Ricordo quando mi stavo preparando - credo ormai 23 anni fa lavoravo per Greenpeace Internatonal allora - ad un rischiosissimo viaggio di ricerca sulle mafie del legname in Papua Nuova Guinea, e stavo cercando di capire tra gli scritti di Margaret Mead e Malinowski l'arcano di quelle culture ancestrali. I cargo-cult, i sing-sing, il pidgin, le faide intertribali, i rascal che dominavano le periferie di Moresby. E ricordo come l'immancabile Lonely Planet dava un consiglio ai turisti: "ragazzi se v'imbattetete in un combattimento tra clan - i wantok si chiamano - tenetevi alla larga. Tanto è roba loro, voi se non ci mettete il naso non vi succederà nulla. Se doveste investire qualcuno in auto - agghiacciante incitazione all'omissione di soccorso - scappate ed andate subito a riferire alla polizia, che altrimenti rischiate di rimetterci le penne". Oggi così mi sento io nell'assistere all'inevitabile scambio di accuse, e niente scuse tra le varie anime di quella che pensavo per un pò fosse la mia casa politica di riferimento. E credo di non essere il solo. Lo so non è carino parlare male delle ex, infatti non parlo male, ma constato un dato di fatto. Come tanti e tante osservo uno scontro inter-tribale del quale non mi sento parte, che segue logiche di mondi ormai distanti anni luce, logiche claniche. Gli inglesi per provare a mettere a bada i wantok, si inventarono il sing-sing, la metabolizzazione del conflitto attraverso la danza e le rappresentazioni coreografiche. Ma ora manco più quello basta, visto che i poveri turisti che provano a farsi gli affari loro si trovano comunque coinvolti. Quindi anche se distante anche io mi sento coinvolto, direttamente visto che alla fin fine sono andato a votare per quel candidato sindaco e quella lista - e per riflesso, per provare a capire da un'altro punto di osservazione e pratica politica quali possano essere le prospettive. E sinceramente oggi non le vedo tra quei clan (di vecchi e giovani leader o aspiranti tali o militanti duri e puri eh) tra chi si accapiglia per riprodurre forme più o meno accettabili di centrosinistra in nome della governabilità e chi ancora pensa di perseguire il sol dell'avvenire, il mito del partito taumaturgico in nome e per conto delle masse oppresse. Il punto è non tanto decidere da se di non fermarsi, ma rendersi conto che è il popolo di riferimento ha deciso di tirare il freno a mano. Il re è nudo, anzi non solo, mi sa che qualcuno o qualcosa lo ha ammazzato o aiutato a morire. Poco male visto che i re e le regine non li ho mai sopportati e stavolta ho l'impressione che a poco valgano o servano respirazione bocca a bocca, massaggi cardiaci o tentativi scomposti di rivestirlo alla buona, Ed invece vedo e leggo la riproduzione quasi compulsiva di un "cargo cult" anche a sinistra, Sapete i cargo cult? Di quelle popolazioni del Pacifico che dipendevano tanto dai regalini delle navi cargo che arrivavano per fare il carico di acqua e cibo? E che si inventavano forme di culto propiziatorio affinché quei doni tornassero? C'era pure il "cargo-cult" dell'Uomo Mascherato! Però in quella regione, e non solo, oltre ai cargo cult, ed agli scontri tra wantok ci sono persone e comunità che resistono e praticano l'alternativa. Che resistono al capitalismo estrattivista, al patriarcato, alla repressione, alle nuove forme di colonialismo, alle ingiustizie climatiche. Hanno poco tempo da perdere appresso alle faide altrui, lottano quotidianamente per la loro sopravvivenza e per la loro dignità. Ecco da che parte stare. E credo di non essere il solo. (tra l'altro lì in Papua mi beccai una malaria che quasi mi manda al Creatore - vidi i Quattro dell'Apocalisse, ma anche - in uno sprazzo di lucidità - il Subcomandante Marcos in televisione che lanciava l'insurrezione zapatista - e forse per questo mi auguro che Stefano Fassina rinunci al suo seggio in Consiglio comunale per lasciarlo a persona degna e capacissima quale Sandro Medici, con il quale tra l'altro ebbi la ventura e fortuna di andare proprio lì in Chiapas in visita alle comunità e caracoles zapatisti), Quella malaria poi ha creato un legame indissolubile con un lupo della steppa ed un insurgente australiano che ora vive ad Alotau. Ma questa è un'altra storia.
uno spazio pubblico per attivisti/e che lavorano per la pace, il disarmo, i diritti umani, la giustizia sociale, economica ed ecologica globale, la resistenza alle politiche neoliberiste, il riconoscimento del debito ecologico e sociale.
mercoledì 8 giugno 2016
i culti della sinistra che sa farsi male
Ricordo quando mi stavo preparando - credo ormai 23 anni fa lavoravo per Greenpeace Internatonal allora - ad un rischiosissimo viaggio di ricerca sulle mafie del legname in Papua Nuova Guinea, e stavo cercando di capire tra gli scritti di Margaret Mead e Malinowski l'arcano di quelle culture ancestrali. I cargo-cult, i sing-sing, il pidgin, le faide intertribali, i rascal che dominavano le periferie di Moresby. E ricordo come l'immancabile Lonely Planet dava un consiglio ai turisti: "ragazzi se v'imbattetete in un combattimento tra clan - i wantok si chiamano - tenetevi alla larga. Tanto è roba loro, voi se non ci mettete il naso non vi succederà nulla. Se doveste investire qualcuno in auto - agghiacciante incitazione all'omissione di soccorso - scappate ed andate subito a riferire alla polizia, che altrimenti rischiate di rimetterci le penne". Oggi così mi sento io nell'assistere all'inevitabile scambio di accuse, e niente scuse tra le varie anime di quella che pensavo per un pò fosse la mia casa politica di riferimento. E credo di non essere il solo. Lo so non è carino parlare male delle ex, infatti non parlo male, ma constato un dato di fatto. Come tanti e tante osservo uno scontro inter-tribale del quale non mi sento parte, che segue logiche di mondi ormai distanti anni luce, logiche claniche. Gli inglesi per provare a mettere a bada i wantok, si inventarono il sing-sing, la metabolizzazione del conflitto attraverso la danza e le rappresentazioni coreografiche. Ma ora manco più quello basta, visto che i poveri turisti che provano a farsi gli affari loro si trovano comunque coinvolti. Quindi anche se distante anche io mi sento coinvolto, direttamente visto che alla fin fine sono andato a votare per quel candidato sindaco e quella lista - e per riflesso, per provare a capire da un'altro punto di osservazione e pratica politica quali possano essere le prospettive. E sinceramente oggi non le vedo tra quei clan (di vecchi e giovani leader o aspiranti tali o militanti duri e puri eh) tra chi si accapiglia per riprodurre forme più o meno accettabili di centrosinistra in nome della governabilità e chi ancora pensa di perseguire il sol dell'avvenire, il mito del partito taumaturgico in nome e per conto delle masse oppresse. Il punto è non tanto decidere da se di non fermarsi, ma rendersi conto che è il popolo di riferimento ha deciso di tirare il freno a mano. Il re è nudo, anzi non solo, mi sa che qualcuno o qualcosa lo ha ammazzato o aiutato a morire. Poco male visto che i re e le regine non li ho mai sopportati e stavolta ho l'impressione che a poco valgano o servano respirazione bocca a bocca, massaggi cardiaci o tentativi scomposti di rivestirlo alla buona, Ed invece vedo e leggo la riproduzione quasi compulsiva di un "cargo cult" anche a sinistra, Sapete i cargo cult? Di quelle popolazioni del Pacifico che dipendevano tanto dai regalini delle navi cargo che arrivavano per fare il carico di acqua e cibo? E che si inventavano forme di culto propiziatorio affinché quei doni tornassero? C'era pure il "cargo-cult" dell'Uomo Mascherato! Però in quella regione, e non solo, oltre ai cargo cult, ed agli scontri tra wantok ci sono persone e comunità che resistono e praticano l'alternativa. Che resistono al capitalismo estrattivista, al patriarcato, alla repressione, alle nuove forme di colonialismo, alle ingiustizie climatiche. Hanno poco tempo da perdere appresso alle faide altrui, lottano quotidianamente per la loro sopravvivenza e per la loro dignità. Ecco da che parte stare. E credo di non essere il solo. (tra l'altro lì in Papua mi beccai una malaria che quasi mi manda al Creatore - vidi i Quattro dell'Apocalisse, ma anche - in uno sprazzo di lucidità - il Subcomandante Marcos in televisione che lanciava l'insurrezione zapatista - e forse per questo mi auguro che Stefano Fassina rinunci al suo seggio in Consiglio comunale per lasciarlo a persona degna e capacissima quale Sandro Medici, con il quale tra l'altro ebbi la ventura e fortuna di andare proprio lì in Chiapas in visita alle comunità e caracoles zapatisti), Quella malaria poi ha creato un legame indissolubile con un lupo della steppa ed un insurgente australiano che ora vive ad Alotau. Ma questa è un'altra storia.
lunedì 6 giugno 2016
Di pontieri, traghettatori o hacker della politica
E’ da quando ne abbiamo discusso a fine Maggio assieme ai partecipanti al convegno su Alex Langer che rifletto sulla categoria del fallimento, e sulla costruzione di ponti tra politica e societa'. Forse non di fallimento si puo' parlare, categoria assai occidentale e binaria, o vinci o perdi, a volte vale perdere bene piuttosto che vincere male. Eppoi il confronto con il potere e' una tensione continua, critica, fatta di breccie e rotture. Allora forse piu' che quello di costruire ponti, giacche' dall'altra sponda, quella della politica, le sabbie sono mobili e la sponda poco affidabile se non quasi deserta, o di fare la spola tra una sponda e l'altra, esplorando la famosa terra di mezzo, si tratta di usare altra tattica, quella dell'hacker che si insinua, prova ad usare per il proprio obiettivo, gli strumenti altrui, senza esserne fagocitato, che lavora sottotraccia, efficace ed invisibile fino a quando non apre una crepa della quale altri potranno semmai avvalersi. Semmai giacche' oggi altrove si puo' provare a praticare il cambiamento, dal basso, attraverso la resistenza e mutualismo, l'autogestione e la democrazia reale. Ecco forse oggi questo dev'essere il rapporto con la politica 'istituzionale' quello dell'hacker, piuttosto che del pontiere o del traghettatore. E quindi ci tocca stare dalla parte degli hacker.
Eppoi sto leggendo un interessantissimo saggio sull’arte e la politica oggi, e nell’introduzione dal titolo magnifico “Quell’incorreggibile disturbatore della pace- that incorrigible disturber of the peace” di Sharon Slivinsky si parla dell'attivismo e del ruolo dell’artista nei confronti della politica e delle cose politiche. Una parte mi ha colpito perché a mio parere coglie anche uno dei segni della crisi della “politica” a casa nostra, ossia la mancanza di quella che l’autrice definisce “Political interiority”. Dice” In un'altra era l’avremmo definita come anima del cittadino. Non è un tema di gran moda ai giorni nostri, ma vale certo la pena di rammentare come, un tempo, ogni grande teoria politica cercava di affrontare i due livelli della vita umana, quello esterno e quello interno. Ad esempio Aristotele pensava che, al fine di permetter alla polis di sopravvivere e crescere, fosse necessario che i membri della città-stato avessero accesso ai beni materiali ma anche che potessero alimentare la loro psiche. Per avere un esempio più recente, si può ricordare Steve Biko, uno dei principali leader della lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Con il fantastico pseudonimo Frank Talk, Biko articolò un processo di introspezione che chiamò “Black Consciousness”. La sua “prima verità” era di “far sì che l’uomo “black” guardi in sé, per pompare di nuovo vita in quel guscio vuoto, per infondergli orgoglio e dignità, per rammentargli della sua complicità nel crimine di permettere ad altri di abusare di lui .
(…) Henry David Thoreau, nel suo saggio “Sulla disobbedienza civile” riflette sull’” idiozia di un’isttuzione che mi ha trattato come se fossi fatto solo di carne, sangue ed ossa”. Lo Stato, dice Thoreau, potrebbe disporre di uno squisito repertorio d tecniche per assalire e disciplinare il corpo, ma non riuscirà mai a affrontare il “senso interiore” degli esseri umani”.
Ecco, questo forse è il punto. La politica oggi si ferma alla buccia delle cose, mentre le cose stesse si trasformano, si rigenerano o deperiscono, o acquisiscono un’altra interiorità. Ma quelli preoccupati di guardare troppo fuori o di coltivare la propria “coperta di sicurezza – la copertina de Linus per intenderci - fatta di dogmi, o ideologie o richiami a ideologie passate, atti di fede o affini - dimenticano di curare il “dentro”, il senso stesso del perché e del percome. In senso interiore degli esseri umani.
Falluja, città martire
per Il Manifesto, 7 giugno 2016
Mentre le agenzie battono i proclami
dell’avanzata delle forze “governative” verso il centro di Falluja, “roccaforte”
del DAESH in Iraq, nell’offensiva verso Raqqa e Mosul, e del massacro di civili presi tra due fuochi,
la mente torna ad un passato neanche tanto remoto. Falluja, con le
sue popolazioni prese in ostaggio, prima nella guerra contro Saddam Hussein,
poi nel conflitto tra sciiti-sunniti dell’era Al Maliki, poi nelle mani
sanguinarie del DAESH ed ora chissà. Non è un punto su una carta geografica
militare Falluja, è una città fatta di persone che, sulla loro carne e la loro pelle, scontano da anni il prezzo di uno
scontro di interessi e geopolitici che
trasformeranno ancora l’assetto dell’intera regione. Falluja città martire, con
le sue 36mila case, 9000 negozi, 65 moschee, 60 scuole distrutte dall’offensiva
americana nel 2004. Le migliaia di vittime civili bruciate dal fosforo bianco, “Willy
Pete”, o dal napalm proibito dalle convenzioni internazionali , “Mark
77”. “Mark” e Willy Pete” hanno lasciato tracce indelebili nelle generazioni
future di Falluja, ustioni, malformazioni genetiche, un debito storico
difficile da risarcire. E poi la “liberazione”. Un governo fedele a Washington,
seduto a Baghdad, la rivolta sunnita del 2011-2012, contro il governo sciita di
Al Maliki, reo di discriminazioni e dell’uso strumentale
della legislazione antiterrorismo, di marginalizzazione dei sunniti dalla vita
politica ed economia del paese. Era il 12 dicembre 2012, quando la popolazione
sunnita di Falluja scese in piazza alzando barricate sull’autostrada. In poco
tempo la protesta di allargò a macchia d’olio in tutte le principali città
sunnite, Mosul, Ramadi, eppoi Kirkuk, Tikrit, Abu Ghraib. La risposta di Al
Maliki fu la repressione armata, i proiettili contro i manifestanti
pacifici, cui seguì un’escalation di violenza sullo
sfondo delle operazioni militari contro Al Qaeda. Con il nuovo premier Abadi non è cambiato
molto. Falluja rappresenta così il simbolo della continua mancanza di volontà
politica di costruire una società irachena inclusiva e che possa essere la
stessa per gli iracheni sciiti e sunniti. Un obiettivo non solo militare, ma un banco di prova per l’Iraq del futuro, della
capacità o meno di risolvere non solo la conflittualità tra sunniti e sciiti,
ma anche intersunnita, che ha la sua rappresentazione plastica nelle tensioni
tra Falluja e Ramadi. Sarà dall’assetto politico che verrà, dalla capacità di
“costruire la pace” dal basso, attraverso il dialogo e la convivenza (come si
sta tentando ad esempio nella piana di Niniveh), che si capirà il futuro del paese ed anche dei
prossimi passi nell’offensiva contro DAESH, a partire da Mosul. DAESH non ebbe
grandi difficoltà nel conquistare Falluja e non solo, grazie al crescente senso di distacco ed esclusione di quelle
popolazioni dalle scelte del governo centrale di Baghdad, da cui Falluja dista un’ora
di auto da Falluja ma resta lontana anni luce dai progetti e dalle
preoccupazioni del governo a guida sciita. Al di là delle analisi strategiche e militari, altri
sono pertanto gli aspetti da tenere a mente. Riguardano quelle popolazioni che
continuano a scendere in piazza a Baghdad
e non solo, chiedendo giustizia, democrazia e
partecipazione. Riguardano il presente di Falluja, l’oggi del bilancio nascosto che ogni
conflitto si porta dietro, asimmetrico o convenzionale che sia. Sono drammatiche le parole di Stephen O’Brien,
coordinatore dell’Ufficio di coordinamento degli aiuti umanitari delle Nazioni
Unite (OCHA) : 50mila civili, di cui 20mila bambini sono intrappolati nella
città, non sanno come andarsene. Manca loro cibo, acqua, sono presi sotto il
fuoco dei bombardamenti aerei a tappeto o arruolati a forza come scudi umani di
DAESH. Sono solo una parte di quei dieci milioni di iracheni che hanno tuttora
bisogno urgente di aiuti umanitari. E c’è anche l’Iraq di domani, Sarà un paese
nel quale le rivalità tra sciiti e sunniti verranno metabolizzate in un
percorso di riconciliazione nazionale? A leggere le notizie delle ultime ore, e
le analisi più recenti di Chatham House il rischio evidente di un futuro
acuirsi delle tensioni e dei conflitti esiste eccome, e nasce dalla “benedizione”
data dal governo centrale all’operato delle milizie sciite, incluse le
iraniane in azione contro DAESH, letta
come un’ennesima esclusione dei sunniti: “Per
quei sunniti di Falluja che sostengono ISIS, il coinvolgimento delle milizie
sciite li porterà ancora di più nelle mani di ISIS, per quelli che non
sostengono ISIS, l’essere liberati per mano delle milizie sciite significa
essere liberati da un tiranno per sostituirlo con un altro”. Falluja, città
martire. Come Aleppo e non solo.
martedì 24 maggio 2016
In Libia l'un contro l'altro armati
Mentre si discute in Parlamento il decreto missioni , e
come da tempo si sospettava, arriva la conferma sulle pagine de La
Repubblica , della presenza di militari italiani in Libia. Una
quarantina, pare, con compito di supporto e assistenza. Si penserebbe
per la ricostruzione di una forza armata e di polizia "unitaria", almeno
secondo logica - che sia chiaro non condivido. Ed invece risulta che
alcuni di loro stiano consigliando le milizie di Heftar, lo stesso
signore della guerra che sta ora marciando verso le roccaforti del
Daesh, e che vorrebbe far fuori con gli adepti del Califfato anche i
Fratelli Musulmani. Del resto è legato mani e piedi al
generale-presidente egiziano Al Sisi. Un gioco ad incastro, nel quale
l'Italia pur di poter poi avere un ruolo in Libia si sta giocando tutte
le carte, scoperte, e sotto il tavolo. Ma il rischio di far saltare il
tavolo è forte. Mentre alcuni giornali italiani la scorsa settimana
narravano della crescente tensione tra il premier Renzi e la ministra
della Difesa Pinotti, culminata a suo tempo con la smentita da parte del
primo, dell'annuncio della decisione di inviare 5000 soldati italiani
da parte della seconda. Alla quale fece immediatamente eco - al punto da
far pensare ad una "combine", il plauso dell'ambasciatore a stelle e
strisce. La Libia preoccupa e non poco, ma non aspettiamoci di vedere
contingenti in partenza per il "bel suol d'amor". Sarà una presenza
sottotraccia, semiclandestina, magari con qualche forza speciale a
presidiare obiettivi sensibili per gli "Interessi nazionali" - magari
qualche contractor o superman dei servizi già a fare la guardia agli
impianti ENI. Al limite si allenterà l'embargo sulle armi chiesto dal
primo ministro insediato Serraj, con evidenti rischi di alimentare la
guerra tra bande piuttosto che contribuire alla "stabilizzazione".
Oppure addestrare milizie libiche, un "dejà-vu" visto che già negli anni
scorsi l'Italia lo fece (operazioni Coorte e Cirene) con i risultati
che si vedono sul terreno. Stesso mandato per le forze navali europee
dell'operazione "Sophia" passata alla nuova fase che prevede l'entrata
nelle acque territoriali libiche e l'addestramento della guardia
costiera al fine di prevenire il futuro - presumibilmente assai
consistente - flusso di rifugiati e migranti. Il gioco delle carte
prevede anche di giocare su un altro tavolo però. Da una parte il primo
ministro Renzi , sondaggi alla mano, appare assai recalcitrante ad
avventurarsi in un possibile "pantano" libico, almeno pubblicamente, e
punta sulla carta della politica e della diplomazia, e dello strumento
militare "undercover". Cosa possibile grazie all'approvazione di una norma che mette nelle sue mani i comando diretto delle forze speciali
, che vale la pena di ricordare godranno della stessa immunità concessa
agli agenti segreti. Eppure di possibili approcci alternativi fondati
sul principio della neutralità attiva, la diplomazia e prevenzione
politica del conflitto, la polizia internazionale ce ne sarebbero, come
spiegato in un documento pubblicato a suo tempo da Un Ponte Per.
Dall'altra in Iraq, l'Italia si appresta ad inviare un contingente di
bersaglieri, con artiglieria e elicotteri di attacco, a presidiare la
diga di Mosul. Una presenza poco digerita dagli irakeni, giustificata
con l'obiettivo di proteggere il cantiere dell'impresa Trevi vincitrice
dell'appalto per la messa in sicurezza dell'impianto. In realtà quel
contingente è frutto dell'accordo con gli alti comandi USA, che stanno
da tempo pianificando l'offensiva finale contro DAESH a Falluja e Mosul,
ed avevano bisogno di un presidio in quella zona. Il rischio di vedere i
soldati italiani coinvolti più o meno direttamente in operazioni
belliche o di diventare bersaglio di attacchi "terroristici" è assai
elevato. Pochi giorni fa un'autobomba ha ucciso un americano a una
manciata di kilometri dalla diga.
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