martedì 22 gennaio 2013

L'Eritrea siamo noi

Dall'Eritrea giungono informazioni sul fallimento del tentativo di colpo di stato da parte di un gruppo di soldati che ieri hanno preso il controllo del Ministero dell'Informazione all'Asmara. Chiedevano l'applicazione della Costituzione, la liberazione di decine di migliaia di prigionieri politici, l'insediamento di un governo di transizione dopo anni ed anni di spietata dittatura di Isaias Afeworki. Molti analisti dicono che è ormai solo questione di tempo, e che prima o poi il regime crollerà, Nel frattempo che ne sarà dei prigionieri politici? Che ne sarà di coloro che sfidando il deserto e le intemperie attraverseranno il Mediterraneo in cerca di miglior fortuna? E che ne sarà delle loro famiglie rimaste indietro? Le agenzie battono anche la notizia del crollo delle quotazioni di una multinazionale dell'oro che nonostante tutto ha deciso di operare in Eritrea. Mentre nel decreto missioni in via di approvazione alla Camera, compare un'oscuro trafiletto, nel quale si decide di concedere come dono al governo eritreo, materiale ferroviario in disuso. Un dono? Al regime di Afeworki? Con gli occhi tutti puntati sulla nuova guerra in Mali, il dibattito politico, già di per sè quasi inesistente, dimentica il Corno D'Africa, dimentica colpevolmente paesi quali l'Eritrea e l'Etiopia, la Somalia. E dire che qualche debito storico il nostro paese continua ad averlo. Basta guardare negli occhi i rifugiati o richiedenti asilo negli atri della Stazione Termini qua a Roma. Quelli di chi ce l'ha fatta.

giovedì 10 gennaio 2013

Missioni militari: Afghanistan ultima stazione prima del ritiro?




In questi giorni al Senato si è iniziato a discutere il decreto sulle missioni all'estero, che proroga le missioni esistenti a settembre 2013, e introduce altri impegni dell'Italia quali la partecipazione ad una missione europea di addestramento di truppe del Mali nella loro campagna militare contro Al Qaeda nel nord del paese. Una situazione complessa che richiede un approccio ampio, al di là dell'opzione militare, per riportare legalità e rafforzare l'assetto politico del paese spaccato in due: a Nord l'insurgenza jihadista, e quella di movimenti tuareg ormai sganciati da quaedisti. A sud uno stato quasi inesistente dopo il colpo di Stato dei militari che più di recente l'11 dicembre hanno arrestato il primo ministro Diarra, a capo di un governo civile succeduto alla giunta militare, e che di seguito ha rassegnato le sue dimissioni. Mentre le agenzie di stampa battono in questi giorni notizie sui successi della campagna dell'esercito maliano nel nord del paese e l'annuncio dell'intervento militare francese via terra e via aria, con l'avallo dell'ONU e dell'Unione Europea. Un'escalation che rischia di complicare ancor di più le cose, vista anche l'accelerazione che verrà impressa all'invio degli addestratori italiani a Bamako. Eppoi la partecipazione italiana ad altre missioni europee nella stessa area ormai diventata una zona calda, instabile, non solo dal punto di vista militare ma anche per l'avanzamento della povertà e dell'esclusione. Ed anche zona prioritaria per i programmi di Africom.

Di questo avranno occasione, tempo e capacità di discutere in Parlamento? O come sempre si avallerà senza un'analisi accurata di ogni pro e contra qualsiasi cosa venga proposta dal Ministero della Difesa e dalla Farnesina? Risalta nelle stesse ore un articolo su l'Unità, che richiamando l'opzione zero attualmente al vaglio dell'amministrazione Obama (il ritiro totale di tutte le truppe USA entro il 2014) invita il governo italiano a accelerare il ritiro delle truppe italiane entro il 2013 e ad impegnarsi per un capovolgimento integrale delle priorità di finanziamento a favore della cooperazione civile. Esempi al riguardo ce ne sono, non si deve reinventare la ruota. Ma a Camere ormai sciolte, con i parlamentari presi dalle loro campagne elettorali, o dall'urgenza di trovare altra collocazione, c'è poco da sperare.

Però il Parlamento un segnale netto di inversione di tendenza dovrebbe darlo, iniziando a chiedere precise cronologie per il ritiro dei militari entro il 2013, un aumento sostanziale dei fondi per la cooperazione sganciati e detratti da quelli per la missione militare, e chiedendo che fin d'ora i militari presenti in Afghanistan rientrino nelle loro basi (quelle che non hanno ancora lasciato) e non si impegnino più in operazioni militari. Eppoi, risulta che l'Italia dovrà addestrare forze di polizia afgane. Se proprio devono restare, che vengano addestrate alla tutela dei diritti umani, e la mediazione ed interposizione nonviolenta per la gestione dell'ordine pubblico, E non per potersi un giorno spostarsi in zone di guerra. E last but not least, che si presenti una "spending review" di tutte le spese sostenute finora in Afghanistan.

E ci si dica anche cosa sia quel materiale ferroviario in disuso che verrà regalato al governo eritreo – un regalino nascosto tra le righe del decreto. A parte che quel governo non merita regali anzi, siamo certi che sia un regalo e non una polpetta avvelenata? Magari da scorie tossiche? Noi le idee le abbiamo chiare: Sinistra Ecologia e Libertà porterà un programma di governo sulla gestione e la prevenzione diplomatica e nonviolenta dei conflitti, la pace ed il disarmo, che passa attraverso un'analisi critica delle tematiche connesse all'ingerenza umanitaria, al sostegno ai corpi civili di pace, alla riduzione delle spese militari, la cancellazione del programma F35.E dal ritiro delle truppe dall'Afghanistan prima della scadenza naturale del 2014. 

venerdì 21 dicembre 2012

camminare domandando - per una nuova partita

In queste fasi concitate, anche dentro il mio partito, e non solo, penso spesso alle persone con le quali - per mia grande fortuna - passo da quattro anni gran parte del mio tempo. Molte di oggi sono in Guatemala a celebrare l'inizio del nuovo mondo. E guarda caso oggi riescono dietro i passamontagna, da Oventic a San Cristobal. Penso spesso a quello che mi hanno insegnato, e che ormai è parte di me da quando degli anziani sciamani Kuna mi hanno adottato, ed a quello che mi dicono spesso. Ad andare lentamente quando si ha fretta, a pensare sempre alle prossime sette generazioni, quando si decide di fare una cosa o intraprendere un'iniziativa politica. A capire quando stare zitto, piuttosto che parlare. A guardare oltre con dolcezza ma determinazione. Perchè sanno ascoltare i loro vecchi, ma i loro vecchi sanno come accompagnarli con saggezza verso il futuro. Perché si rispettano a vicenda. Si fermano, a volte si ritirano, riflettono, guardano dentro loro stessi o si confrontano con la loro comunità. Loro possono anche scazzare di brutto, essere in disaccordo, ma alla fine sono fratelli e sorelle, fumano, bevono assieme, e trovano il consenso per tutelare la loro comunità, proteggerla, perché l'essere fratelli e sorelle li aiuta a resistere da centinaia di anni. Quello manca in queste ore, e quello rischia di ammazzarci. Siamo ancora in tempo. La politica è soprattutto questo, non si esaurisce in un posto in Parlamento

lunedì 10 dicembre 2012

Diritti umani e dignità, l'antidoto all'orrore

Dicembre 10, 2012 - giornata mondiale sui diritti umani. Non dev'essere una celebrazione rituale ma il ricordo che senza il riconoscimento della dignità delle persone, dell' universalità ed indivisibilità dei diritti umani, senza ragionare su modalità innovative per la loro promozione che rifuggano il rischio di quello che Slavoj Zizek chiamava "L'orrore dei diritti umani", (forse provocatoriamente come suo solito, ma con un fondo di verità), non ci sarà politica, impegno, trasformazione sociale che tenga. E che sia anche occasione per ragionare sul fatto che esistono anche diritti dei non-umani, diritti di nuova generazione, che si rendono necessari o si manifestano di fronte all'avanzata della frontiera della privatizzazione e colonizzazione dei mercati.