“investigate sulle margherite per invasione di campo
O sull’edera che si intrufola là dove le piace
Incriminate il cielo per la pioggia
Che ha fatto straripare il fiume
Arrestate il gabbiano per volo non autorizzato
Tracciate un confine per racchiudere il mare
Chiedete ad una montagna di cambiare altitudine
Azzardatevi ad impedire ad una donna libera di esprimersi”[1]
Traiamo spunto da questo brano pubblicato sull’Abbecedario dei Soulevements de la Terre non a caso, giacché le pratiche di quel movimento francese alternano disobbedienza civile, mutualismo, forme di assemblearismo nei processi decisionali che superano la tradizionale dicotomia tra orizzontalità e verticalità [2], creazione di modelli alternativi di produzione e cura del territori, elaborazione teorica ispirata al biocentrismo, alle culture decoloniali e transfemministe. E’ l’intersezionalità che caratterizza oggi i Soulevements e molti soggetti sociali e movimenti per la giustizia climatica ed ecologica. La partecipazione di Greta Thunberg alla Flotilla per Gaza è forse la rappresentazione più nota e popolare della presa di coscienza dell’intersezionalità delle vertenze climatiche con altre forme di oppressione e violenza epistemica. Anche nel nostro paese si è registrato , nel periodo da quando venne pubblicata la prima versione del rapporto sulla criminalizzazione dell’attivismo climatico in Italia “Diritto non crimine”, un simile spostamento progressivo dal contrasto all’emergenza climatica alla partecipazione attiva ai movimenti per il disarmo, contro l’industria bellica, o contro il genocidio a Gaza. I movimenti per la giustizia climatica si sono trovati così ad affrontare modalità di repressione e di restrizione degli spazi di agibilità finora inediti per le loro esperienze pregresse.
Se da una parte infatti i movimenti per la giustizia climativa hanno tradizionalmente fatto affidamento alle strategie di disobbedienza civile, ed azione diretta nonviolenta, dall’altra hanno acquisito conoscenza e praticato altre modalità di esercizio del loro diritto alla libertà di espressione, proprie dei movimenti di massa che agiscono e praticano nello spazio pubblico.
Per chi si occupa, come gli autori ed autrici di questo rapporto, della tutela dei difensori dei diritti umani e dell’ambiente, che siano soggetti singoli o collettivi, questo elemento rappresenta un fattore di gran rilevanza giacché comporta la necessità di una nuova analisi delle risposte possibili ritagliate a misura delle minacce, e delle modalità di repressione o delegittimazione. Ad esempio il ricorso strumentale all’ uso dell’antisemitismo come pretesto per reprimere, delegittimare o restringere l’agibilità dei movimenti in sostegno al popolo palestinese investe ora anche coloro che dai movimenti per la giustizia climatica sono progressivamente confluiti nelle piattaforme e nelle mobilitazioni contro il genocidio.
Molti dei casi registrati e che riguardano appunto la criminalizzazione o la comminazione di sanzioni amministrative ad attivisti per la giustizia climatica sono relativi alla loro partecipazione a manifestazioni o azioni dimostrative contro l’industria degli armamenti o la connivenza di imprese o autorità governative italiane a sostegno del governo israeliano. Insomma, per parafrasare Isabelle Stengers[3], all’irruzione di Gaia ha fatto seguito quella di Gaza. Stengers aggiunge che la sfida è quella di “coltivare le dinamiche di interdipendenza di onorare la gioia e l’immaginazione che esse generano . In realtà coloro che si stanno sollevando con la Terra lo sanno già. E questo , nonostante la repressione è ciò che le rende indissolubili”. Non che, pertanto, l’emergenza climatica non continui ad essere prioritaria, ma certamente quelle piattaforme di mobilitazione si sono positivamente arricchite di altri elementi, che se da una parte ne rafforzano la “agency” sempre più composita all’intero di movimenti più ampi, dall’altra le sottopone a nuove prove di resistenza e protezione dei propri diritti. Anche l’approvazione dei vari decreti e leggi Sicurezza, al centro di innumerevoli prese di posizione critiche, di mobilitazioni e di denunce da parte di organismi internazionali per i diritti umani e le libertà civili, nel loro scopo conclamato di colpire a tutto tondo varie modalità di praticare il confitto sociale e di conseguenza una pluralità di soggetti, hanno rappresentato non solo un punto di svolta delle politiche repressive, ma anche l’occasione per costruire nuove alleanze intersettoriali e pratiche comuni di contrasto.
Gli effetti del combinato disposto dell’applicazione dei vari decreti e leggi Sicurezza potranno essere compresi nel medio periodo, anche se gli effetti dell’ultimo decreto approvato nei mesi scorsi si stanno già materializzando in fermi preventivi e infringimenti al diritto alla libertà di manifestare. [4]Resta però un dato di fondo, ovvero che in molti casi continua ad evidenziarsi quel contrasto tra volontà politica di repressione e resistenza da parte di ampi settori della magistratura, che alla restrizione degli spazi di agibilità civica rispondono con la tutela dei diritti costituzionalmente riconosciuti. E degli standard ed obblighi internazionali sui diritti umani ratificati dal nostro paese. E forse proprio questo aspetto, quello di una magistratura che rappresenta un essenziale baluardo di legalità e costituzionalità, che era nelle menti di chi aveva promosso il referendum sulla giustizia. Bocciati senza appello dalla volontà popolare, e da chi ha preso parola prima con i corpi nelle mobilitazioni contro il genocidio a Gaza , poi nelle urne e nelle mobilitazioni No Kings. E’ però presto, troppo presto per cantare vittoria. Giacché il ricorso ad altri strumenti che sfuggono al controllo giurisdizionale, quali sanzioni amministrative, o disposizioni di limitazione del diritto alla libertà di movimento, assieme alle alte spese legali da sostenere, hanno indubbiamente prodotto quello che possiamo definire un “chilling effect” nel volume e nella frequenza delle mobilitazioni per la giustizia climatica.
Anche la mossa di depenalizzare il blocco stradale contenunta nell’ultimo decreto Sicurezza apparentemente risulterebbe un passo in avanti per chi stigmatizza - a ragione - il panpenalismo dilagante. Allo stesso tempo però appare come contromisura per bypassare il vaglio della magistratura e penalizzare attraverso sanzioni pecuniarie chi usa tale tattica, peraltro riconosciuta come legittima anche dal Consiglio Onu per I Diritti Umani. Ed è proprio per riportare il paese nell’alveo della legalità e del rispetto e tutela dei diritti umani che sarà necessario lo stralcio di tutte le norme liberticide tuttora vigenti.
Una tabula rasa di tutti i decreti e leggi sicurezza, per ripartire dalla Costituzione e dal diritto internazionale. La situazione registrata in questo report è speculare rispetto a quella rilevata nella stragrande maggioranza dei paesi europei dove si continuano a registrare, seppur con intensità o gravità diversificate, le ricadute di una svolta repressiva verso ogni forma di conflitto sociale, ecologico o per la solidarietà transnazionale.
Nel suo ultimo rapporto su difensori dei diritti umani giustizia climatica e transizione giusta presentato alle Nazioni Unite, la relatrice ONU sui difensori dei diritti umani Mary Lawlor ha condiviso una lettura ampio sulle violazioni a livello globale[5]. Per quanto riguarda invece l’Europa, nel suo rapporto sulle tendenze generali relative alla repressione dei difensori dell’ambiente[6], il Relatore Speciale ONU Michel Forst offre un’esame circostanziato delle principali minacce per chi difende l’ambiente nel continente, e fa richiamo esplicito all’Italia nella sezione relativa all’adozione di “leggi volte a prevenire, o interferire con la protesta pacifica, incluse leggi mirate specificamente alla protesta ambientale pacifica, attraverso l’introduzione di nuovi reati, pene più dure o divieto di talune forme di protesta pacifica”. Forst poi punta il dito sulle “tattiche abusive e intimidatorie utilizzate dalle forze dell'ordine una forma chiave di penalizzazione, persecuzione o molestia nei confronti dei difensori dell'ambiente nella maggior parte delle regioni.”, o alle campagne diffamatorie, di stigmatizzazione o al ricorso a minacce ed attacchi verbali o fisici.
Altra modalità di repressione è relativa ad indagini penali e procedimenti giudiziari di natura vendicativa, punitiva o che comportano sanzioni sproporzionate. Ciò riguarda in particolare le SLAPPs (Strategic Lawsuits against Public Participation), considerate uno degli strumenti più potenti utilizzati per mettere a tacere i difensori dell’ambiente. Anche il nostro non ne è esente, giacché il ricorso a tali pratiche contro attivisti ed attiviste o associazioni per la tutela dell’ambiente o la giustizia ambientale ed economica ha subito un incremento particolare negli ultimi anni. Basti pensare alle SLAPP intraprese da ENI contro Antonio Tricarico di Re:Common ed altre contro la stessa associazione e Greenpeace o al caso della avvocata Pia Perricci rea di aver denunciato la contaminazione da amianto negli impianti di Marche Servizi SRL. Casi poi poi ripresi dalla Relatrice ONU sui Difensori dei Diritti Umani e dal Relatore ONU sui Difensori dell’Ambiente. Pia Perricci è anche avvocata difensora di due difensori dell’ambiente del comitato Pesaro No NGL, Roberto Malini e Lisetta Sperindei, anche loro oggetto di SLAPP da parte di Fox Petroli. Un altro studio sulle tendenze globali della repressione dei difensori del clima e dell’ambiente, a cura dell’Università di Bristol[7], propone una importante riflessione, che è anche una delle motivazioni che ci hanno portato a dare maggior spazio in questa edizione del rapporto alle vertenze territoriali contro le grandi infrastrutture inutili ed imposte.
Oltre la TAV o la TAP, già trattate in precedenza, questo rapporto contiene infatti contributi sulla lotta per il bosco Lanerossi a Vicenza, sulle vertenze contro le grandi infrastrutture fossili quali il gasdotto Snam o sulla resistenza contro il Ponte sullo Stretto, che ha ispirato alcune norme ad hoc del Decreto Sicurezza. Il rapporto dell’Università di Bristol sottolinea infatti la necessità di operare una distinzione tra la protesta ambientale e quella climatica anche se molti attivisti ed attiviste spesso partecipano ad ambedue.
Le proteste per il clima, spesso separate dalle aree geografiche che subiscono l’espansione della frontiera estrattiva, sono concentrate nel Nord del mondo o per estensione nei “centri” o nelle metropoli, e rappresentano un fenomeno relativamente nuovo che pratica modalità di protesta nonviolenta ma “dirompente”. Le proteste definite “ambientali”, inerenti al capitalismo, mirano invece a fermare progetti distruttivi per l’ambiente, quali esplorazione o estrazione di combustibili fossili, la costruzione di grandi infrastrutture o l’estrazione di risorse minerarie e sono spesso condotte con tattiche di azione diretta che spesso consistono nel “bloccare fisicamente i progetti contrapponendo i corpi”.
A diversità di condizioni, e di sfide assunte dai movimenti, che siano per la giustizia climatica o la difesa di territori ed ecosistemi, corrisponde indubbiamente la stessa risposta liberticida e repressiva da parte dello stato.
Affrontare politicamente il tema della repressione dei movimenti climatici richiede però un cambio di lettura che seppur constatando e contrastando l’espansione dell’apparato repressivo degli stati e dei mercati, porrà enfasi sul fatto che l’aumento della repressione è conseguente all’intensificazione e la moltiplicazione delle pratiche di resistenza e conflitto sociale. Pratiche plurali, che si ridefiniscono, e che pertanto riescono di volta in volta a riprodursi negli interstizi tra potere e società, a fare rete, a praticare mondi possibili, nelle città come nei territori e negli ecosistemi minacciati dall’avanzare della frontiera estrattiva caratteristica propria di questa fase del capitalismo. Interstizi e fessure che andranno tutelati e protetti.
Concludiamo pertanto questa introduzione alla seconda edizione del rapporto “Diritto non Crimine” citando Dominic Boyer e Timothy Morton ed il loro “Iposoggetti”[8] definiti come “specie native dell’Antropocene. Sono plurali, sono il non ancora, il né qui né lì, sono meno della somma delle loro parti. Non cercano né pretendono una conoscenza, un linguaggio e men che meno una forma di potere che siano assoluti. Si accontentano di giocare, di prendersi cura, di adattarsi, di farsi male, di ridere. Gli iposoggetti sono intrinsecamente femministi, antirazzisti, colorati, queer, ecologici, transumani e interumani. Gli iposoggetti sono come squatter che occupano e abitano le crepe e le cavità. (…) Gli iposoggetti fanno la rivoluzione nei luoghi in cui il radar della tecnomodernità non è in grado di scorgerli. Ignorano con abnegazione i consigli degli esperti. Sono scettici nei confronti di ogni tentativo fatto per descriverli – compreso, ovviamente, quello che avete appena letto.”
[1] G.Azam, su “L’Abbecedario dei Soulevements de la Terre. Comporre la resistenza per un mondo comune”, pag 151 Ortothes, 2024
[2] Si veda al riguardo l’interessante saggio di Rodrigo Nunes “Né orizzontale né verticale. Una teoria dell’organizzazione politica”, Alegre 2025
[3] I.Stengers, “Gaia si solleva”, Abbecedario dei Soulevements de la Terre, pag 77 Ortothes, 2025
[4] https://www.movimentononviolento.it/politica/sicurezza-o-stato-autoritario-lennesimo-decreto-sicurezza-e-la-progressiva-erosione-dello-stato-di-diritto
[5] https://docs.un.org/en/A/80/114
[6] Special Rapporteur on environmental defenders . “Report on key trends and threats regarding environmental defenders identified by the Special Rapporteur on environmental defenders”. Economic Commission for Europe , Geneva November 2025
https://unece.org/sites/default/files/2025-10/Aarhus_SR_EnvDef_MOP8_Report_Key_Trends_and_Threats_ENG.pdf
[7] O. Berglund, T. F. Brotto, C. Pantazis, C.Rossdale, R. Pessoa Cavalcanti “Criminalization and repression of climate and environmental protests”, University of Bristol, 2024
https://crecep.blogs.bristol.ac.uk
[8] D.Boyer T.Morton “Iposoggetti. Sul diventare umani”, LUISS University Press, 2022