venerdì 15 luglio 2016

Politica estera e commercio di armi, ossimoro, circolo virtuoso o intreccio mortale?





Francesco Martone (*)

Relazione per il convegno “Le armi italiane nel mondo, relazioni pericolose o rispetto della legge?” a cura di Rete Disarmo, Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Sbilanciamoci, Roma, 13 luglio 2016 [1]

Si può parlare di “impatto” del commercio di armi sulla politica estera o piuttosto esiste una relazione diretta, un intreccio tra commercio di armi e politica estera? E se si, come si alimenta, quali ne sono le caratteristiche e quali le possibili vie d’uscita?
La risposta a queste domande è necessaria per   tentare un’analisi politica della questione, che vada a corroborare il lavoro certosino di documentazione, analisi, ricerca che da anni i movimenti pacifisti svolgono in Italia. Ed allo stesso tempo tenti di rifuggire  scivolamenti verso posizioni etico-moraliste di demonizzazione del sistema difesa o del concetto stesso di sicurezza, che invece va ripreso, decostruito e rielaborato   da un punto di vista pacifista e nonviolento. [2]
In questo contesto, il commercio e la produzione di armi è indubbiamente uno dei corni della questione. Allora, se il commercio di armi è tema “politico” va affrontato dal punto di vista politico. E per far ciò si deve tentare un’analisi “politica” della questione a partire appunto dalla relazione tra armi epolitica estera. Una relazione, come si vedrà, non univoca. Non si può infatti parlare di un “impatto” del commercio di armi sulla politica estera, piuttosto si dovrà concludere che il commercio di armi fa parte, è parte della politica estera.
Per meglio argomentare il punto si dovrà anzitutto partire da un dato di fatto. La politica estera come concetto oggi ha un carattere multidimensionale, riguarda non solo relazioni tra paesi, tramite alleanze, o la cessione di sovranità ad ambiti multilaterali , ma anche ed in misura crescente le relazioni commerciali, industriali, la commistione tra interessi di impresa,  economici, strategici- geopolitici.  
Questo è il primo elemento da tenere a mente se si vuole cercare di abbozzare un’analisi delle relazioni tra commercio di armi e politica estera. In realtà non esiste più un concetto a sé stante di politica estera “virtuosa” visto che i livelli si intrecciano sempre più al punto da renderli perfettamente allineati o intercambiabili.
A ciò va aggiunto che nella genesi della politica estera, da quella tradizionalmente improntata sulla realpolitik, a quella di potenza, a quella “etica” dell’ingerenza umanitaria (ormai fallita dopo il caso Libia e l’inazione della comunità internazionale verso la Siria almeno nella prima fase della rivoluzione e del conflitto) e dell’esportazione della democrazia e dei diritti umani, si è andata ormai affermando una visione di politica estera  che “securitizza” ogni suo aspetto, dalla cooperazione allo sviluppo, alle relazioni diplomatiche, a quelle commerciali.
Questo punto appare ormai imprescindibile in ogni analisi relativa alla politica estera visto che ne è l’elemento centrale, e non solo per una scelta politica di abdicazione alle ragioni dei diritti e della diplomazia. C’è poi un elemento che richiama quella che Seymour Melman – a suo tempo definiva la  permanent war economy [3], o più semplicemente l’esistenza  di un apparato industrial-militare che determina le relazioni e i nessi causa effetto tra interessi del settore difesa e la definizione ed implementazione della politica estera di un paese.  Vale pertanto la pena di osservare più da vicino come si esplicitano le relazioni tra “sistema armi” e politica estera in Italia ed Europa.
Nel nostro paese questo intreccio si evidenzia anzitutto nella pratica mai abbandonata o effettivamente regolamentata delle “revolving doors”, o “Porte girevoli”, quelle che permettono le relazioni tra apparato della difesa, imprese e politica. Una questione apparsa in tutta la sua evidenza nel caso dell’Ambasciatore Castellaneta ai tempi del governo Berlusconi, quando lo stesso  già consigliere diplomatico di Berlusconi a Palazzo Chigi e membro del “Board” di Finmeccanica (oggi ribattezzata “Leonardo”) poi mandato a Washington per chiudere il mega affare – mai concluso – per gli elicotteri Agusta-Westland per i Marines. Una questione rimasta irrisolta se pensiamo al caso più recente relativo alla vicenda di Lapo che dall’oggi al domani lascia il suo incarico di viceministro degli esteri con delega alla cooperazione ed al Medio Oriente per  passare alla poltrona di vicepresidente dell’ENI.
Va inoltre sottolineato il ruolo sempre crescente del Ministero della Difesa e dell’Industria nella definizione delle linee strategiche del paese e della proiezione del paese vero l’esterno ed allo stesso tempo depositario ed attore di primo piano nella “diplomazia” industrial-militare. A ciò va aggiunta la proliferazione  di accordi bilaterali di cooperazione tecnico-industriale nel settore militare, che hanno come “volet” anche la cooperazione nel settore degli armamenti e dell’industria.  Questi accordi bilaterali spesso operano come “cavallo di Troia” per l’esportazione e la cooperazione nel settore della difesa e degli armamenti, per non tralasciare quella prassi ormai consolidata di cessione di armamenti o componenti di sistemi d’arma definita e formalizzata nei  decreti missioni.
Sullo sfondo Il progressivo indebolimento delle normative ex legge 185/90 in termini di trasparenza, “accountability”, e monitoraggio destinazione finale dei sistemi d’arma. Che è, assieme al decreto missioni, l’unico strumento esistente di monitoraggio parlamentare sull’invio di armi all’estero. Va sottolineato al riguardo che il processo di indebolimento è partito con il pretesto dell’adattamento della 185/90 all’accordo di Farnborough per la creazione di industria europea della difesa. In questo caso è evidente che le scelte di politica estera incidono “negativamente” in termini di regolamentazione del commercio di armi.
Per quanto riguarda il  livello europeo, è altrettanto evidente che la strategia di sicurezza europea ed il portato del trattato di Lisbona sulla politica europea di sicurezza e difesa siano state determinate dalla forte pressione delle lobby delle industrie degli armamenti. [4]Già il rapporto “Lobbying warfare: the arms industry role in building a military Europe” del Corporate Europe Observatory del settembre 2011 [5]  dimostra come le lobby dell’industria della difesa europea non solo determinano le linee di politica industriale ma anche le strategie di politica estera e di difesa.  Per non parlare del recentissimo rapporto del TNI “Border Wars” che documenta  come l’industria europea della difesa si sta riadattando alla domanda di sistemi di sorveglianza e monitoraggio delle frontiere. [6]
Da tutto ciò consegue che per  meglio comprendere le relazioni che intercorrono tra politica estera e industria degli armamenti sarà necessario fare un’operazione di trasparenza e chiarezza per evidenziare i nessi causali, certo conosciuti ma non ancora messi a sistema. Nessi causali che riguardano sia il modo con il quale la politica estera favorisce o agevola gli interessi dell’industria della difesa. Sia come questa prima sia definita dalla seconda.
E per fare ciò si deve sempre partire dalla traccia del denaro:  dove vanno le sponsorizzazioni? In quali Board siedono i rappresentanti dell’industria degli armamenti? Quale il ruolo del settore della difesa nel coltivare relazioni internazionali tra i paesi?  Le risposte a tali domande dimostreranno che di fatto esiste un sistema parallelo di politica estera praticato dalla difesa, un sistema intrecciato tra  politica-diplomazia-impresa-forze armate-ricerca-think tank-media. Insomma la feluca e la spada si sposano con la moneta e la penna.  
Poi ci si dovrà interrogare su come l’invio/spedizione di armi o la sua negazione attraverso gli embargo sia di per sé strumento di politica estera. Ossia su come il commercio o trasferimento  di armi o la sua interdizione siano scelte consapevoli di politica estera.  Ci sono alcuni casi interessanti anche recenti di studio che possono servire a meglio comprendere come   spesso l’intreccio tra commercio di armi o meglio invio di armi, non necessariamente a scopi commerciali, incida sulla politica estera e sulla credibilità del paese. È questo il caso  dello stock di armi sequestrate anni fa ad un  trafficante di armi russo nel 1994 e poi stoccate a la Maddalena, un arsenale contenuto in 200 container, dal quale venivano prelevate armi e munizioni come fosse un bancomat. Prima per sostenere alcune  milizie filooccidentali libiche, con il risultato che poi queste armi sono finite in mano alle   milizie filo-gheddafiane. E più di recente a sostegno dei Peshmerga kurdi in Iraq una decisione presa di fretta e furia dal governo, informando le Camere convocate a fine agosto di due anni fa, mentre nelle stesse ore Matteo Renzi era a Baghdad per ottenere l’avallo  necessario da parte del governo irakeno.  [7] Una tale   scelta opportunistica se da una parte  può aver pregiudicato un ruolo centrale dell’Italia in quanto mediatore di conflitto in Irak (compito ancor più urgente quando all’indomani della sconfitta militare di DAESH ci sarà da ricostruire un processo di riconciliazione interreligiosa ed interetnica nel paese)    dall’altra avrebbe finito per per servire agli interessi di politica estera e commerciale italiana in particolare per quanto riguarda l’accesso alle risorse petrolifere del Kurdistan Irakeno.
Lo stesso dicasi per l’Egitto. L’Italia continua a vendere armi all’Egitto, e ad inviare bombe all’Arabia Saudita impegnata in una guerra sanguinosa e brutale contro le milizie DAESH in Yemen con enormi costi in termini di vittime civili.  Il punto in questo caso è che inviare armi alla coalizione anti-DAESH   è compatibile con la politica estera italiana, ma ne  evidenzia le gravissime contraddizioni e la scala invertita di priorità.  L’Italia si fa paladina dei diritti umani presso le Nazioni Unite e poi cede di fronte ad altre priorità strategiche: sostiene Egitto [8] ed serie di partner regionali complici o responsabili di crimini di guerra come l’Arabia Saudita o di violazioni dei diritti umani come Egitto o Bahrein, con il pretesto del sostegno alla lotta al terrorismo.  A suo tempo il Consiglio Europeo dei Ministri aveva dato indicazioni ai paesi membri di sospendere le licenze di esportazione di armamenti verso l’Egitto in seguito alle gravi violazioni dei diritti  umani,  ma di recente la UE ha approvato l’invio di sistemi d’arma ed altro in sostegno all’Egitto nella sua lotta contro il “terrorismo”.
Risulta così evidente come la politica estera del paese sia determinata da interessi geopolitici e strategici chiari, è frutto di scelte chiare di “securitizzazione”, che comunque risultano assai contraddittorie.
Portando il discorso alle estreme conseguenze si potrebbe affermare che l’invio di armi in paesi in conflitto equivale a partecipare (seppur indirettamente) a quella guerra. Lo spiega chiaramente un’eccellente pezzo di inchiesta uscito ieri l’altro sul New Inquirer “Recoil operation” sul commercio legale ed illegale di armi leggere negli States. “Domestic distaste for “boots on the ground” dovetails with domestic commitments to arms-related manufacturing jobs making it even more attractive to arm foreign allies instead of doing the fighting ourselves”. [9]
Né più e né meno quello che accade anche nel nostro paese: ad un aumento delle esportazioni di armi in zone di conflitto da una parte (quindi una sorta di guerra per procura, all’interno della coalizione contro il DAESH ad esempio, senza però l’invio di “scarponi sul terreno” visti gli alti rischi ed i possibili costi “politici” di un’eventuale operazione) corrisponde  l’aumento delle collaborazioni industriali con paesi che offrono maggiori opportunità di affari, dall’Asia, agli Emirati, all’Africa, all’America Latina.
A questo punto, forse si deve iniziare a dire chiaramente che inviare armi in zone di conflitto è una scelta politica di guerra, seppur per procura. E implica il sostegno alla guerra come modalità per risolvere controversie internazionali, e per esteso violerebbe l’articolo 11 della Costituzione.
C’è poi un’altra questione politica riguardo all’embargo di invio di armi: in linea di massima un paese non dovrebbe inviare armi in aree di conflitto, cercando quindi di mantenere una certa “terzietà” o neutralità che gli permetterebbe poi di svolgere un ruolo di mediatore e arbitro per una soluzione diplomatica e politica. Spesso  la presa di posizione attraverso l’invio di armi ad una delle parti in conflitto è spiegata come necessità di equilibrare le forze in campo o di alterare l’equilibrio per creare le condizioni per una soluzione negoziata.  [10]  È però tutto da dimostrare che l’ uso della leva dell’invio di armi o l’embargo selettivo abbiano contribuito alla pacificazione di lungo periodo nelle aree di conflitto,  o invece in molti casi abbiano contribuito a “minare” le fondamenta di una pace duratura.
Rebus sic stantibus, quali possono essere le possibili soluzioni?
Ne esiste senz’altro una immediata, ovvero chiedere trasparenza e controllo parlamentare, richieste legittime che riguardano anche la ratifica ed applicazione in Italia dell’ATT , la cui seconda conferenza delle parti si riunirà a Ginevra ad agosto 2016. Si potrebbe stabilire ad esempio una  correlazione tra attuazione dell’ATT e 185/90 o regimi di rendicontazione e trasparenza. Anche se l’ATT ha anche delle clausole che prevederebbero la proibizione dell’invio di armi in taluni paesi. Condizionalità che invece è andata persa o fortemente indebolita nelle successive revisioni della 185/90.
Si potrebbe quindi  iniziare verificando la compatibilità della 185/90 con gli obblighi di trasparenza e reporting derivanti dalla ratifica dell’ATT, quali la “national control list”, l’annual report al Segretariato del trattato. [11] Il sistema di rendicontazione dell’ATT   può essere usato per rinforzare il sistema di rendicontazione della 185/90 nelle sue versioni riviste e corrette? Eppoi le condizionalità della 185/90 riguardanti le “gravi” violazioni dei diritti umani possono contribuire a rinforzare quelle dell’ATT almeno per quanto concerne l’equivalenza dei regimi di controllo e trasparenza? Ciò però potrà essere possibile solo se  accanto all’attuazione delle misure necessarie in seguito alla ratifica dell’ATT si operi per  il ripristino delle normative originali della 185/90 – in particolare la trasparenza delle transazioni bancarie e  vincoli relativi all’esportazione in paesi dove vengono violati i diritti umani e si estenda l’obbligo di rendicontazione e trasparenza anche ai trasferimenti di armi o cooperazione nel settore della produzione di armi nel quadro degli accordi bilaterali nel settore della difesa, ad esempio chiedendo una relazione annuale al Parlamento.
Tale approccio improntato sulla trasparenza e l’”accountability” , seppur necessario ed urgente però non scalfisce il nocciolo “politico” del problema, cerca di costruire o ricostruire l’”hardware” ma non cambia il “software”: ossia ciò che viene prodotto dall’intreccio tra politica estera, di difesa e industriale.   Sarebbe quindi opportuno iniziare a ragionare su altre ipotesi di lavoro che ad esempio documentino ed affrontino il tema delle fondazioni, delle think tank e della sponsorizzazione delle imprese degli armamenti e quello delle “revolving doors”. E che semmai oltre a lavorare sulla “domanda” di armi , si riprenda a lavorare anche sull’”offerta”,   alla conversione dell’industria militare. Più in generale, essendo il tema del commercio di armi, come si è cercato di argomentare, un tema “politico” che risponde a visioni di politica estera “securitaria” o di realpolitik, sarà necessario uno sforzo più ampio a livello di elaborazione e ricerca culturale e politica. Ossia, come noi , movimenti pacifisti e pacifisti intendiamo la politica estera? Basta dire che vogliamo la pace e non la guerra? E che siamo contro il commercio di armi? O siamo per la sua trasparenza? Il tema centrale   riguarda il paradigma e lo sforzo di cercare di elaborare un proprio paradigma di politica internazionale, magari fondato sul principio e la pratica della neutralità attiva.   Un Ponte Per a suo tempo ha proposto ad un documento sulla Libia proprio improntato sul tema della neutralità attiva come possibile soluzione alla crisi libica. Un ruolo terzo e equidistante per l’Italia che avrebbe avuto cos’ la possibilità di mediare, di essere arbitro tra le parti, laddove uno dei punti è quello dell’embargo all’invio di armi a tutte le parti in conflitto.  Sul tema e la pratica della neutralità attiva ci sarebbe molto da ricercare e elaborare insieme. Per questa ragione assieme a Transform! Italia, Un Ponte Per propone un primo appuntamento di approfondimento a Roma a settembre, dove anche la questione del commercio di armi verrà affrontata nel quadro più ampio. [12]

(*) membro del Comitato Nazionale di Un Ponte Per…
francesco.martone@unponteper.it




[1] http://www.disarmo.org/rete/a/43297.html
[2] importante al riguardo il recente dossier “Sicurezza” di Mosaico di Pace http://www.mosaicodipace.it/mosaico/i/3722.html
[4] Per tornare a casa nostra,  si veda ad esempio anche in Italia la relazione stretta tra Finmeccanica e think tank quali lo IAI o l’ISPI  , o Aspen  nei cui  Board siedono rappresentanti di Finmeccanica,  o viceversa exviceministri degli esteri e autorevoli teste pensanti di Aspen Institute che vengono mandati nel board di Leonardo-Finmeccanica.
[8] triangolazione per la creazione di un hub per il gas naturale con Israele e Libia, interessi di controllo dei flussi migratori, e ruolo nel dopo- conflitto in Libia – in questo caso schierandosi con l’alleato chiave di Heftar, che secondo informazioni recentissime starebbe lavorando ad un accordo con le milizie filo-gheddafiane per un patto anti-ISIS etc. 
[9] http://thenewinquiry.com/essays/recoil-operation/
[11] Va però sottolineato che l’ATT no prevede proibizione di invio di armi sulla base del rispetto o meno dei diritti umani, ma solo per embargo, genocidio o crimini contro l’umanità.

[12] https://neutralitaattiva.wordpress.com/

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