzione degli equilibri ecologici degli ecosistema maggiormente impattati dai mutamenti climatici si traduce in infatti in un’alterazione del rapporto “simbiotico” tra popoli indigeni e gli ecosistemi dai quali essi da tempo immemorabile traggono le proprie fonti di sostentamento, nonché alimentano la propria cosmología.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oltre alle strategie di resistenza sul terreno, i movimenti indigeni di tutto il mondo, coalizzati in reti transnazionali, nel Caucus dei Popoli Indigeni sui Mutamenti Climatici e nel Forum Permanente delle Nazioni Unite sui Popoli Indigeni (UNPFII) seguono in negoziati sul clima, ed elaborano una propria “vision” e piattaforma politica sul tema centrata sui loro diritti fondamentali.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad esempio l’Indian Treaty Council, la Confederazione delle Nazioni autoctone degli Stati Uniti, in un suo documento presentato al Consiglio ONU sui diritti umani,  svolge un’analisi politica delle cause dei mutamenti climatici, attribuendone la principale responsabilità al predominio di un modello di sviluppo basato sul progresso industriale e sul sistema di mercato, come attraverso la globalizzazione ed il libero scambio che “promuovono la privatizzazione, la mercificazione e l’appropriazione di risorse naturali quali terra, acqua, foreste, e  minerali.” Un modello imposto anche contro la volontà dei popoli indigeni, ed in molti casi nonostante la loro resistenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ciononostante, la relazione tra diritti umani, e più in particolare dei diritti dei popoli indigeni,  e cambiamenti climatici è solo di recente entrata nel dibattito che accompagna il processo negoziale nell’ambito della   Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) che dovrà disegnare l’architettura di governo delle politiche climatiche dal 2012 in poi, alla scadenza del protocollo di Kyoto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un passo in avanti nell’elaborazione e la proposta politica relativa alla tutela dei diritti umani e dei popoli indigeni in relazione ai cambiamenti climatici è venuta proprio dal sistema delle Nazioni Unite.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’ONU, IL CLIMA ED I DIRITTI UMANI E DEI POPOLI INDIGENI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Già nella Conferenza delle Parti della UNFCCC svoltasi a Bali nel 2007, il Consiglio ONU per i Diritti Umani (UN Human Rights Council) pose il tema all’ordine del giorno, esortando le parti ed i delegati ad introdurre nelle proprie elaborazioni e proposte un approccio basato sui diritti.  Nel suo intervento su “Climate change and Human Rights” la vice Alto Commissario per i Diritti Umani, Kyung-wha Kang affermò che “Certamente i cambiamenti climatici rappresentano una minaccia diretta ad una serie di diritti umani internazionalmente riconosciuti, tra cui il diritto alla vita, al cibo, alla casa o all’acqua. Anche i diritti umani cosiddetti “procedurali” tra cui il diritto all’accesso all’informazione, alla giustizia o alla partecipazione nei processi negoziali relativi ai mutamenti climatici iniziano ad assumere una rilevanza inedita soprattutto per coloro che soffrono gli effetti dei mutamenti climatici“&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 2008 l’International Council on Human Rights Policy pubblicò un dossier dal titolo “Climate Change and Human Rights: a rough guide”  nel quale vengono affrontati gli aspetti pratici e metodologici di un approccio ai cambiamenti climatici basato sui diritti, includendo in questi le questioni relative alle attività di adattamento, mitigazione e tutela delle foreste, note con l’acronimo REDD (Reduced Emissions from Deforestation and Degradation)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel suo preambolo alla pubblicazione, l’ex Segretario generale della Commissione ONU sui Diritti Umani, Mary Robinson, sottolinea come “La legislazione sui diritti umani è rilevante allo scopo , visto che i cambiamenti climatici provocano violazioni dei diritti umani. Ma una visione basata sui diritti umani può anche essere utile nel affrontare e gestire i cambiamenti climatici”. E poi aggiunge: “la portata di questi problema e delle azioni necessarie per una loro soluzione, vanno ben oltre le sfide che l’umanità ha dovuto finora affrontare. Tuttavia nei sedici anni intercorsi da quando è stata firmata la Convenzione Quadro sui Mutamenti Climatici, i negoziati internazionali sono proceduti a rilento. Abbiamo collettivamente mancato di comprendere le dimensioni e l’urgenza del problema. I mutamenti climatici sono prova dell’esistenza di innumerevoli lacune nella nostra architettura istituzionale e nei meccanismi per la promozione e la tutela dei diritti umani”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il rapporto fa anche riferimento alle violazioni dei diritti dei popoli indigeni derivanti da attività di sfruttamento delle foreste: “esiste una lunga storia di abusi sui diritti dei popoli indigeni, connessi allo sfruttamento delle foreste, da parte di governi che affermano i propri diritti su terre senza titolo formale, ed anche da parte di grandi compagnie del legname che a volte usano milizie private. Spesso governi e industriali del legname lavorano assieme (…) Le politiche di tutela delle foreste hanno in alcuni casi limitato i diritti dei popoli indigeni senza però essere accompagnate da eguali limitazioni alle attività di estrazione commerciale del legname”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;FORESTE E CLIMA: DIRITTI INDIGENI CONTRO MERCATO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In realtà il tema dell’intreccio tra diritti dei popoli indigeni e cambiamenti climatici è oggi al centro dell’attenzione in particolare per ciò che concerne le politiche  di  tutela delle foreste tropicali come modalità per riassorbire le emissioni di gas serra e  trattenere carbonio. La questione REDD è entrata a far parte del negoziato sul clima a Bali con la proposta di una coalizione di paesi, la Coalition of Rainforest Nations, con a capo Papua New Guinea e Costa Rica. Attraverso l’inserimento del tema “foreste” nel negoziato climatico quei paesi tentano di riavviare la discussione su meccanismi di tutela e promozione dello sviluppo sostenibile di quegli ecosistemi, ed in cambio ottenere una contropartita economica. Questa può essere sia sotto forma di fondi pubblici, che di compensi derivanti dall’immissione di crediti di carbonio nei mercati globali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In un certo senso, la Convenzione sui Mutamenti climatici viene usata come “cavallo di Troia” per riavviare un negoziato sulle foreste, che dall’impasse sofferta a Rio de Janeiro nel 1992, ha sempre stentato a prender corpo. Il rischio di questi meccanismi REDD è che da una parte spingerebbero i governi beneficiari ad aumentare il controllo sulle proprie foreste, spesso su terreni che sono di proprietà ancestrale dei popoli indigeni, e mai demarcati, “vendendo” come sostenibili attività tradizionalmente distruttive quali l’estrazione di legname o lo sviluppo di piantagioni monocolturali sotto la formula PES (“Payment for Environmental Services “ ovvero Pagamento di Servizi Ambientali). E dall’altra a identificare tra le cause di deforestazione le pratiche tradizionali di gestione della terra seguite da tempo immemorabile dai popoli indigeni, che verrebbero così privati delle loro forme tradizionali di sussistenza e trasformati in attori economici da immettere nei mercati globali di carbonio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non stupisce quindi che una delle preoccupazioni principali dei movimenti indigeni che seguono i negoziati sul clima sia quella di assicurare la tutela ed il riconoscimento delle conoscenze tradizionali, e con esse il ruolo storico dei popoli indigeni in quanto custodi dell’ambiente.  E dall’altra assicurarsi che anzitutto vengano tutelati e messi in pratica i loro diritti di sovranità sulle proprie  terre ed all’autodeterminazione e che qualsiasi iniziativa che dovesse essere prevista nelle loro terre venga sottoposta al loro consenso previo, libero ed informato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;VERSO UNA PIATTAFORMA SUI DIRITTI ED IL CLIMA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La necessità di riconoscere i popoli indigeni come portatori di diritti (right-holders) piuttosto che come semplici parti in causa (stakeholders) è stata affermata con nettezza nel 2008 dall’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) che nella sua risoluzione 2429 sui cambiamenti climatici nelle Americhe esorta le agenzie di sviluppo e dei diritti umani delle Americhe a sostenere gli stati nel riconoscere gli effetti avversi dei cambiamenti climatici sulle popolazioni maggiormente vulnerabili e rafforzare la capacità degli Stati di adattarsi in maniera efficiente alle mutate condizioni climatiche. Inoltre impegna i paesi dell’OSA a “esprimere interesse nei progressi fatti in altre sfere, negli sforzi globali per affrontare i cambiamenti climatici, con particolare riguardo alle correlazioni possibili tra diritti  umani e clima”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rispondendo ad appelli e sollecitazioni proveniente di organizzazioni nongovernative, rappresentanti dei popoli indigeni, e studiosi quali Wolfgang Sachs del prestigioso Wuppertal Institute (che già nel 2007 pubblicò un saggio sulla relazione tra cambiamenti climatici e diritti umani ) il Consiglio ONU sui diritti umani  (UNHRC) ha poi discusso nel marzo del 2009 un rapporto ,  che nelle intenzioni del UNHRC,  dovrebbe contribuire a definire un approccio fondato sui diritti per il dopo-Kyoto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo documento è il frutto di un processo iniziato nel marzo 2008 quando venne adottata una risoluzione che sottolineava i possibili effetti dei cambiamenti climatici sui diritti umani delle popolazioni che vivono nei paesi insulari cosiddetti “Small Island States” nelle zone costiere e regioni del mondo soggette a siccità ed inondazioni, con conseguente minaccia alle condizioni di vita e di sostentamento della maggior parte delle popolazioni vulnerabili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Maldive, Comore, Tuvalu, Micronesia ed altri paesi membri proposero che venisse prodotto uno “studio analitico dettagliato delle relazioni tra cambiamenti climatici e diritti umani”. Il Consiglio poi chiese all’Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i diritti umani (OHCHR) di svolgere “uno Studio dettagliato sulle relazioni tra cambiamenti climatici e diritti umani da sottoporre al Consiglio prima della sua decima sessione, e messo poi a disposizione della Conferenza delle Parti dell’UNFCCC”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;30 paesi membri, e 14 agenzie ONU hanno inviato il loro contributo, insieme a organizzazioni regionali, istituzioni nazionali per i diritti umani e 18 ONG.   Nell’ottobre 2008 poi si tenne una consultazione alla quale parteciparono 150 delegati  . Il documento  ,  a differenza di quanto prospettato inizialmente,   studia a fondo le conseguenze possibili delle misure di adattamento e mitigazione ai cambiamenti climatici sui diritti umani e dei popoli indigeni, ed allo stesso tempo svolge una disamina accurata degli impatti sui diritti di nuova generazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tra questi vanno ricordati gli impatti dei mutamenti climatici sul diritto all’autodeterminazione. Di conseguenza si esortano gli Stati a tener fede all’obbligo di intraprendere qualsiasi tipo di iniziativa a titolo individuale, o collettivamente, per affrontare e prevenire tale minaccia, ed “evitare quegli effetti dei cambiamenti climatici che possono minacciare l’identità sociale e culturale dei popoli indigeni”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oltre ad elencare gli effetti dei mutamenti climatici sui popoli indigeni, il rapporto richiama l’attenzione sull’urgenza di assicurare ai popoli indigeni uno spazio adeguato per poter rappresentare le proprie preoccupazioni e richieste nell’ambito dei negoziati sul clima, ed a livello nazionale, riconoscendo allo stesso tempo l’importanza delle loro conoscenze tradizionali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come accennato in precedenza, il rapporto si sofferma anche sulle possibili implicazioni sui diritti umani derivanti dalle misure di risposta ai cambiamenti climatici, tra queste i “biofuel” e le politiche REDD.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per quanto concerne i “biofuel”, viene sottolineato come “accanto all'impatto degli stessi sul diritto al cibo. Sono state espresse forti preoccupazioni dovute al fatto che l'aumento della domanda di biofuel potrebbe pregiudicare i diritti dei popoli indigeni alle loro terre e culture tradizionali”. Sulle politiche REDD, il rapporto riconosce i rischi derivanti da possibili espropriazioni di terre indigene, e dal reinsediamento delle comunità che  le abitano e riprende le raccomandazioni del Forum Permanente delle Nazioni Unite secondo le quali qualsiasi nuova proposta di REDD dovrà “affrontare la necessità di riforme politiche nazionali e globali, … rispettando i diritti alla terra ed alle risorse , all'autodeterminazione ed al consenso libero, previo ed informato dei popoli indigeni coinvolte. “&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LA DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DEI POPOLI INDIGENI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Assieme ad altri strumenti e convenzioni sui diritti umani e l'ambiente, quali la Convenzione sulla Biodiversità, la Carta ONU sui diritti economici e sociali, o la Convenzione OIL 169 sui popoli indigeni e tribali, la Dichiarazione Universale (UNDRIP) rappresenta  il pilastro principale intorno al quale ruotano le proposte e le rivendicazioni delle organizzazioni e reti di popoli indigeni di tutto il mondo. Ciò vale sia  nell'ambito dei negoziati internazionali sul clima che  in altre sedi quali la Banca mondiale che attraverso suoi programmi dedicati, svolge un ruolo cruciale nel settore delle riduzioni di  emissioni da deforestazione (REDD) attraverso il Forest Carbon Partnership Facilty (FCPF) ed il Forest Investment Program (FIP).  Anche le Nazioni Unite hanno sviluppato un loro programma REDD, l'UN-REDD , cogestito da UNDP, FAO ed UNEP ed hanno adottato linee guida per la partecipazione dei popoli indigeni che recepisce in gran parte il dettato dell'UNDRIP, ed il diritto al consenso libero, previo ed informato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Molti articoli infatti della Dichiarazione sono rilevanti per cio’ che riguarda I cambiamenti climatici ed i loro effetti sui diritti dei popoli indigeni. Tra questi il gia’ citato diritto all'autodeterminazione (art. 3) il diritto alla vita, all'integrità fisica e mentale ed alla sicurezza della persona (art. 7), il diritto a non essere soggetti ad assimilazione forzata o alla distruzione della propria cultura (art. 8), il diritto a non essere reinsediati con la forza dalle proprie terre (art. 10), il diritto al consenso previo informato (Free Prior Informed Consent) (art. 19), il diritto alle terre ancestrali ed alle loro risorse (art. 26), il diritto alla conservazione e tutela dell'ambiente e delle capacità produttive delle terre, territori e risorse (art. 29); il diritto a gestire, controllare, proteggere e sviluppare il patrimonio culturale, la conoscenza tradizionale e le espressioni culturali incluse le risorse genetiche, le sementi e le medicine (art. 31); il diritto a determinare e sviluppare le proprie priorità di sviluppo incluso il diritto al consenso libero, previo ed informato (art. 32)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Benché la stragrande maggioranza (144) degli stati membri dell'Assemblea Generale votarono a favore della UNDRIP nella riunione del 13 settembre 2007, il Comitato ONU sulla Discriminazione Razziale (CERD) chiarì che anche per quegli stati (Canada, Stati Uniti, Nuova Zelanda e Australia) che votarono contro la dichiarazione, “questa dovrebbe essere utilizzata come criterio guida per interpretare gi obblighi degli stati membri relativi alla tutela dei diritti dei popolii indigeni secondo quanto previsto dalla Convenzione ONU per la discriminazione delle discriminazioni razziali” .  Nella prima metà del 2009  l'Australia, che insieme a Stati Uniti, Canada e Nuova Zelanda non ha votato la risoluzione ed ha fatto blocco ad ogni possibilità di considerarla rilevante nella definizione delle politiche climatiche globali, ha annunciato la decisione di adottare la Convenzione. Stessa intenzione avrebbe anche la Nuova Zelanda, mentre si moltiplicano le voci di un'eventuale simile decisione da parte del Presidente degli Stati Uniti,Barack Obama.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche il Forum Permanente dei Popoli Indigeni delle Nazioni Unite (UNPFII) ha fatto dell'UNDRIP la base delle sue proposte e rivendicazioni riguardo i cambiamenti cilmatici, Nella sua riunione nel 2008 il tema dei cambiamenti climatici venne messo  in agenda dell' UNPFII al  fine di fornire ai propri membri la possibilità di illustrare gli effetti dei cambiamenti climatici sulle proprie comunità. Al termine di quella riunione l'UNPFII adottò una serie di raccomandazioni tra cui quella rivolta al Segretariato dell'UNFCCC di creare un meccanismo atto a permettere la partecipazione dei popoliindigeni nei negoziati ufficiali. In seguito, le reti indigeni organizzarono una serie di conferenze regionali sul tema dei diritti dei popoli indigeni ed i cambiamenti climatici, che sio svolsero a cavallo tra il 2008 ed il 2009 e culminarono nella Conferenza internazionale dei popoli indigeni di Anchorage, Alaska (marzo 2009)  . La Conferenza di Anchorage approvò una dichiarazione nella quale i popoli  indigeni articolano una loro piattaforma politica comune sulla base delle loro esperienze di resistenza, pratiche, e diritti riconosciuti nell'UNDRIP.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La dichiarazione esorta, tra l'altro, i governi membri della Convenzione ONU sui Mutamenti Climatici a diminuire la dipendenza dai combustibili fossili, sostenendo una transizione verso economie fondate sulle energie rinnovabili, e assicurando la sicurezza e la sovranità energetica dei popoli indigeni riconoscendo il debito ecologico e storico dei paesi industrializzati. Accanto ai diritti fondamentali inscritti nelle dichiarazioni ONU e nelle convenzioni internazionali rilevanti, andrà poi assicurato il diritto a partecipare attivamente alla formulazione di politiche globali sul cambio climatico. Tra le proposte quella di istituire un meccanismo istituzionale di partecipazione dei popoli indigeni presso il segretariato della Convenzione Quadro, nei consigli direttivi dei meccanismi di finanziamento delle azioni intraprese sul cambio climatico. Le iniziative REDD  dovranno inoltre,  come condizione preliminare,  assicurare il riconoscimento e l'attuazione dei diritti umani dei popoli indigeni incluso il diritto ala terra, ed ai benefici multipli delle foreste per il clima e gli ecosistemi , mentre gli stati dovranno abbandonare le false soluzioni ai cambiamenti climatici, quali il mercato di carbonio, le piantagioni di biofuel, energia nucleare, grandi dighe.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da Anchorage i popoli indigeni hanno lanciato  un messaggio a tutta la comunità internazionale, volto a riaffermare il loro ruolo storico di guardiani della “Pachamama”, della madre Terra, minacciata da un modello di sviluppo che sta creando le premesse per nuove violazioni dei loro diritti umani e di quelli dell'umanità intera. In tal senso, riaffermare i diritti dei popoli indigeni nelle politiche energetiche e sui cambiamenti climatici , riconoscendo il ruolo fondamentale  da essi svolto attraverso le conoscenze tradizionali nella protezione delle foreste e della biodiversità, rappresenta un passo necessario ed ineludibile per costruire  un nuovo paradigma economico ed ecologico rispettoso del clima e dei diritti della natura e dei viventi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(*) responsabile su clima, foreste e popoli indigeni per il Forest Peoples' Programme, organizzazione per I diritti dei popoli indigeni basata in Inghilterra - www.forestpeoples.org&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-2235321654132401540?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/2235321654132401540/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=2235321654132401540' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/2235321654132401540'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/2235321654132401540'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2009/07/giustizia-climatica-diritti-umani-e-dei.html' title='Giustizia climatica, diritti umani  e dei popoli indigeni. Il cammino verso Copenhagen'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-4587071843908275780</id><published>2009-07-06T02:04:00.000-07:00</published><updated>2009-07-10T02:06:23.117-07:00</updated><title type='text'>La sinistra ed il mondo: quali opportunità per la pace, la giustizia economica ed ecologica, ed i diritti umani in un mondo multipolare.</title><content type='html'>a cura del Forum politiche internazionali dell'Associazione per la Sinistra&lt;br /&gt;Giugno 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'umanità sta vivendo un periodo di transizione, nel quale tutti gli assunti ed i parametri di riferimento della politica, locale, nazione e globale, vengono messi in discussione dall'irrompere simultaneo di quattro crisi globali, quella economico-finanziaria, quella climatica, quella alimentare e quella energetica. Quattro temi sui quali si giocherà il futuro delle istituzioni di governo globale, le politiche e strategie di sviluppo, cooperazione, solidarietà tra i popoli, e che chiamano le forze progressiste,  ecologiste e pacifiste di sinistra ad una forte assunzione di responsabilità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Contemporaneamente, con la fine dell’era Bush e l’avvio della nuova fase inaugurata dalla presidenza Obama, il declino dell'egemonia politica ed economica degli Stati Uniti, già latente da tempo, nonostante l’approccio imperiale sempre reiterato dai protagonisti della Casa Bianca,  sembra assumere contorni più evidenti e netti al punto che, secondo molti osservatori, si prospetta non soltanto la fine - per altro programmaticamente dichiarata da Obama – dell’unilateralismo statunitense ma il possibile avvento di un sistema apolare o multipolare del governo globale. Questo potrà significare che, in futuro, nuovi soggetti  (in particolare i paesi BRIC – Brasile, India, Cina, Russia) svolgeranno un ruolo di primo piano a livello mondiale. Ma il declino di una potenza come quella statunitense è destinato a suscitare sul medio e lungo periodo traumi e tensioni di ogni tipo, di cui occorrerà cogliere fin da subito i sintomi e le avvisaglie e a cui sarà necessaria ipotizzare e proporre risposte come Sinistra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il cambio di scenario, provocato dall’irrompere della crisi economica e dei suoi effetti devastanti, in primis sugli Usa, e dal contemporaneo cambio di passo della politica statunitense nei rapporti con il mondo, che Obama ha annunciato e ribadisce in ogni occasione, lascia nel frattempo irrisolti tutti i problemi e le contraddizioni del periodo precedente. Col rischio di un loro aggravamento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Afghanistan e Pakistan, conflitto israelo-palestinese e Medio Oriente, gravemente segnato dalla guerra di Bush junior contro l’Iraq, il nucleare dell’Iran e altro ancora, tra cui la questione della Russia e dei rapporti tra Mosca e Washington: si tratta soltanto di alcuni titoli tra i tanti che affollano l’agenda politica. Abbiamo pertanto la necessità di capire come la nuova amministrazione statunitense intenda affrontare le pesanti eredità del passato mentre cerca una nuova via per riaffermare, nello scenario emergente, un nuovo ruolo e una nuova collocazione da protagonista di  primo piano, se non da dominus, degli Stati Uniti. Le due cose stanno evidentemente insieme, costituendo le due facce della stessa medaglia: la prospettiva del declino degli Usa non sarà indolore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’intenzione di Barack Obama, ad alcuni mesi dalla sua elezione, appare intanto quella di riaffermare una forte leadership statunitense nel mondo, a partire  dall’assunzione del mutamento degli assetti e dei poteri  mondiali sul piano dello sviluppo economico e della geopolitica. E’ questo mutamento che impone agli Stati Uniti un deciso spostamento dei propri interessi e della propria attenzione politica verso il continente asiatico e la frontiera del Pacifico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Va anche sottolineato che con la presidenza Bush il sistema delle Nazioni Unite ha conosciuto uno dei suoi momenti più bui, trovando all’interno del proprio nucleo decisionale (il Consiglio di Sicurezza) un antagonista in grado di svilire ogni tentativo di giustizia che infastidisse non solo gli Stati Uniti, ma anche i Paesi-satellite ad essi collegati, Israele su tutti.&lt;br /&gt;Ciò che oggi si pone come necessità è una riflessione sul ruolo che l’Organizzazione dovrebbe avere nel garantire una giustizia internazionale equa, che non conosca distinzione gerarchica tra Stati; un primo importante passo, indipendente da volontà esterne, sarebbe la ratifica, da parte della nuova presidenza americana, della Corte Penale Internazionale, da cui l’accettazione del Paese ad essere internazionalmente responsabile per crimini contro l’umanità eventualmente commessi dalle proprie forze militari. Questo obiettivo di giustizia equa inserita in un contesto di controllo internazionale deve essere alla base delle proposte di una Sinistra che guardi al mondo con un’effettiva progettualità di pace ed uguaglianza tra i popoli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Continuità e discontinuità della politica internazionale degli Stati Uniti: sarà questo un approccio analitico opportuno ed efficace per seguire i fatti, capire lo sviluppo della fase che si è aperta, individuare i terreni d’ iniziativa più utili per ricostruire un punto di vista e una pratica politica della  nuova sinistra che vogliamo costruire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per questo occorre in primo luogo affrontare il problema dell'Europa, di un’Unione Europea che sempre meno riesce ad esprimere una propria visione ed un proprio ruolo e a essere  attore politico responsabile delle vicende internazionali.&lt;br /&gt;Neanche di quelle di sua stretta pertinenza, subendo il condizionamento delle strategie statunitensi che la dividono e le impediscono di occupare lo spazio politico proprio della sua dimensione continentale e la ricchezza, le potenzialità positive della sua collocazione regionale e della sua storia: Medio Oriente, Paesi arabi, Mediterraneo, Africa. Gli Stati Uniti hanno sempre guardato all’Europa soltanto come a un’area di libero scambio e circolazione delle merci ma l’Europa stessa non ha fatto nulla per dissuaderli. La sua debolezza storica, oltre che politica e culturale sta in questo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una forza di sinistra all'altezza delle sfide globali dovrà essere in grado di leggere, interpretare e problematizzare le dinamiche globali, ancorandole  ad una visione ampia delle stesse, ma anche ad un'analisi ed un'elaborazione concreta di proposte e soluzioni che sappiano cogliere il nesso inscindibile tra locale e globale e viceversa, tra crisi dello Stato Nazione e sua massiccia riapparizione nelle forme di erogatore di ricette e risorse per il salvataggio in primis dello stesso sistema finanziario che è all’origine della crisi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le conseguenze devastanti dell'applicazione pedissequa del credo e della dottrina liberista hanno progressivamente alterato la stessa ragion d'essere delle entità statuali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le decisioni prese in questi mesi dalla comunità internazionale per affrontare la crisi finanziaria, di cui si continua ad occultare o minimizzare la devastante dimensione economica e sociale, e l'uso di ingenti risorse pubbliche per il salvataggio di coloro che ne sono stati i primi artefici dimostrano un fatto incontrovertibile. Quella che si profilava come l'opportunità di rivedere e rielaborare nuovi modelli di governo globale dell'economia, più equi e solidali si è invece trasformata in occasione per ribadire il ruolo centrale delle stesse istituzioni finanziarie che in buona parte hanno costruito le premesse per il fallimento economico, ecologico e sociale del modello neoliberista. Al club esclusivo del G8 si è sostituito il G20, mentre le Nazioni Unite, sono state nuovamente marginalizzate dal Fondo Monetario Internazionale dalla Banca Mondiale, alle quali è stato attribuito il ruolo guida nella gestione della crisi finanziaria ed il rilancio di un “nuovo deal “ su scala planetaria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Allo stesso tempo lo Stato nazione continua ad incentrare il proprio agire non sul perseguimento del bene comune bensì sulla trasformazione dello spazio pubblico in spazio di interessi privati e di elite. Con la crisi del modello di crescita e di sviluppo, emergono nuove spinte nazionaliste, etniche, religiose che vorrebbero rifondare lo Stato nazione su basi esclusive e pratiche identitarie ed escludenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Indagare quest' elemento sarà uno dei compiti più ardui ma necessari per noi, perché s' intreccia con la questione delle migrazioni e del governo di una società ormai fortemente caratterizzata dalla diversità culturale  ed etnica, che richiede nuovi strumenti di interpretazione dei fatti e nuove pratiche sociali e politiche atte a costruire prossimità tra le diversità e solidarietà nella convivenza umana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' importante a tal riguardo sottolineare il possibile nesso virtuoso tra rilancio urgente della cooperazione internazionale e migrazioni, in quando questo ha le potenzialità per costruire un nuovo percorso che attraverso la politica, la progettazione e la produzione di strumenti culturali sappia combattere le forme di xenofobia e razzismo “democratico” dilaganti nel nostro paese. E dare ai migranti che  oggi vedono i loro diritti umani e di cittadinanza negati da un'ossessione securitaria che nega loro la possibilità di costruire un progetto di vita,  la possibilità di contribuire alla crescita sociale ed umana nei loro paesi d'origine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una sfida questa che, assieme a quella del riconoscimento dei diritti di cittadinanza per le seconde generazioni, richiede di sviluppare una forte critica del tradizionale eurocentrismo di parte della sinistra tradizionale, andando anche oltre il classico concetto di multiculturalità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Occorre insomma uno sguardo post-coloniale e una pratica adeguata che ci aiuti a costruire un nuovo orizzonte dell’uguaglianza nella diversità e nella libertà. Il rischio di cadere in un  relativismo etico indifferenziato deve essere affrontato e contrastato a partire dalla realtà che viviamo e non da certezze ideologicamente precostituite o supponenze culturali o, peggio, verità rivelate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La perdita di monopolio della politica estera da parte degli Stati è un altro aspetto da tenere al centro della nostra riflessione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Entità non-statuali o sovra statuali come il Fmi, il Wto, la Banca Mondiale, il G8, il G20  sottraggono potere decisionale e esercizio di controllo e di indirizzo ai Parlamenti nazionali ma nello stesso tempo altre realtà quali, da una parte,  le imprese transnazionali, dall’altra anche le autorità locali, la società civile transnazionale, i movimenti sociali del Forum Sociale Mondiale, forme di cittadinanza globale solidale e responsabile, hanno ormai guadagnato un ruolo di primo piano nella formazione e produzione di politica internazionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per questo quando  parla di politica estera la sinistra dovrà oggi aver ben chiaro quale sia il nesso virtuoso tra attori tradizionali e nuovi per costruire attraverso lo stesso nesso una proposta politica incentrata su valori fondanti imprescindibili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pace e prevenzione nonviolenta dei conflitti, critica di ogni forma di interventismo militare o paramilitare “umanitario”, disarmo, giustizia economica, ecologica, redistribuzione della ricchezza, solidarietà internazionale, cancellazione del debito estero e riconoscimento del debito ecologico, promozione e tutela dei beni comuni, centralità dei diritti fondamentali:  queste dovrebbero essere le ascisse lungo le quali sviluppare e praticare una nuova politica estera. Un percorso che  dovrà accompagnare, nella ricerca e nell'approfondimento, l'azione, l'iniziativa politica concreta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giacché sarà solo attraverso pratiche nuove, e l'elaborazione di un nuovo paradigma di giustizia ed equità globale che sarà possibile costruire le basi per una pacifica convivenza,  trasformando quelle che  oggi la comunità internazionale percepisce e gestisce come minacce in occasioni ed opportunità per un mondo migliore, capace di futuro.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-4587071843908275780?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/4587071843908275780/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=4587071843908275780' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/4587071843908275780'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/4587071843908275780'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2009/07/la-sinistra-ed-il-mondo-quali.html' title='La sinistra ed il mondo: quali opportunità per la pace, la giustizia economica ed ecologica, ed i diritti umani in un mondo multipolare.'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-4813472453043983475</id><published>2009-07-04T00:00:00.000-07:00</published><updated>2009-07-10T02:07:46.145-07:00</updated><title type='text'>Appello per il ritiro delle truppe dall'Afghanistan</title><content type='html'>L'Associazione Per la Sinistra chiede il rientro delle truppe italiane dall'Afghanistan!&lt;br /&gt;L’articolo 11 della nostra Costituzione è stato violato più volte. Basti ricordare i bombardamenti su Belgrado. Ma oggi è la prima volta dalla fine della Seconda Guerra mondiale che l’Italia è impegnata con forze ingenti in una vera e propria azione bellica sul campo. Succede nelle province di Farah, in Afghanistan, al confine con la grande e popolosa area di Helmand, dove più cruento e più decisivo è lo scontro tra i Taleban e la Nato. Le truppe italiane sono passate all’azione diretta ad ampio raggio dalla fine di maggio: mille uomini impegnati nei combattimenti e altri duemila di supporto. Siamo nel pieno di una strategia bellica preventiva che la Nato mette in campo per impedire che i Taleban entrino in gioco ed ostacolino o intralcino le elezioni presidenziali di agosto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non possiamo far finta di niente e lasciare che le cose peggiorino ogni giorno di più, nell’indifferenza di tutti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La missione militare italiana in Afghanistan ha perso definitivamente ogni carattere di missione di aiuto e soccorso alla popolazione civile.&lt;br /&gt;E’ sempre stata in realtà un’operazione di condivisione della guerra che gli Stati Uniti stanno conducendo in quel Paese: una missione fin dall’inizio con prevalenti compiti di controllo militare del territorio e di sostegno dell’Italia alle operazioni della Nato. Oggi quel sostegno perde ogni infingimento e si mettono da parte tutti quei caratteri di peace keeping e nation building che hanno permesso in tutti questi anni ai vari governi italiani che si sono succeduti (di centrosinistra e di destra) di presentare la partecipazione italiana all’Isaf come una missione volta a ristabilire la pace, la democrazia, i diritti.&lt;br /&gt;Il governo Berlusconi ha posto fine a ogni incertezza, a ogni tentativo - sperimentato fino a ieri - di mantenere le truppe italiane in una posizione defilata rispetto all’impegno diretto sul campo. E ha deciso di condividere la scelta del Pentagono e del presidente Barack Obama - che sull’Afghanistan rivela un drammatico vuoto di strategia politica - di isolare la regione di Helmand, il cuore dell’etnia pashtun, oltre che dei fondamentalisti in armi. Regione che l’Italia aveva avuto in affidamento con finalità di nation building e dove l’insofferenza e l’ostiluità della popolazione locale per le truppe occupanti, comprese quelle italiane, non potrà che aumentare. Molti episodi, che la stampa ignora o tratta in poche righe, lo stanno a testimoniare.&lt;br /&gt;Siamo a questo punto: l’Italia fa la guerra senza che neanche se ne parli nelle sedi dovute, senza che il Paese sappia la posta in gioco e conosca le ragioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Noi che sottoscriviamo questo appello siamo stati sempre contrari alla partecipazione del nostro Paese alla guerra della Nato in Afghanistan e oggi siamo molto preoccupati dell’escalation che sta avendo.&lt;br /&gt;Facciamo appello affinché venga rispettato l’articolo 11 della Costituzione repubblicana. Chiediamo che il Parlamento tenga conto degli atti parlamentari che hanno sempre escluso che la partecipazione italiana alla missione Isaf in Afghanistan avesse una natura e una finalità di guerra. Facciamo appello affinché le truppe italiane vengano richiamate immediatamente nel nostro Paese e l’Italia si faccia carico presso l’Unione europea, l’Onu e la presidenza Obama di un’iniziativa volta a ricercare una soluzione di pace.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Primi firmatari:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Elettra Deiana, Titti De Simone, Arco Jannuzzi, Francesco Martone, Giorgio Mele, Pasqualina Napoletano, Silvana Pisa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nota: da oggi è possibile aderire all'appello anche inviando una mail (con dati anagrafici e professione) all'indirizzo appelloafghanistan@gmail.com&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-4813472453043983475?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/4813472453043983475/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=4813472453043983475' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/4813472453043983475'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/4813472453043983475'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2009/07/appello-per-il-ritiro-delle-truppe.html' title='Appello per il ritiro delle truppe dall&apos;Afghanistan'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-4945331865440685002</id><published>2009-02-09T05:16:00.000-08:00</published><updated>2009-02-09T05:18:05.939-08:00</updated><title type='text'>Notes from presentation on the Permanent Peoples’ Tribunal and strategies to dismantle TNCs held at the World Social Forum, Belem, January 2009</title><content type='html'>&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Francesco Martone - Permanent Peoples’ Tribunal&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Let me start my presentation by quickly saying that I am not going to talk about Transnational Companies here, but rather propose that we  change our approach, focussing on the issue that to me is more relevant in this WSF, notably how to reclaim, recostruct, give meaning to,  a new public space.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In this sense, the point should be stressed that the Permanent Peoples’ Tribunal  work is a process, an event and a tool for further action. The PPT, notably in its most recent articulations (Capitulo Colombia and TNCs),  has - in fact - been an important tool to visualize struggles, protect communities and to explore and identify  shortcoming and challenges of the current international legal regime. The May 2008 Lima sentence,  in fact, resulted in the articulation  of a two-pronged approach, one related to the behavior of TNCs and the other on the ways and means to rebuild a role for the State, and public sphere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Capitalizing on the PPT process would hence mean that the issue under discussion in this workshop, notably  Transnational Companies,   be tackled in an innovative way.&lt;br /&gt;The issue here is that of asking ourselves the question of whether we are really interested in making sure that TNCs operate well,  within a specific context dictated by neoliberal assumptions and rules,  or rather whether our work on TNCs is - by default - a political action aimed at articulate a new concept of public politics, by somehow “reclaiming the commons”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Hence the three questions that should guide our analysis are:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;a. how do we reclaim the centrality of rights in the broader sense of the term (including new generation human rights)? How do we assess what we have lost in terms of rights in the  neoliberal decades,  and what can we  salvage to reconstruct a rights-based system?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;b. what are the gaps and opportunities in the current debate on global crises? Would we define an exit strategy from the crisis that in a way replicates the same assumptions,  or would we rather invent a new model?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;c. how to reclaim public space? What is a public space and how do we keep TNCs out of this?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;These three questions provide also guidance to critically assess the current mainstream solutions proposed to the crisis,  be them a new role for the State, or what was described as the New New Deal, whereas public resources are increasingly used to rescue and bail out financial institutions with no ensuing public benefit, but rather an exacerbation of the crisis itself. The case of the bailout of UK banks and the restriction to access to credit is a case in point.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In a way we can notice that also in tackling the crisis,  the State’s original attributions have substantially changed and transformed themselves . State and governments still  consider the private interest of the few as equal to the common public interest, thereby revitalizing an exit strategy to the crisis that is   based on a new version of corporate welfare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In this sense, public space is meant as an opportunity to spread and socialize risks, through the use of public funds for bailouts. Furthermore, the urgency to reactivate economy and consumption, in line with the dominant growth, GNP-based paradygm will result in further support to the private sector and TNCs through tax breaks, subsidies and support for neokeynesian-style public expenditure in infrastructures, etc.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In this context, strictly dealing with  TNCs might lead us away from the current point of discussion, notable the need to address systemic issues related to the market, resource extraction and use and the intersection between the activities of the private sector and  solutions currently proposed to the global crises.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;This would mean that it might be worthwhile exploring the possibility of taking advantage of the current discussion on the new financial order, with a view  to address some systemic issues,  while keeping the space open for more targeted work directly confronting TNCs operations.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;For instance, linking up with CSOs and social movements working on the financial crisis, we could  address the role of the World Bank and ICSID within the broader discussion leading to the announced UN Conference on the Reform of IFIs and within the UN Task Force on Financial Crisis.. At the same time some of the PPT Lima recommendations can well fit in, for instance those related to the establishment of a Tribunal on Ecological and Economic Crimes and/or the call for the appointment of a UN Special Rapporteur on Illegittimate and Ecological Debt.  The latter can also provide a useful opportunity for alliances with the Ecological Debt networks that are currently advocating for a UN protocol on Ecological Debt.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Parallel to that we could articulate work in support of communities affected by specific TNC activities. This means that the strategy could entail - on the one hand -use of legal instruments and litigation,  and on the other the development of a more “political” platform. Litigation can be an important tool to reclaim community rights, seek justice and restitution of the ecological and social debt. The follow-up to the TPP Capitulo Colombia offers an interesting example of this two-pronged strategy.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;As far as a possible political platform is concerned, this would aim at creating the pillars and conceptual framework for “reclaiming” a new public space. There is no blueprint for this exercise,  but rather some concepts that require going much beyond the traditional pattern of liberal State.  In order to do so, we can resort to the concept of “commons”, a concept that cannot be defined per se,  but rather by exclusion (i.e. the commons are inalienable and not subject to market regimes, hence unavailable to the private sector) and by process (i.e. the commons cannot be managed by State alone, but rather by a new combination of citizen control and participation that hybridates the traditional State structure).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A final element of discussion is related to the other global crisis, notably the climate crisis. As a matter of fact, the risk exists that the neoliberal paradygm would be revamped as a win-win solution to the climate crisis, shifting the discussion on a relatively intact field. Neoliberalism has proven its failures in terms of development and financial crisis prevention,  but could still be appealing to many as a provider of win-win market-based solutions to climate change. Some observers have already described the Climate Change debate as a new “Washington Consensus” . In this context we can already notice how the private sector (oil, mining, infrastructure, forestry, carbon traders) are already playing a key role.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The new frontier of privatization and TNC expansion, therefore,  seems to be that of atmospheric rights, through carbon trading, that in a way provides an indirect subsidy to TNCs to continue operating in their business as usual, plundering resources and accumulating a huge ecological and social debt for the rest of Humankind.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;As far as Latin America is concerned, the link between TNC investments in biofuel, or in Clean Development Mechanisms or in large scale hydro, shows that clean energy can be a good Trojan horse for resource privatizazion and compression of fundamental rights.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Climate Justice therefore provides new lymph to the discussion on a new public space, of how to reclaim the commons, restitute ecological and social debt  needs to be articulated. A priority that would enable building new and innovative alliances with a broader segment of social movement in the Global North and Global South.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-4945331865440685002?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/4945331865440685002/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=4945331865440685002' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/4945331865440685002'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/4945331865440685002'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2009/02/notes-from-presentation-on-permanent.html' title='Notes from presentation on the Permanent Peoples’ Tribunal and strategies to dismantle TNCs held at the World Social Forum, Belem, January 2009'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-2603073592941928309</id><published>2008-11-20T14:40:00.000-08:00</published><updated>2008-11-20T14:49:25.858-08:00</updated><title type='text'>Il presidente dell'Ecuador Correa chiede un Tribunale ONU sul debito estero</title><content type='html'>Oggi in occasione della presentazione del rapporto della commissione di auditoria del debito estero dell'Ecuador, il presidente Correa ha rilanciato la proposta di creare un Tribunale ONU di arbitrato sul debito estero. Proposta che da tempo fa parte delle piattaforme delle campagne di movimento sul debito in primo luogo Jubileo Sur. Da notare che tra i membri della Task force ONU sulla crisifinanziaria presieduta da Joseph Stiglitz, c'è il ministro dell'Economia dell'Ecuador Pablo Paez. La proposta di tribunale di arbitrato potrebebe essee cos' fatta propria dalla task Force...&lt;br /&gt;Su un altro aspetto, continua il mistero sulla posizione negoziale dell'Ecuador nel negoziato commerciale con l'Unione Europea. L'annuncio fatto da organismi di stampa internazionali secondo il quale Correa avrebbe deciso di negoziare bilaterlamente con la UE, seguendo l'esempio di Colombia e Perù, e di fatto isolando la Bolivia e rompendo il fronte della Comunidad Andina de Naciones è stato seccamente smentito dallo stesso Correa che ha riaffermato la determinazione a non rompere la CAN ed a non perseguire un negoziato bilaterale. Nel frattempo i movimenti indigeni di tutto il paese hanno lanciato una serie di mobilitazioni per protestare e resistere contro le attività delle industrie estrattive, in primis quelle minerarie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(ps. Secondo la nuova costituzione ecuadoriana anche chi scrive è ora di fatto cittadino ecuadoriano a tutti gli effetti, e potrà partecipare alle prossime elezioni presidenziali programmate per il primo semestre del prossimo anno. Almeno in questo caso non avrò dubbi)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;----------------------------------------&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Ecuador propone crear tribunal internacional que investigue deuda externa&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;16:12 | Ecuador, que buscará no pagar la deuda externa que juzgue ilegítima, propuso la creación en la ONU de un tribunal de arbitraje internacional que investigue los préstamos otorgados a los países pobres, dijo el jueves el presidente Rafael Correa.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quito, AFP&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecuador, que buscará no pagar la deuda externa que juzgue ilegítima, propuso la creación en la ONU de un tribunal de arbitraje internacional que investigue los préstamos otorgados a los países pobres, dijo el jueves el presidente Rafael Correa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“La contribución del gobierno de Ecuador (...) comienza por determinar la deuda externa ilegítima y promover, como ya lo hicimos en la ONU, la creación de un tribunal internacional de arbitraje de deuda soberana ” , afirmó el mandatario.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Correa planteó la propuesta al anunciar que buscará no pagar la deuda comercial externa, que suma al momento 3 860 millones de dólares en bonos, apoyado en una auditoría dispuesta por el gobierno que detectó ilegalidades en su contratación.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;El mandatario agregó que se requiere una instancia jurídica independiente ya “que los países endeudados siguen acudiendo al FMI, es decir, a un representante de los acreedores” .&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Felizmente el Fondo Monetario Internacional (FMI) ya tiene sus días contados por decisión de sus mismos socios mayoritarios ” , declaró Correa, quien expulsó en su momento al representante del Banco Mundial en Ecuador acusándolo de intento de chantaje.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;El presidente propuso igualmente a los países deudores “concertar las acciones” para “redefinir el criterio de sustentabilidad del servicio” de crédito externo.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-2603073592941928309?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/2603073592941928309/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=2603073592941928309' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/2603073592941928309'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/2603073592941928309'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2008/11/il-presidente-dellecuador-correa-chiede.html' title='Il presidente dell&apos;Ecuador Correa chiede un Tribunale ONU sul debito estero'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-7512973820968422017</id><published>2008-11-20T07:49:00.000-08:00</published><updated>2008-11-20T07:56:24.792-08:00</updated><title type='text'>Disarmo nucleare ora. Subito.</title><content type='html'>La questione nucleare nel nostro paese sta riprendendo vigore, in seguito alla decisione del governo di rilanciare l’energia atomica come volano di sviluppo, e per tentare di risolvere le gravi inadempienze verso gli impegni presi con il Protocollo di Kyoto.  La questione nucleare oggi fornisce l’occasione per il rilancio di un movimento capillare che chieda con forza, a poco più di un anno dalla Conferenza delle Parti della Convenzione ONU sui Cambiamenti Climatici di Copenhagen, una netta inversione di rotta nelle politiche energetiche e di sviluppo del paese. Nucleare civile e militare sono però due facce della stessa medaglia. A tal riguardo vale la pena di rammentare che parallelamente al negoziato sul clima, si stanno sviluppando altri importanti appuntamenti, quello del 60esimo aniversario della NATO e quello della Conferenza per la Revisione del Trattato di NonProliferazione nucleare che si dovrebbe tenere nel 2010. Un trattato fortemente indebolito nell’ultima conferenza del 2005 dalla posizione statunitense volta a dar priorità all’aspetto della non-proliferazione rispetto a quello del disarmo e che deve invece restare la pietra angolare delle politiche sul disarmo e la nonproliferazione. In questo anche l’Italia dovrà svolgere la sua parte. In quanto membro della NATO, ma anche forte sostenitrice del Trattato di Nonproliferazione, l’Italia dovrà impegnarsi a sciogliere una volta per tutte quell’ambiguità di fondo che permette la presenza di 90 bombe atomiche statunitensi nelle basi di Ghedi ed Aviano revocando quell’accordo di condivisione nucleare, in virtù del quale  potrebbe diventare un paese nucleare, e quindi responsabile delle conseguenze derivanti dall’uso dell’arma atomica. Dovrà poi rivedere le proprie strategie militari per escludere progressivamente l’opzione militare e sostenere – come raccomandato da una coalizione di paesi coordinati dalla Nuova Zelanda - la conclusione di una Convenzione sul Disarmo Nucleare. Anche le amministrazioni  locali potranno svolgere la loro parte, sottoscrivendo fin d’ora  il Protocollo di Hiroshima e Nagasaki proposti dai sindaci delle due citta martiri. Per questo la campagna "Un futuro senza Atomiche" rilancia le iniziative in sostegno   alla legge di iniziativa popolare , depositata in Parlamento alla fine della scorsa legislatura, al fine di dichiarare l’Italia paese libero da armi nucleari. Il 27 novembre prossimo, a pochi giorni dall’assemblea del 24 novembre prossimo nella quale verrà annunciato il lancio delle iniziative  contro il nucleare civile, la campagna terrà un incontro pubblico alla Camera per costituire un gruppo di contatto in Parlamento che possa sostenere la doscussione della legge. Mai come ora è necessario tracciare una linea rossa invalicabile, mai come ora il tema del disarmo nucleare è di forte rilevanza e deve essere centrale per chiunque crede nella costruzione della pace attraverso la forza della politica e della diplomazia. Una vocazione irrinunciabile  per la nuova sinistra nel nostro paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Francesco Martone - membro del Consiglio Internazionale di Parliamentarians for Nonproliferation and Nuclear Disarmament  &lt;a href="http://www.pnnd.org"&gt;(www.pnnd.org) &lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Lisa Clark portavoce campagna Un Futuro senza Atomiche &lt;a href="http://www.unfuturosenzatomiche.org"&gt;(www.unfuturosenzatomiche.org) &lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-7512973820968422017?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/7512973820968422017/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=7512973820968422017' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/7512973820968422017'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/7512973820968422017'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2008/11/disarmo-nucleare-ora-subito.html' title='Disarmo nucleare ora. Subito.'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-2892462415204707598</id><published>2008-11-19T06:36:00.000-08:00</published><updated>2008-11-19T06:37:43.751-08:00</updated><title type='text'>Dopo il G20 - la posizione del Transnational Institute</title><content type='html'>&lt;h2&gt;Statement on the G-20 Summit on the Financial Crisis, 15 November, 2008&lt;/h2&gt;      &lt;h4&gt;November 18th, 2008&lt;!-- by transnationalinstitute --&gt; · &lt;a href="http://casinocrash.org/?p=592#comments"&gt;No Comments&lt;/a&gt;&lt;/h4&gt;      &lt;div class="entry"&gt;     &lt;p&gt;&lt;em&gt;By the Transnational Institute Working Group on the Global Financial and Economic Crisis&lt;/em&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;The summit of a selective group of 20 widely diverse countries meeting in Washington moved the discussion of a new global financial architecture a step further, but it was a baby step, not the giant leap that is urgently needed not only to reverse the financial crisis but also to restructure fundamentally the global financial and economic systems. Why was there so little progress?&lt;/p&gt; &lt;p&gt;First, George Bush, representing the country with the largest responsibility for the global crisis, is the lamest of lame ducks. He could not commit his successor to any real course of action. His insistence on free markets reflects a dangerous and outmoded ideology with regard to financial regulation – abundantly demonstrated by his speech prior to the G20 meeting convened in which he re-visited the ideas that are the source of the worst worldwide financial crisis of the past 90 years. These outmoded and discredited ideas were included, unfortunately, in the G20 Communiqué.&lt;br /&gt;&lt;span id="more-592"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Second, this meeting – sometimes called Bretton Woods II - was so hastily put together that unlike Bretton Woods I, its principal outcome was merely to reveal the fault lines of the debate, defined by the U.S. and European positions, although not that of Great Britain. The Europeans, led by president Nicholas Sarkozy of France, argued that since the 1980s, finance has become a quintessentially global phenomenon with money and credit washing across borders. Financial entities are thus able to exploit the inability of nation states to tax or regulate them effectively. Consequently, the Europeans call for a new global financial architecture that starts with, and gives primacy to, new cross-border global financial regulatory authorities. These global institutions are not now in place, must be constructed, and should be the G20’s core project for the immediate future. The Europeans note that existing international regulatory institutions, like the Basel Committee on Banking Supervision and the Financial Stability Forum, have very limited membership, cannot issue binding standards and rules, are heavily influenced by the financial lobby, and have proven to be totally inadequate both in predicting the financial crisis and in acting to stem it.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;The United States’ counter-argument rests on the nation state, locates the primacy of regulatory authority in national governments, and adds new, cross-border forms of transnational collaboration and co-ordination. It starts with existing national regulatory regimes, upgrades them considerably, and expands them to encompass new financial instruments and institutions heretofore unregulated. The North Americans argue that this system offers the best tools for the broadest possible political control because it is rooted in national governments – their executives and parliaments, which are themselves subject to popular oversight, however imperfect. Behind these arguments, however, lie both ideology and the desire to protect the U.S.’s and UK’s financial sectors’ competitiveness as global financial industry centres.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;The G20 Communiqué avoids this debate and attempts to diminish the distance between the U.S. and European positions. Several other fault lines emerged at the G20 meeting. Europe wants to go faster, broader, and deeper with new regulations than the U.S. and wants more co-ordination of policy intervention. The weakness of the G20 Communiqué also indicates that governments are paying more attention to the interests of their financial lobbies than to the interests and urgent needs of their own citizens and citizens worldwide.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Pushing all these divisions into the future and giving the new U.S. administration the necessary space to formulate its own positions, the G20 limited its scope to some broad general principles and an action plan for the next four and a half months that includes only measures that should have been taken long ago to correct the most obvious gaps in transparency and regulation. Whether or not these meagre measures are implemented will depend mainly on how aggressive civil society is in holding the G20 to their limited commitments.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;No set of basic but effective principles, guidelines and criteria is yet on the official agenda. We offer four that should be minimum demands in exchange for the unprecedented taxpayer bailouts:&lt;/p&gt; &lt;ul&gt;&lt;li&gt;Total transparency – all financial instruments and all financial institutions to report fully on their activities and this information made available to the public; &lt;/li&gt;&lt;li&gt;A 10 percent rule – all financial instruments require a minimum 10 percent collateral, capital reserves in order to eliminate the uninhibited leveraging (sometimes only 1 dollar actually held for every $30-$40 lent to borrowers) that is a major source of the meltdown; &lt;/li&gt;&lt;li&gt;All current and future financial instruments should be brought under the umbrella of financial regulation; &lt;/li&gt;&lt;li&gt;New national and global regulatory systems to be subject to the widest and deepest democratic participation, including oversight, monitoring, and access to decision-making. &lt;/li&gt;&lt;/ul&gt; &lt;p&gt;In our view, the global financial implosion is but one of several converging crises caused by government neglect and an ideology celebrating an individualist- based, free-for-all market fundamentalism over the need for civic responsibility. This irresponsible neglect has permeated governing regimes at every level: local, national, regional, and global. Consequently, two other enormous global problems now worsen and converge with the financial crisis: the planetary climate crisis and inequality within and across nations. The same political recklessness that has brought us financial default is also guilty with regard to the global climate and inequality crises of the 21st century.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Furthermore, the financial crisis has now become a crisis of the real economy. The private financial institutions receiving taxpayer bailouts should be obliged to lend to the real economy in order to ease the transformation towards an environmentally robust economy. They must be prevented from further indulging in exotic financial instruments that have greatly contributed to the current worldwide financial meltdown. We support the call for a minimum fiscal stimulus of at least 2 percent of GDP. The earlier anaemic attempts at fiscal stimulus of the G7 were far too small to have any effect.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;A more comprehensive integrated set of proposals is therefore needed:&lt;/p&gt; &lt;ul&gt;&lt;li&gt;Closure of tax havens in countries of convenience and attention to other forms of tax evasion that allow global companies and wealthy individuals to avoid their statutory tax obligations in their countries of origin; &lt;/li&gt;&lt;li&gt;A commitment that no country be allowed to become insolvent; &lt;/li&gt;&lt;li&gt;Refusal of the nearly bankrupt and discredited IMF as the global dispenser of funds. The failed IMF ideology contributed to this global financial crisis in the first place; &lt;/li&gt;&lt;li&gt;Integration of southern countries as well as experts from NGOs and other parts of civil society into all discussions of a new global financial architecture; &lt;/li&gt;&lt;li&gt;Introduction of taxes on cross-border financial transactions – such as the Tobin Tax – that are new sources of tax revenues for government to pay for the financial bailouts, dampen financial speculation, and slow down the turnover of financial transactions in the global economy; &lt;/li&gt;&lt;li&gt;Limits to the riskiness of any new financial product or instrument, for example, by public governmental certification of a risk assessment of the product before it comes on market; &lt;/li&gt;&lt;li&gt;Suspension of the financial services negotiations within the GATS section of the Doha Round on trade liberalization. The deregulation and anti-regulation orientation of these negotiations is totally at odds with the premises of the G20 discussions for re-regulation and new regulation of the global financial sector; &lt;/li&gt;&lt;li&gt;Public disclosure of all lobbyists before national and global regulatory authorities; &lt;/li&gt;&lt;li&gt;Limits on excess compensation of top level management of financial institutions and elimination of forms of incentive compensation that reward excessively risky behaviour; &lt;/li&gt;&lt;li&gt;Involvement of global institutions other than the International Financial Institutions discussions concerning the new global financial architecture, including the UN and its appropriate agencies. &lt;/li&gt;&lt;/ul&gt; &lt;p&gt;The world is not undergoing &lt;strong&gt;a crisis in the system but a crisis of the system&lt;/strong&gt; in which the real economy has become subservient to the financial economy. All solutions must be based on this underlying truth. Nothing less than a &lt;strong&gt;Global Round on a Reconstructed Economic Order&lt;/strong&gt; is required to address an integrated reform and restructuring of the global economy – including finance, trade, investment, production, corporate codes of conduct, labour standards, systemic risk and environmental regulation. The efforts of the G20 are puny compared to the comprehensive and serious process appropriate to the scale of these converging crises of the 21st century.&lt;/p&gt; &lt;hr /&gt; &lt;p&gt;by Susan George, Barry K. Gills, Myriam Vander Stichele and Howard M. Wachtel for the TNI Working Group on the Global Financial and Economic Crisis, Amsterdam, 17 November&lt;br /&gt;2008&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;per saperne si più vai su &lt;a href="http://www.tni.org"&gt;www.tni.org&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;         &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-2892462415204707598?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/2892462415204707598/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=2892462415204707598' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/2892462415204707598'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/2892462415204707598'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2008/11/dopo-il-g20-la-posizione-del.html' title='Dopo il G20 - la posizione del Transnational Institute'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-2505120097455372900</id><published>2008-11-13T13:10:00.000-08:00</published><updated>2008-11-13T13:11:31.995-08:00</updated><title type='text'>Costruire la Sinistra</title><content type='html'>&lt;h1 class="main-title"&gt;Costruire la Sinistra: il tempo è adesso&lt;/h1&gt;    &lt;!-- oggi --&gt;         &lt;div id="tabs"&gt;                   &lt;/div&gt; &lt;!-- BANNERINO CENTRALE  --&gt;                   &lt;div id="help"&gt;                   &lt;/div&gt;                             &lt;div class="entry"&gt;      &lt;p&gt;&lt;img style="margin: 0pt 5px 5px 0pt; float: left;" src="http://www.sinistra-democratica.it/files/images/image/PA110055.jpg" alt="" align="absmiddle" height="150" width="200" /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le ragazze e i ragazzi che in questi giorni portano la loro protesta in tutte le piazze del paese per una scuola che li aiuti a crearsi un futuro ci dicono che la speranza di un’altra Italia è possibile. Che è possibile reagire alla destra che toglie diritti e aumenta privilegi. Che è possibile rispondere all’insulto criminale che insanguina il Mezzogiorno e vuole ridurre al silenzio le coscienze più libere. Che è possibile dare dignità al lavoro, spezzando la logica dominante che oggi lo relega sempre più a profitto e mercificazione. Che è possibile affermare la libertà delle donne e vivere in un paese ove la laicità sia un principio inviolabile. Che è possibile lavorare per un mondo di pace. Che è possibile, di fronte all’offensiva razzista nei confronti dei migranti, rispondere - come fece Einstein - che l’unica razza che conosciamo è quella umana. Che è possibile attraverso una riconversione ecologica dell’economia contrastare i cambiamenti climatici, riducendone gli effetti ambientali e sociali. Che è possibile, dunque,  reagire ad una politica miserabile la quale, di fronte alla drammatica questione del surriscaldamento del pianeta, cerca di bloccare le scelte dell’Europa in nome di una cieca salvaguardia di ristretti interessi.&lt;br /&gt;Cambiare questo paese è possibile. A patto di praticare questa speranza che oggi cresce d’intensità, di farla incontrare con una politica che sappia anche cambiare se stessa per tradurre la speranza di oggi  in realtà. E’ questo il compito primario di ciò che chiamiamo sinistra.&lt;br /&gt;Viviamo in un paese e in un tempo che hanno bisogno  di un ritrovato impegno e di una nuova sinistra, ecologista, solidale e pacifista. La cronaca quotidiana dei fatti è ormai una narrazione impietosa dell’Italia e della crisi delle politiche neoliberiste su scala mondiale. Quando la condizione sociale e materiale di tanta parte della popolazione precipita verso il rischio di togliere ogni significato alla parola futuro; quando cittadinanza, convivenza, riconoscimento dell’altro diventano valori sempre più marginali; quando le donne e gli uomini di questo paese vedono crescere la propria solitudine di fronte alle istituzioni, nei luoghi di lavoro – spesso precario, talvolta assente – come in quelli del sapere; quando tutto questo accade  nessuna coscienza civile può star ferma ad aspettare.  Siamo di fronte ad una crisi che segna un vero spartiacque. Crollano i dogmi del pensiero unico che hanno alimentato le forme del capitalismo di questi ultimi 20 anni. Questa crisi rende più che mai attuale il bisogno di sinistra, se essa sarà in grado di  farsi portatrice di una vera alternativa di società a livello globale.&lt;br /&gt;E’ alla politica che tocca il compito, qui ed ora, di produrre un’idea, un progetto di società, un nuovo senso da attribuire alle nostre parole. Ed è la politica che ha il compito di dire che un’alternativa allo stato presente delle cose è necessaria ed è possibile. La destra orienta la sua pesante azione di governo – tutto è già ben chiaro in soli pochi mesi – sulla base di un’agenda che ha nell’esaltazione persino esasperata del mercato e nello smantellamento della nostra Costituzione repubblicana i capisaldi che la ispirano. Cosa saranno scuola e formazione, ambiente, sanità e welfare, livelli di reddito e qualità del lavoro, diritti di cittadinanza e autodeterminazione di donne e uomini nell’Italia di domani, quel domani che è già dietro l’angolo, quando gli effetti di questa destra ora al governo risulteranno dirompenti e colpiranno dritto al cuore le condizioni di vita, già ora così difficili, di tante donne e uomini?&lt;br /&gt;E’ da qui che nasce l’urgenza e lo spazio – vero, reale, possibile, crescente – di una nuova sinistra che susciti speranza e chiami all’impegno politico, che lavori ad un progetto per il paese e sappia mobilitare anche chi è deluso, distratto, distante. Una sinistra che rifiuti il rifugio identitario fine a sé stesso, la fuga dalla politica, l’affannosa ricerca dei segni del passato come nuovi feticci da agitare verso il presente. Una sinistra che assuma la sconfitta di aprile come un momento di verità, non solo di debolezza. E che dalle ragioni profonde di quella sconfitta vuole ripartire, senza ripercorrerne gli errori, le presunzioni, i limiti. Una sinistra che guardi all’Europa come luogo fondamentale del proprio agire e di costruzione di un’alternativa a questa globalizzazione. Una sinistra del lavoro capace di mostrare come la sua sistematica svalorizzazione sia parte decisiva della crisi economica e sociale che viviamo.&lt;br /&gt;Per far ciò pensiamo a una sinistra che riesca finalmente a mescolare i segni e i semi di più culture politiche per farne un linguaggio diverso, un diverso sguardo sulle cose di questo tempo e di questo mondo. Una politica della pace, non solo come ripudio della guerra, anche come quotidiana costruzione della cultura della  non violenza e della cooperazione come alternativa alla competizione. Una sinistra dei diritti civili, delle libertà, dell’uguaglianza e delle differenze. Una sinistra che non sia più ceto politico ma luogo di partecipazione, di ricerca, di responsabilità condivise. Che sappia raccogliere la militanza civile, intellettuale e politica superando i naturali recinti dei soggetti politici tradizionali. E che si faccia carico di un'opposizione rigorosa , con l’impegno di costruire un nuovo, positivo campo di forze e di idee per il paese. La  difesa del contratto nazionale di lavoro, che imprese e governo vogliono abolire per rendere più diseguali e soli i lavoratori e le lavoratrici è per noi l’immediata priorità, insieme  all’affermazione del valore pubblico e universale della scuola e dell’università e alla difesa del clima che richiede una vera e propria rivoluzione ecologica nel modo di produrre e consumare.&lt;br /&gt;Lavorare da subito ad una fase costituente della sinistra italiana significa  anche spezzare una  condizione di marginalità – politica e persino democratica –  e  scongiurare la deriva bipartitista , avviando   una  riforma delle pratiche politiche novecentesche.&lt;br /&gt;L’obiettivo è quello di lavorare a un nuovo soggetto politico della sinistra italiana attraverso un processo che deve avere concreti elementi di novità: non la sommatoria di ceti politici ma un percorso democratico, partecipativo, inclusivo. Per operare da subito promuoviamo l’associazione politica “Per la Sinistra”, uno strumento leggero per tutti coloro che sono interessati a ridare voce, ruolo e progetto alla sinistra italiana, avviando adesioni larghe e plurali.&lt;br /&gt;Fin da ora si formino nei territori comitati promotori provvisori, aperti a tutti coloro che sono interessati al processo costituente , con il compito di partecipare alla realizzazione, sabato 13 dicembre, di una assemblea nazionale. Punto di partenza di un processo da sottoporre a gennaio a una consultazione di massa attorno a una carta d’intenti, un nome, un simbolo, regole condivise. Proponiamo di arrivare all'assemblea del 13 dicembre attraverso un calendario di iniziative  che ci veda impegnati, già da novembre, a costruire un appuntamento nazionale sulla scuola e campagne  sui  temi    del   lavoro e dei diritti negati, dell’ambiente e contro il nucleare civile e militare e per lo sviluppo delle energie rinnovabili.&lt;br /&gt;Sappiamo bene che non sarà un percorso semplice né breve, che richiederà tempo, quel tempo che è il luogo vero dove si sviluppa la ricerca di altri linguaggi, la produzione di nuova cultura politica, la formazione di nuove classi dirigenti. Una sinistra che sia forza autonoma – sul piano culturale, politico, organizzativo – non può prescindere da ciò. Ma il tempo di domani è già qui ed è oggi che dobbiamo cominciare a misurarlo. Ecco perché diciamo che questo nostro incontro segna, per noi che vi abbiamo preso parte, la comune volontà di un’assunzione individuale e collettiva di responsabilità. La responsabilità di partecipare a un percorso che finalmente prende avvio e di voler contribuire ad estenderlo nelle diverse realtà del territorio, di sottoporlo ad una verifica larga, di svilupparlo lavorando sui temi più sensibili che riguardano tanta parte della popolazione e ai quali legare un progetto politico della sinistra italiana, a cominciare dalla pace, dall’equità sociale e dal lavoro, dai diritti e dall’ambiente alla laicità.&lt;br /&gt;Noi ci impegniamo oggi in questo cammino. A costruirlo nel tempo che sarà richiesto. A cominciare ora.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Roma, 7 novembre 2008&lt;/p&gt; &lt;p&gt; &lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Primi firmatari:&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mario    Agostinelli, Vincenzo Aita, Ritanna Armeni, Alberto Asor Rosa, Angela Azzaro, Fulvia     Bandoli, Katia Belillo, Giovanni Berlinguer, Piero Bevilacqua, Jean Bilongo, Maria Luisa Boccia, Luca Bonaccorsi, Sergio Brenna, Luisa Calimani, Antonio Cantaro, Luciana Castellina, Giusto Catania, Paolo Cento, Giuseppe Chiarante, Raffaella Chiodo, Marcello Cini, Lisa Clark, Maria Rosa Cutrufelli, Pippo Delbono, Vezio De Lucia, Paolo De Nardis, Loredana De Petris, Elettra Deiana, Carlo De Sanctis, Arturo Di Corinto, Titti Di Salvo, Daniele Farina, Claudio Fava, Carlo Flamigni, Enrico Fontana, Marco Fumagalli, Luciano Gallino, Giuliano Giuliani, Umberto Guidoni, Leo Gullotta, Margherita Hack, Paolo Hutter, Francesco Indovina, Rosa Jijon, Francesca Koch, Wilma Labate, Simonetta Lombardo, Francesco Martone, Graziella Mascia, Gianni Mattioli, Danielle Mazzonis, Gennaro Migliore, Adalberto Minucci, Filippo Miraglia, Marco Montemagni, Serafino Murri, Roberto Musacchio, Pasqualina Napoletano, Diego Novelli, Alberto Olivetti, Moni Ovadia, Italo Palumbo, Giorgio Parisi, Luca Pettini, Elisabetta Piccolotti, Paolo Pietrangeli, Fernando Pignataro,  Bianca Pomeranzi, Alessandro Portelli, Alì Rashid, Luca Robotti, Massimo Roccella, Stefano Ruffo, Mario Sai, Simonetta Salacone, Massimo L. Salvadori, Edoardo Salzano, Bia Sarasini, Scipione Semeraro, Patrizia Sentinelli, Massimo Serafini, Tore Serra, Giuliana Sgrena, Aldo Tortorella, Gabriele Trama, Mario Tronti, Nichi Vendola&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-2505120097455372900?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/2505120097455372900/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=2505120097455372900' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/2505120097455372900'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/2505120097455372900'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2008/11/costruire-la-sinistra.html' title='Costruire la Sinistra'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-5550386188841012840</id><published>2008-11-05T14:38:00.000-08:00</published><updated>2008-11-05T14:53:28.011-08:00</updated><title type='text'>Il South Centre e le proposte di riforma delle istituzioni finanziarie internazionali</title><content type='html'>Il South Centre, think-tank internazionale che esprime le posizioni politiche dei G77, ha di recente pubblicato un comunicato  nel quale delinea una serie di misure da intraprendere per costruire una Bretton Woods II efficace, efficiente e rappresentativa.&lt;br /&gt;La prima: inclusività. Il dibattito non può essere relegato a consessi ristretti come i G8 o g20 ma deve svolgersi nell'ambito delle Nazioni Unite, facendo tesoro del processo che si innescherà all'indomani della Conferenza di Doha su Finanza per lo Sviluppo del novembre prossimo.&lt;br /&gt;La seconda: intervenire per regolamentare la finanza globale attraverso meccanismi di supervisione e regolamentazione&lt;br /&gt;La terza: un rilancio del Fondo Monetario Internazionale che dovrà recuperare la sua mission originaria creando sulla base dei Diritti Speciali di Prelievo una valuta globale di riserva. L'FMI poi dovrà essere il centro del coordinamento delle politiche finanziarie globali essendo maggiormente rappresentativo rispetto al G7. L'FMI dovrà poi essere in grado di esborsare rapidamente fondi di emergenza senza condizionalità rigide per mitigare squilibri nella bilancia dei pagamenti con l'estero o rapidi deflussi di capitali.&lt;br /&gt;La quarta: un pacchetto di politiche macroeconomiche globali finanziato da un aumento dell'aiuto pubblico allo sviluppo&lt;br /&gt;la quinta: una corte internazionale di arbitrato sul debito estero&lt;br /&gt;La sesta: un rafforzamento del ruolo delle istituzioni finanziarie regionali, quali la Iniziativa di Chiang Mai o il Fondo di Riserva Latinoamericano, con il coordinamento del FMI.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per il testo integrale &lt;a href="http://www.southcentre.org/index.php?option=com_content&amp;amp;task=view&amp;amp;id=871&amp;amp;Itemid=1"&gt;www.southcentre.org&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-5550386188841012840?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/5550386188841012840/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=5550386188841012840' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/5550386188841012840'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/5550386188841012840'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2008/11/il-south-centre-e-le-propose-di-riforma.html' title='Il South Centre e le proposte di riforma delle istituzioni finanziarie internazionali'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-8279732870162129144</id><published>2008-11-03T00:15:00.001-08:00</published><updated>2008-11-03T00:20:46.951-08:00</updated><title type='text'>Ancora materiali sulla crisi finanziaria e sulle possibili soluzioni</title><content type='html'>Per una visione d'insieme della crisi finanziaria, le sue conseguenze e le possibili soluzioni vi consiglio di consultare il sito &lt;a href="http://www.globalissues.org/article/768/global-financial-crisis"&gt;www.globalissues.org&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Brettonwoodsproject inglese ha di recente  postato in rete i materiali prodotti e le relazioni degli ospiti di un seminario organizzato da varie organizzazioni nongovernative inglesi sempre sul tema della riforma delle istituzioni finanziarie internazionali. &lt;a href="http://www.brettonwoodsproject.org/art-562842"&gt;www.brettonwoodsproject.org&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Buona lettura&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7554174430860685964-8279732870162129144?l=sinistracosmopolita.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/feeds/8279732870162129144/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7554174430860685964&amp;postID=8279732870162129144' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/8279732870162129144'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7554174430860685964/posts/default/8279732870162129144'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://sinistracosmopolita.blogspot.com/2008/11/ancora-materiali-sulla-crisi.html' title='Ancora materiali sulla crisi finanziaria e sulle possibili soluzioni'/><author><name>Francesco Martone</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05238460852505043034</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7554174430860685964.post-4349605560215403331</id><published>2008-10-31T10:39:00.000-07:00</published><updated>2008-11-05T08:55:20.636-08:00</updated><title type='text'>Il Tribunale permanente dei popoli, e le multinazionali europee in America Latina</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;El Tribunal Permanente de los Pueblos, Enlazando Alternativas y la ruta hasta la centralidad de los derechos de los pueblos frente a los intereses de las empresas transnacionales&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;Presentación al Seminario sobre Transnacionales, Barcelona, 8 de Noviembre 2008&lt;br /&gt;organizado por el &lt;a href="http://www.odg.cat/"&gt;Observatorio de Deuda y Globalizaciòn&lt;br /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Francesco Martone&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Los innumerables procesos de resistencia al modelo neoliberal en América Latina, y en alguna medida en la Unión Europea de los pueblos y las comunidades locales han abierto un espacio de debate, articulación y propuesta que va mas allá de los casos específicos.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;En primer lugar, han llevado al fortalecimiento de una red bi-regional de movimientos sociales europeos  latinoamericanos, que se basa en un nuevo modelo de cooperación que va mas allá de la simple solidaridad. Se trata en verdad de perseguir un modelo horizontal, de intercambio de experiencias y de construcción de una plataforma política común frente a los acuerdos de libre comercio, a la penetración del capital transnacional de origen europeo, y a las políticas de la “Europa Global”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al mismo tiempo la convergencia de este proceso con aquello del Tribunal Permanente de los Pueblos, con sus sesiones especificas y audiencias sobre las responsabilidades de las Empresas Transnacionales (ETN) europeas en América Latina, contribuye a una nueva fase del proceso de resistencia: de la denuncia a la elaboración de nuevos paradigmas jurídicos y legales para afirmar la centralidad de los derechos de los pueblos frente al modelo económico neoliberal.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Este informe trata de abordar los retos y las oportunidades adelantadas por el trabajo y las elaboraciones del Tribunal Permanente de los Pueblos en la construcción de nuevos marcos jurídicos y de derecho internacional, y al mismo tiempo analizar la pertinencia de este trabajo con los procesos institucionales y de los movimientos en el tema de responsabilidad corporativa y derechos humanos.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;a. El Tribunal Permanente de los Pueblos: orígenes y atribuciones &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;El Tribunal Permanente de los Pueblos nace en el 1979, como consecuencia del pedido hecho en el curso de la tercera sesión del Tribunal Russell 2 sobre América Latina, para constituir un espacio donde los pueblos puedan tomar la palabra, encontrarse, y representar sus casos del violaciones de derechos de los pueblos.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A más de ser  un Tribunal de opinión, emanación directa de la Fundación Internacional Lelio Basso, el TPP tiene un carácter permanente, y por eso ha podido acompañar por un largo espacio de tiempo las etapas fundamentales en el proceso de liberación de los pueblos.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;No tiene una agenda, ni prioridades preconstruidas, pero deriva su programa de trabajo de los pedidos de  los movimientos, organizaciones ciudadanas, organizaciones populares, que necesitan su intervención para poner en el centro del debate cuestiones que no encuentran espacio en las agendas de los gobiernos, o se encuentran con grave retrazo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;El Tribunal por lo tanto, tiene varias tareas: abrir un espacio de denuncia, brindar herramientas para la lucha de afirmación de los derechos, estimular los gobiernos y la comunidad internacional para que pongan al centro de sus acciones los derechos fundamentales, e identificar los retrasos, o los vacíos en la elaboración del derecho internacional, proponiendo instrumentos y elaboraciones nuevas o alternativas.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;En los últimos años el Tribunal se ha ocupado de estudiar, profundizar y abordar el tema de la relación entre los derechos de los pueblos y la economía global, entendida como nueva forma de colonización. En este sentido esta área de trabajo tiene una continuidad con sus orígenes, que se encuentran en la Declaración de Argel sobre la autodeterminación de los Pueblos, proclamada hace 30 años.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Entre las sesiones y audiencias hechas en estos últimos anos, se pueden evidenciar aquellas que se ocupan de Colombia (TPP Capitulo Colombia), sobre las Filipinas, la participación a un Tribunal internacional sobre el Banco Mundial, la sesión sobre Unión FENOSA en Nicaragua, y mas recientemente, la audiencia de Guatemala sobre transnacionales en América Central.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;b. El trabajo del Tribunal en el marco de la red Enlazando Alternativas&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Los movimientos europeos y latinoamericanos que son parte de la red bi-regional Enlazando Alternativas ,  apelaron al Tribunal antes de la sesión EA2 organizada paralelamente a la Cumbre Euro-Latinoamericana de los Jefes de Estado y de Gobierno de Viena, Mayo 2006.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;El objetivo del pedido al Tribunal era examinar una serie de casos de empresas transnacionales europeas en varios países de América Latina para identificar las bases y la existencia de motivaciones suficientes para convocar una sesión oficial del Tribunal.  Como está señalado en la declaración de Viena, el papel del Tribunal es:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“ to investigate the increasingly dominant role of European TNCs in strategic areas, such as services, infrastructure, petroleum, water, finance and telecommunications” EA2 “particularly asked for an examination of the threats thereby posed to political sovereignty, development policy, economic autonomy, environmental sustainability and democratisation in Latin America.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;El Tribunal reveló casos difusos de violación de derechos fundamentales entre ellos: violación al derecho al acceso a los servicios públicos esenciales; violación al derecho a la tierra, violación al derecho a la soberanía y seguridad alimentaría, violación de los derechos laborales, violación de los derechos de los pueblos indígenas, violación de los derechos ambientales y acumulación de deuda ecológica, y violación de los derechos civiles y políticos .&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Por todos estos factores, el Tribunal concluyó que:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“ la complejidad y la seriedad de las violaciones de derechos necesitan de una investigación más profunda con el objetivo de desarrollar nuevas herramientas legales internacionales, que puedan responsabilizar las ETNs”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;En Viena, se produzco entonces un proceso de articulación más amplia, de análisis,  puesta en redes que juntaban comunidades en resistencia,  abogados y activistas para desarrollar un marco de referencia sólido y para armar la sesión del Tribunal que se hizo en Lima en ocasión de la Cumbre de los Pueblos, paralelamente a la Cumbre empresarial Euro-Latinoamericana y aquélla de los Jefes de Estado y de Gobierno, en Mayo 2008.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;c. La sentencia de Lima&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;En el conjunto de las sesiones de Viena y Lima,  el Tribunal analizó 21 casos de empresas en 12 sectores , cuyo resultado fue la identificación de impresionantes efectos negativos, que son paradigmáticos de la conducta de las empresas transnacionales, y de la alineación de responsabilidad por parte de los Estados:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Las actividades de las ETNs se pueden desarrollar en condiciones de total permisividad  y/o impunidad por parte de las autoridades públicas responsables (en los países de origen de las ETN y/o en los países donde estas actúan”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vale la pena de reiterar que el  trabajo del Tribunal tiene varios sentidos. Uno es seguramente abrir un espacio de denuncia pública, internacional de violaciones que afectan los derechos de los pueblos y de comunidades impactadas, el otro es identificar los límites en el derecho internacional e imaginar opciones adicionales o alternativas al cuadro normativo actual. Otro sentido, es mas político, y se refiere al tema más general de la relación entre derechos de los pueblos y economía global.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Objetivos generales del proceso del TPP que sigue paralelamente a  las actividades y campañas de la red bi-regional Enlazando Alternativas, que han sido debatidas en ocasión de la ultima reunión de la red en el Forum Social Europeo de Malmoe, Suecia, en octubre 2008, son entonces:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“*  Denunciar las innumeras violaciones a los derechos humanos de todas las generaciones por parte de las ETN europeas y a partir de la acumulación de evidencias de todos esos casos, sectores y países representados denunciar el carácter sistémico y estructural del régimen de poder de las corporaciones transnacionales;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;* Denunciar todo un sistema de ‘legalidades’, espacios e intereses dominantes que son claramente injustos y amplían cada vez más el avance de las ETN (Tractados de Libre Comercio, Acuerdos Bilaterales de Inversiones, Organización Mundial del Comercio, Banco Mundial, Banco Interamericano de Desarrollo, Fondo Monetario Internacional, Banco Europeo de Inversiones, CIADI);&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;* Avanzar hacia una  jurisprudencia y normas vinculantes desde la perspectiva de los derechos de los individuos y los pueblos, y establecimiento de un objetivo a largo plazo, que el enjuiciamiento moral sea un paso previo a procesos judiciales ordinarios contra transnacionales por sus crímenes”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;En lo que se refiere al último aspecto,  una propuesta de como reconstruir una práctica de responsabilidad y afirmación de los derechos fundamentales varía según del eje y del criterio de análisis del problema.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Hay los que piensan que el sector privado puede ser portador de derechos, a condición que no se introduzcan normas vinculantes para su conducta, pues esto podría representar una violación de las leyes del libre mercado.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Hay los que se imaginan una recuperación del poder estatal, del control público sobre la esfera del mercado, y otros más que imaginan formas híbridas.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;El tema es muy pertinente hoy frente a la crisis financiera, y a como los neoliberales mismos están llamando con urgencia a un papel protagónico del Estado, para rescatar los bancos y los inversionistas especulativos.  Así que la intervención del Estado en este caso no sirve para asegurar el bien común, pero lo confunde con  el interés de sobrevivencia de los bancos, garantizando los derechos de los mismos actores que han causado la crisis, y socializando los gastos sobre las víctimas primarias. Se está actuando de alguna manera una transición del “corporate welfare” al “financial welfare”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;El primer tema es entonces  tener bien claro cual es el punto de partida de nuestro análisis. O sea, estamos hablando de empresas? Si este fuera el caso lo que nos debería  preocupar es identificar normas, estándares, etc. para que estas empresas actúen bien o no hagan daño. (“do no harm, do good”)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;O se está  hablando del Estado, así que el discurso seria lo de analizar el papel del Estado, la devolución de poderes soberanos al mercado y al sector privad? En este caso lo que nos preocuparía es de proponer soluciones puramente institucionales al problema.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;O estamos metiendo al centro los derechos, y nuestro punto de partida y de llegada es la identificación de los vacíos en la afirmación de los derechos fundamentales, y propuestas para fortalecerlos. En una palabra, el sector privado y el Estado nos interesan solo en forma secundaria, como co-responsables o actores que juegan un papel  en la afirmación de los derechos. Por último lo que nos importa no es tanto reformar  la empresa, o  fortalecer el Estado sino garantizar los derechos fundamentales de los pueblos.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;En realidad el tema principal es lo de rearticular un nuevo espacio público donde se pueden desarrollar y fortalecer los derechos.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Por eso es útil hacer referencia al dictamen de Lima, cuando aborda el tema de la transformación  del papel del Estado. El TPP denuncia la coincidencia del interés privado con el interés público, la connivencia y la complicidad de los estados y oligarquías nacionales,  el abandono de la idea de un proyecto propio porque los Estados aceptan que los intereses empresariales coinciden con el interés general.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;En este sentido utilizar como oportunidad el tema de la responsabilidad de las empresas sirve a dos niveles políticos.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Por primero a analizar las dinámicas de progresiva debilitación de la esfera publica nacional y internacional, la alineación de competencia normativa y jurídica de los estados, en términos activos, (a través de la adopción de políticas de liberalización, privatización,  desregulación, “responsabilidad de acción”)  en términos omisivos (impunidad, corrupción), o en términos represivos (criminalizacion de los movimientos sociales, represión sindical, adopción de leyes que cierran espacios de articulación democrática).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un caso paradigmatico de estas dinamicas es Colombia.  En el dictamen final de la sesion del TPP capitulo Colombia, “Empresas transnacionales y derechos de los Pueblos en Colombia, 2006 – 2008”,  hecho en Bogotà en Julio 2008, el TPP afirma que:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;”Colombia parece presentarse, en este sentido, como un verdadero laboratorio político institucional donde los intereses de los actores económicos nacionales e internacionales son plenamente defendidos a través del abandono por el Estado de sus funciones y de su deber constitucional de defensa de la dignidad y de la vida de una gran parte de la población, a la cual se aplica, como si de un  enemigo se tratara, la doctrina de la seguridad nacional, en su versión colombiana”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;En ultima instancia,  el trabajo de campañas sobre ETNs sirve a identificar  estas dinámicas, para entender el impacto del neoliberalismo sobre el papel del Estado, y entender cuales son las partes buenas que se pueden utilizar de lo que queda del Estado para rearticular una nueva esfera pública de justicia y responsabilidad.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al mismo tiempo este ejercicio servirá a reclamar una recuperación del  papel protagónico del Estado,  a imaginar, construir nuevas formas de representación, responsabilización, y herramientas de trabajo, para la defensa y la promoción de los derechos fundamentales frente al sector privado y no sólo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;En este sentido, el desafío es mas importante por el futuro. En realidad se trata de imaginar formas nuevas, participativas, híbridas de la esfera pública, que incluya también un papel protagónico de los diferentes “right holders” (los que tienen derechos), en un proceso de construcción que no tiene modelos preconstituidos pero que se desarrolla paralelamente a nivel teórico  y con las prácticas de lucha y resistencia.  Y por eso las diferentes experiencias en América Latina, de resistencia, oposición a la privatización, de manejo comunitario, de autogestión, pueden brindar ejemplos interesantes que salen si da una elaboración teórica pero fortalecida y caracterizada por la practica de búsqueda de alternativas y de resistencia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Esto puede definirse como el sentido mas “político” del trabajo del Tribunal y de su interacción con la Red Enlazando Alternativas.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;d. El debate internacional sobre responsabilidad corporativa y el proceso del Tribunal&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Adicionalmente a lo que se ha señalado anteriormente, hay que anotar cómo el problema de la relación entre sector privado, Estado y derechos fundamentales se explicita también a nivel de esfera transnacional.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Y eso es consecuencia de la estructura misma de las Empresas, por la globalización de la economía, y por los factores que contribuyen a la transformación del papel del Estado, así como por las políticas económicas y comerciales impuestas por las Instituciones Financieras Internacionales y los organismos internacionales.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;En este sentido la Sentencia del Tribunal identifica como corresponsales de la transformación del papel del Estado, las políticas de la UE, que utiliza las negociaciones bilaterales de los Acuerdos de Asociación, (AdAs) para avanzar la agenda de sus ETNs, (la plataforma política y comercial de Global Europe), y de los otros organismos como la OMC, las IFIs.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;El  trabajo del Tribunal asume entonces una importancia adicional en el debate presente sobre las responsabilidades de las empresas, siendo su elaboración relevante también en el debate que se desarrolló y que está siguiendo sobre las Normas sobre ETNs y derechos humanos.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La misma sentencia del TPP Capitulo Colombia se refiere a este nivel de trabajo,  afirmando que:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Las ETN actúan a nivel global y por lo tanto requieren una respuesta global. La respuesta a nivel de Estado es indispensable, pero no suficiente. El derecho internacional de los derechos humanos, las Constituciones y las normas de tutela de las personas y comunidades deben prevalecer para evitar que las ETN violen los derechos de la humanidad entera”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Será entonces útil para proponer una llave de lectura de cómo se está abordando el tema a nivel oficial, hacer referencia al trabajo a nivel de Naciones Unidas sobre derechos humanos y ETNs, en particular el Informe Ruggie, porque allí se encuentran elaboraciones que son pertinentes, aunque sea limitadas o criticables, al trabajo del Tribunal.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Principalmente, en este caso,  el tema de nuestro interés es la relación entre responsabilidad de los Estados, y la de las empresas.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;De alguna manera, Ruggie reconoce la necesidad de articular una redistribución de responsabilidades. Pero el problema es que en su informe final Ruggie rechaza cualquier posibilidad por las Naciones Unidas de adoptar Normas vinculantes por las ETNs.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;El cuadro de referencia propuesto por Ruggie se articula en tres ejes, la&lt;br /&gt;obligación del estado de proteger contra los abusos de derechos humanos cometidos por las empresas, la responsabilidad corporativa de respectar los derechos humanos, el acceso efectivo a medidas de remedio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Entonces Ruggie hace una clara y explícita distinción entre las obligaciones de los estados frente a los derechos humanos y  la responsabilidad limitada de las empresas. De este modo se aleja fuertemente de las Normas que aunque reconocen la responsabilidad de los Estados, formulaban una definición mas amplia y vinculante de la responsabilidad corporativa:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Within their respective sphere of activity and influence, transnational corporations and other business enterprises have the obligation to promote, secure the fulfilment of, respect, ensure respect of and protect human rights (…).”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ruggie  introduce el concepto de “due diligence” o sea los pasos que las compañías deben seguir para ser concientes, prevenir y enfrentar impactos negativos a los derechos humanos. Tal  proceso de “due diligence” incluye medidas como, una “política corporativa sobre derechos humanos”, evaluaciones sistemáticas del impacto de las actividades sobre derechos humanos , la integración de los derechos humanos en todas las actividades de la empresa, y un proceso de auditaría y monitoreo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La distinción que Ruggie hace explícitamente es entre la “obligación  del Estado de proteger” y la “responsabilidad corporativa de respectar” restringiendo así el plazo de las obligaciones de las empresas, limitando además el nivel de sus compromisos. El informe Ruggie en última instancia no va mas allá de reiterar el estatus quo del debate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Como consecuencia de los limites representados en la propuesta de las Naciones Unidas, el trabajo del Tribunal tiene un impacto relevante en el debate internacional sobre responsabilidad de las empresas.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;En la sentencia de Lima, el TPP reconoce que la responsabilidad de promover, respectar, garantizar, y hacer respectar los derechos humanos corresponde principalmente a los Estados. Eso pero no significa que las empresas no sean obligadas a cumplir con normas internacionales . En realidad, al lado de la obligación de las instituciones publicas, hay que subrayar la urgencia de dictar normas internacionalmente vinculantes para que “estas empresas apliquen en cualquier lugar los estándares de respecto de los derechos humanos, independientemente del país en el que operen”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;El TPP reconoce  la&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“flagrante responsabilidad de agentes o sectores privados como las ETNs que con su actuación (…) producen relevantes violaciones de derechos (…). Estos agentes deben responder por sus actos”. “Las ETNs DEBEN respeto a los regímenes legales de los Estados donde operan y todos los tratados internacionales ratificados por los países”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Además el TPP identifica algunos mecanismos de impunidad como la utilización por parte de las empresas de códigos de conducta voluntarios&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“que hacen que aquellas se sientan irresponsables frente al derecho positivo de los Estados y al Derecho internacional”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Esta formulación representa un rechazo del principio de la “due diligence” formulado por Ruggie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;e. Desvelar la retórica&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Toda la elaboración alternativa que se esta produciendo, como consecuencia del trabajo del Tribunal sobre el tema de la responsabilidad de empresa es fundamental para desmantelar la nueva retórica que considera a la empresa  como actor de desarrollo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Este discurso se está afirmando en particular en el marco del debate sobre la Financia para el Desarrollo, que culminará en la Cumbre de Doha, en noviembre próximo, cuando las Naciones Unidas harán un balance de los compromisos adquiridos hace 5 años en la Conferencia Financing for Development de Monterrey.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Leyendo el borrador de la  declaración final de Doha se nota un fuerte énfasis en el papel del sector privado, de las inversiones privadas en la lucha contra la pobreza. La incapacidad de los Estados de respetar los compromisos de destinar el 0.7% de su PIB a la cooperación internacional abre así el espacio a nuevas fórmulas de compromiso de la empresa, a través  del apoyo a las inversiones y/o a los “public private partnerships” (Partenariados Pùblico-Privados).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;El tema está también al centro del debate en la próxima cumbre del G8, donde se está tratando de rearticular el concepto mismo de cooperación y de lucha a la pobreza. Bajo el pretexto de la falta de recursos financieros públicos frescos, se están manipulando el concepto y la práctica de cooperación, para incluir el sector privado y las empresas como actores primarios, al mismo nivel de los estados. De este modo se actuará la transformación de la empresa de actor de crecimiento a actor de cooperación.  Por eso hoy, desmantelar la falsa retórica que se articula sobre empresas y responsabilidad de las misma sirve también a obstaculizar el proceso de privatización definitiva de la cooperación internacional.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;En el caso específico de las políticas de la Unión Europea y su agenda negociadora comercial en los Acuerdos de Asociación con los países de América Latina, el trabajo del Tribunal sirve a desvelar los gastos sociales y ambientales actuales y posibles de una “corporatización” de las relaciones comerciales. Pues de atrás de la retórica del buen gobierno, de la afirmación del estado de derecho, y del desarrollo sostenible, la verdadera agenda europea esta informada por la estrategia de Global Europe. En sustancia se trataría de maximizar la competitividad y la penetración del sector privado europeo en los mercados extra-europeos, y al mismo tiempo aprovechar de los acuerdos bilaterales para ganar acceso a sectores estratégicos como los de los servicios públicos, de los recursos naturales, y de la infraestructura y de las inversiones. Todos temas que se quedaron afuera de la negociación en el marco de la OMC como resultado de la oposición de los países del Sur y de los movimientos sociales.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;f. Retos y tareas futuras.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;El trabajo del TPP sobre el tema de los derechos de los pueblos y la economía global seguirá con la intención de organizar una sesión conclusiva sobre las responsabilidades políticas de la Unión Europea en avanzar la agenda corporativa, con el objetivo de avanzar propuesta de instrumentos para juzgar y responsabilizar las instituciones comunitarias.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al mismo tiempo, el Tribunal en su sesión de Lima articuló una serie di recomendaciones en su sentencia que pueden servir como hoja de ruta por las campañas europeas y latinoamericanas frente a la Europa Global, a las ETNs, y a los acuerdos de Asociación.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A nivel nacional, como ya pasó con el caso Thyssen Krupp en Brasil, la sentencia del Tribunal puede ser utilizada como instrumento de convocatoria y presión negociadora con la empresa. Al mismo tiempo el TPP identifica algunas medidas sobre las cuales las redes internacionales pueden concentrar su trabajo de presión. La primera es la de - proponer legislaciones de responsabilidad extraterritorial por las ETNs utilizando como ejemplo el ATCA (Alien Tort Claims Act) norteamericano, en los países de origen de las ETNs. Al mismo tiempo se propone de fortalecer las herramientas jurídicas y legales para proteger los derechos de los pueblos a nivel de Estados donde las ETNs actúan a través de  campaña sobre el Derecho a la Consulta Previa, y de aplicación del principio de precaución.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A nivel internacional el próximo paso será pedir al Consejo de Derechos Humanos de las Naciones Unidas que designe un Relator Especial para que presente un informe sobre el concepto de deuda ilegitima y ecológica,  histórica , y sobre la calificación de las violaciones de los derechos por parte de gobiernos, ETNs, y instituciones internacionales. Adicionalmente los grupos se movilizarán para la construcción de un Tribunal Formal Ecol
