lunedì 19 maggio 2014

Libia nel caos e prove generali di colpo di stato. Dov'è l'Italia?

Negli ultimi giorni sono giunte dalla Libia notizie drammatiche di scontri armati a Bengasi e Tripoli, culminati con l'assalto, del Parlamento ieri , da parte di forze paramilitari alla presunta ricerca di parlamentari "islamici", accusati di essere conniventi con formazioni "terroristiche". Ultima di una serie ormai infinita di scosse telluriche che mostrano un paese fuori controllo, in mano a formazioni armate, milizie irredentiste, forze lealiste. Tra spinte autonomiste della Cirenaica, al controllo delle risorse petrolifere, alla mancanza di "stato", in un paese dove la rimozione "manu militari" di Gheddafi e del suo regime da parte della NATO ("Unified Protector") ha di fatto trasformato questo paese in uno stato "fallito". Uno scenario simile a quello iracheno dove la mancanza di "corpi intermedi" ha portato - una volta rimosso con le armi, ed in nome della lotta al terrorismo e della democrazia un regime autoritario - ad una progressiva balcanizzazione e spartizione del paese lungo faglie etnico-religiose. Fatti che devono interrogare la comunità internazionale e soprattutto i fautori e promotori della dottrina della "responsabilità di proteggere" o ingerenza umanitaria presa spesso e volentieri a fondamento di interventi armati al limite della legalità internazionale che dietro il pretesto de diritti umani, servono strumentalmente a interessi geopolitici o geostrategici. Il caso Libia oggi dimostra che  in ambo i casi tale dottrina - nelle modalità con le quali è stata applicata finora - non serve né a riportare la democrazia, né a proteggere gli interessi geopolitici o geostrategici dei suoi fautori. Dopo l'Afghanistan un altro duro colpo alla credibilità della NATO come "fornitore di sicurezza" globale. Fuori il primo ministro Al Zeidan, dopo il "fattaccio" della petroliera nordcoreana - intervennero i Navy Seals per bloccare al largo una petroliera che stava trasportando petrolio venduto dai ribelli cirenaici, contravvenendo agli ordini del governo centrale. Ora emerge nella scena politica un militare, chissà forse ispirato dai proclami di fuoco del candidato alla presidenza dell'Egitto, il generale Al Sisi, che promette di sterminare i Fratelli Musulmani. Un paese nel caos. Mentre nulla si sa di quello che dovrebbe fare l'Italia dopo aver ricevuto mandato dall'ultimo G8 di coordinare una task force sulla Libia al fine di ricostruire lo stato di diritto e la "governance" addestrare soldati e poliziotti libici (si badi bene in questo che è stato definito un tentativo di golpe avrebbero partecipato anche forze regolari dell'esercito e della polizia), e suppostamente disarmare le milizie. Cosa ne è della MIL, Missione Italiana in Libia? Quale valutazione dà il governo italiano della situazione a parte un appello del Ministro Mogherini in sostegno alla transizione "democratica" nel paese?  

giovedì 8 maggio 2014

Cronache di un viaggio in Palestina ed Israele



La prima volta che ho provato ad andare in Palestina, anni or sono, sono stato espulso assieme ad una delegazione di pacifisti e parlamentari italiani. Vidi solo il terminal bagagli dell'aeroporto di Tel Aviv, ci misero seduti a terra, strattonando Marco Revelli e Vittorio Agnoletto, e poi rispediti su un volo Olympic ad Atene. La nostra colpa quella di voler andare a portare la nostra solidarietà a Yasser Arafat, allora sotto l'assedio delle forze armate israeliane, nel suo palazzo a Ramallah. Dopo anni finalmente ho avuto occasione di toccare con mano, seppur di striscio, la realtà dell'occupazione e la durezza della situazione sul campo. Assai denso era il programma della visita della missione di Sinistra Ecologia Libertà (composta da Nichi Vendola, Arturo Scotto, Gennaro Migliore ed il sottoscritto). Ciononostante sono bastate poche ore fin dall'atterraggio del nostro volo al Ben Gurion per vedere, constatare, immaginare. Ci guida Mike, nome inglese di un attivista palestinese di sinistra, presentatoci da Luisa Morgantini, altra preziosa guida nella società civile palestinese, che ci accompagna. É notte, ma il susseguirsi di reti, grate, impedimenti alla circolazione, aiuta a delineare i confini virtuali e quelli reali, blindati, nei quali vive la popolazione palestinese di Cisgiordania. Strade che non possono essere percorse, villaggi separati dalle terre da sempre coltivate per la propria sopravvivenza raggiungibili solo tramite tunnel e sempre a discrezione dell'esercito israeliano. Insomma quella strada pare la terra di nessuno nella quale è scomparsa la politica.

Se c'è una prima parola che mi viene in mente è “politicidio”, termine usato dal grande politologo e sociologo israeliano Baruch Kimmerling nel suo lavoro sulla politica di Sharon verso la Palestina. Una strategia minuziosa e sistematica di demolizione di ogni fondamento reale per la costruzione dello stato di Palestina, la costante ricerca di modalità di annichilimento di un'entità statuale e non-statuale, fino alla sua completa negazione. In Palestina dopo decenni di conflitto ed occupazione quella che muore è la politica, nonostante gli ultimi grandi sforzi a parte di Abu Mazen di tenere aperta la porta del negoziato. Muore la politica tra palestinesi ed israeliani – che politica ci può essere in una situazione di asimmetria quale quella che si vive quotidianamente in quelle terre? Quale stato “viabile” ci potrà essere se da una parte i palestinesi dipendono dagli aiuti esterni e non possono commerciale i loro prodotti? O se una parte di loro è ammassata nel'inferno di Gaza e l'altra vive ingabbiata da un muro? O nei campi profughi? O come cittadino o cittadina di serie “b” in Israele?

“Distopia” è l'altra parola che ricorre spesso nella mia mente in quei giorni. Definisce una asimmetria marcata dalla mano e dalla presenza militare. Il verde che permea la politica, il verde degli ulivi dei villaggi palestinesi, ora resi inaccessibili dalla barriera di cemento del muro ed il verde di Gerusalemme Ovest, la Gerusalemme israeliana, colore evidente di una guerra sotterranea, quella per il controllo delle risorse idriche così preziose per la sopravvivenza, si mescola con il verde marcio delle uniformi dei soldati di Tsahal. Li vedi ogni tanto punteggiare i luoghi sacri di Gerusalemme, presidiare fermate dei bus nei pressi degli insediamenti, i checkpoint e i metal detector che devi attraversare per andare al Muro del Pianto, o nel suk di Hebron. Con i loro mitra di ultima generazione. Già, perché non c'è da dimenticare che l'occupazione è anche un grande business, un'industria plurimiliardaria. Un laboratorio di tecniche di controllo, sorveglianza, securitizzazione che oggi rappresentano un'importante voce nei bilanci del paese e nell'export. Il verde militare, il verde dei dollari versati dalle facoltose famiglie ebraiche statunitensi, il verde del mito fondativo del sionismo, la conversione del deserto in un nuovo Eden.

Muore la politica in Israele ed all'interno della Palestina. In ambedue i casi, le élite e l'establishment politico sembrano congelate in una logica di confronto-scontro propria del millennio scorso e non capaci di cogliere o metabolizzare e disinnescare le pulsioni che provengono dal basso. Di un'opinione pubblica da una parte preda di un sentimento diffuso di ostilità verso i palestinesi, dall'altra stanca e sfiduciata verso i propri leader. Ed assistiamo dal vivo alla morte della politica internazionale, del tentativo estremo del Segretario di Stato americano John Kerry di tenere aperta la via della trattativa. Alle mosse inedite di Abu Mazen, ultima tra queste una dichiarazione senza precedenti che riconosce l'Olocausto come orrendo crimine contro l'umanità, si contrappone la dura posizione di Tel Aviv. Se Abu Mazen - anche lui abbiamo incontrato - comunica l'intenzione di firmare convenzioni ONU sui diritti umani, o se intende addirittura aprire la strada ad una presenza militare internazionale per assicurare la sicurezza dei confini e dello stato d'Israele, nulla conta. La risposta è sempre quella, o sei inaffidabile, perché non vuoi riconoscere Israele come stato ebraico (Eretz Israel, il nucleo del progetto di Theodor Herzl) o sei complice dei terroristi perché fai l'accordo di riconciliazione con Hamas a Gaza. O non hai la legittimità politica in tutta la Palestina anche se fai un accordo storico di riconciliazione. Insomma un gioco al massacro, nel quale risulta evidente la assoluta assenza di volontà politica da parte del governo israeliano e della maggior parte delle forse politiche (ad eccezione di Meretz ed altre formazioni di sinistra) di voler dar credito ad Abu Mazen.

Così il nostro viaggio si è snodato su più livelli: quello della ridda di dichiarazioni e controdichiarazioni del mondo “politico” istituzionale da una parte e quello della realtà sul terreno, della constatazione quotidiana dei cosiddetti “facts on the ground”. Fatti che dicono di un esperimento di disarticolazione del territorio, dell'utilizzo dell'architettura e dell'urbanistica come strumenti di politica di potenza, della manipolazione dei fatti storici e l'uso dell'archeologia per affermare la propria storica potestà su una terra che proprio per sua vocazione dovrebe essere terra aperta, di tutti. La terra dove sono nate le tre più importanti religioni monoteiste della storia, e che invece da decenni soffre la spinta disumanizzante e sanguinosa della sua eredità. Ancora cancelli, blocchi di cemento, inferriate, “razor-wire”, barriere blu della polizia, scudi di plexiglass accatastati all'entrata della spianata delle Moschee, telecamere, torri di controllo. Quelle annerite dal fumo dei copertoni bruciati per chiudere la visuale ai soldati israeliani lungo il muro o quelle che sembrano di latta a presidiare, tra un tripudio di bandiere israeliane, quell'ultimo pianerottolo strappato ai palestinesi.

I “settlement” sono questo: dai villaggi modello alla lotta quotidiana all'interno di uno stesso condominio che percepisci dietro ogni angolo della Gerusalemme vecchia. Una rete fittissima, ormai forse inestricabile, che avanza giorno per giorno. Non a caso le ultime mosse del governo Nethanyahu, la goccia che ha fatto traboccare il vaso - per stessa ammissione di alti funzionari del dipartimento di Stato – sono state quelle di varare 400 nuovi insediamenti. (Diceva uno storico israeliano: Bibi pare come quel pizzettaro che ti taglia la pizza ma si mangia tutte le fette). Quel Nethanyahu che nel suo discorso in occasione della toccante cerimonia di commemorazione della Shoah nello Yad Vashem ha usato le parole del guerriero, della spada pronta a colpire il prossimo nemico, l'Iran, che null'altro desidererebbe se non la distruzione dello stato di Israele.

C'è poi un' altra sottotraccia che ha attraversato il nostro breve viaggio. L'incontro con chi sta cercando di resistere, di ricostruire un senso comune, tenere aperti ponti, lanciarne di nuovi. Chi chiede ora solo di poter vivere degnamente, di vedersi riconosciuti il proprio diritto a vivere in pace (“el derecho de vivir en paz” cantava il grande Victor Jara) Il figlio di Marwan Barghouthi o il direttore del centro culturale di Umm el Fahm. Uno parla le parole del futuro, nell'altro si snodano le immagini del passato, del necessario recupero della memoria per difendere la propria identità e la propria dignità. Un futuro incerto, duro, forse fatto di rassegnazione ma anche di piccoli atti di resistenza, forse disperata. Alcune immagini mi sono rimaste impresse come tracce di resistenza: lo sguardo forte di Vera Baboun, sindaco di Betlemme, una città la cui realtà, nascosta alle frotte di pellegrini e turisti, è di disoccupazione, povertà, emigrazione. Parole di pace e riconciliazione.

O l'incontro con i comitati per la resistenza nonviolenta del campo di Al Aida, che ci spiegano perché hanno deciso di non ricorrere alla lotta armata. “Se prendi un fucile sei solo in questa decisione, non crei comunità, non costruisci le premesse per un futuro di giustizia. La scelta della nonviolenza è anche scelta di costruzione della nostra comunità, per riuscire a resistere dobbiamo essere uniti”. Così ci dicevano sotto l'ombra del muro, e le fineste blindate di una scuola sostenuta dall'ONU, ed in passato bersaglio dei cecchini israeliani.

A Betlemme parlo a lungo con il direttore del conservatorio Edward Said, un italiano che da anni vive lì cercando di far dialogare ragazzi israeliani e palestinesi con la musica. Proprio come fa il grande Daniel Baremboim, cittadino del mondo, con il suo progetto, fondato proprio con Said, della East-West Divan Orchestra. Sono gli stessi ragazzini che al microfono dell'intervistatore quando gli venne chiesto se per loro fosse un problema che Baremboim, cittadino israeliano andasse a dirigere la sua orchestra a Gaza risposero con sincerità disarmante ” Qual'è il problema? scusa ma quando mai abbiamo potuto ascoltare Beethoven dal vivo?” E che magari poi come un flash, spuntano improvvisamente ai bordi della strada e lanciano qualche sasso contro un bus di coloni israeliani.

C'è un cumulo di pietre lungo la strada che collega H1 ad H2, le due sezioni di Hebron separate ancora una volta da un checkpoint blindato. C'è rassegnazione forse ma anche impeto irrefrenabile di rivendicare la propria esistenza e diversità. Il proprio diritto ad esistere, magari tracciando con un pennarello un disegno incerto di un mitragliatore, oppure urlando “Allah Akbar” ogni volta che qualche gruppo di israeliani – con la loro kippah – entra nella spianata delle Moschee per rivendicarne la propria potestà. “Se Israele riuscisse nel suo intento di spianare la Moschea di Omar per costruirci il proprio tempio, sarà la terza guerra mondiale” ci dicono. Il colore nero delle donne in velo fa il pari con il colore nero degli ortodossi ebrei che costellano di notte il muro del pianto. Separati gli uomini con le loro palandrane lunghe, i cernecchi, i cappelli a falda larga o singolari colbacchi di pelliccia, separate le donne, vestite all'antica, “come al ghetto di Varsavia”. In un flashback mi torna alla mente Varsavia, le piastrelle che ricordano il muro del Ghetto, il bel museo della cultura ebraica. Il museo dello Yad Vashem ci ricorda quella storia, la ripercorre, lì a spiegare la Shoah, lo sterminio.

Se c'è un muro che divide, ce n'è uno che volenti o nolenti unisce. Il muro del pianto da una parte è luogo di preghiera per i chassid, dall'altra muro di contenimento della spianata delle Moschee. Allora quale tremendo cortocircuito storico fa sì che in quella terra non possa essere pace? Forse andranno invertito l'ordine dei fattori? Lo chiedo alla moglie di Marwan Bargouthi: “tu dici che senza pace non potranno esserci diritti. Ma non può essere vero anche il contrario? Che senza diritti non ci potrà essere pace?” Se per pace si intende solo l'assenza di guerra, oggi in Palestina ed Israele la guerra non c'è. Il consigliere aggiunto per la sicurezza nazionale del governo a Tel Aviv ci indica il muro, visibile ad occhio nudo da una collina di Gerusalemme Ovest. Il muro ha portato alla fine degli attacchi suicidi ci dice. Se la pace è pace “armata” diventa un concetto “ameba” plasmabile a seconda degli interessi politici o della propria visione del mondo.

Il figlio di Barghouthi ci parla di diritti, come ce ne parla i giornalista israeliano Meron Rappaport o il direttore del blog progressista + 972 Noam Sheifaz. I due stanno lavorando ad una piattaforma ampia di intellettuali giornalisti e società civile israeliana e palestinese che tenti di coniugare la formula dei due stati per due popoli superando l'approccio meramente territoriale e prevedendo invece un assetto confederativo fondato sull'affermazione dei diritti di tutti e tutte coloro che vivono in quei due stati. Un progetto ambizioso, di lungo periodo, ma che cerca di costruire un processo di pace “dal basso” fondato appunto sui diritti. Un'ipotesi che seppur mantenendo la formula due popoli – due stati deve fare i conti con la questione del ritorno dei profughi palestinesi ad esempio. Mi dicono: “guarda ma nell'area Schengen voi potete muovervi, circolare liberamente decidere di andare a vivere in un altro paese, e come cittadini europei avete eguali diritti. Perché non tentare anche qua?”.

Mentre siamo in Israele e Palestina, in Italia si sta svolgendo la campagna elettorale per le europee, i cui temi di fondo mai o quasi mai prendono in considerazione l'importanza del Medio Oriente e del Mediterraneo. Eppure qua l'Europa viene vista come modello da imitare, come possibile alleato per la pace, visto che le sue decisioni - ad esempio quele sull'etichettatura dei prodotti provenienti dalle colonie stanno avendo un certo effetto sul dibattito politico in Israele. Quando questo riuscirà a smuovere le acque è tutto da vedere. Intanto sarà il caso che anche l'Italia faccia la sua parte.



Certo è che quei due popoli continuano a percorrere “strade che divergono”, come sintetizza un bel saggio di Judith Butler sull'ebraismo ed il sionismo. Finché, dice la Butler, non ci si renderà conto che la convivenza è un dato di fatto piuttosto che una scelta, e che si esiste per il solo fatto di essere in una terra comune. Lei ricorda Annah Arendt, quando dice che non si può scegliere con chi coabitare nel mondo. Il diritto ad esserci, a stare assieme su quella terra. Una sfida forse impossibile, ma da tentare . Mentre mi perdo in queste considerazioni ad Hebron, fa per avvicinarsi un ragazzino palestinese, forse vuole venderci qualche braccialetto (grave reato quello di portarsi a casa souvenir acquistati nei territori occupati). Non riesce a dire due parole che un altro ragazzo israeliano, di qualche anno più grande, in divisa verde e con il solito mitragliatore a tracolla lo blocca, lo aggredisce verbalmente e lo allontana con forza da noi.

giovedì 10 aprile 2014

Le verità nascoste della politica estera italiana


 
C'è qualcosa che non quadra se si mettono assieme notizie spesso ignorate dalla stampa italiana e che invece denotano preoccupanti incongruenze se non vere e proprie scelte di politica estera del nostro paese. Residui di una visione “coloniale” delle relazioni internazionali, di incoerenza o sottomissione alle priorità della sicurezza e della geopolitica con le stellette. Insomma, fa impressione mettere pochi dati uno dietro l'altro, e configurare un quadro di politica estera del nostro paese che meriterebbe una profonda discussione e dibattito pubblico e politico.
Procediamo con ordine.

Qualche giorno fa esce articolo sul Fatto Quotidiano e reportage su Le Iene  che denuncia quel che si temeva a suo tempo, ossia le torture inflitte da soldati italiani a iracheni a Nassirya. Aspettiamo ora di avere anche maggiori informazioni su quel che a Nassirya successe nel corso della tristemente famosa e dimenticata “battaglia dei ponti” e non solo. Illo tempore era chiaro che la resistenza bipartizan all'introduzione del reato di tortura, ma anche al recepimento delle fattispecie di crimini di guerra e contro l'umanità previsti dal Trattato di Roma che istituì la Corte Penale Internazionale celasse qualcosa. Ed oggi infatti la legge approvata sulla Corte Penale Internazionale prevede solo collaborazione con la Corte in caso di presenza sul territorio nazionale di persone oggetto di mandati di cattura internazionale, ma non il recepimento nell'ordinamento giuridico italiano di quei crimini, Ergo….

In un articolo di fuoco pubblicato qualche giorno fa sul sito dello IAI, la stimata ambasciatrice Mirakian, solleva legittimi dubbi e preoccupazioni sulla decisione dell'Italia di non allinearsi ad altri governi nella critica e condanna – seppur cauta - alle malefatte del general Al Sisi, futuro possibile presidente dell'Egitto ed alle violazioni dei diritti umani perpetrate contro la società civile, attivisti e media egiziani. Cosa c'è dietro? Perché questa netta inversione di rotta rispetto a posizioni precedentemente più caute che riconoscevano un ruolo politico ai fratelli Musulmani? Mentre resta in sospeso il possibile ed auspicato annullamento della pena di morte alla quale sono stati condannati centinaia di membri dei Fratelli Musulmani. A che gioco sta giocando il nostro paese

Dietro le righe di un recente articolo che analizza la situazione attuale di progressivo disfacimento delle forze armate eritree si legge che uno dei generali coinvolti nella dura repressione e violazioni dei diritti umani di cittadini e cittadine eritree, soprannominato Wuchu, avrebbe potuto avvalersi dell'ospitalità del nostro paese per essere sottoposto a cure e poi accompagnato in patria da medici italiani, Va bene il giuramento di Ippocrate, ma a quanti di questi criminali del regime eritreo è stata data copertura?

Da articoli di stampa somala e non solo risulta che l'Italia, o meglio il Ministero della Difesa sta regalando equipaggiamento militare ed accessori al governo somalo, come contributo per la “pacificazione” del paese. Intanto un contingente di paracadutisti e truppe speciali continua a partecipare ad una missione dell'Unione Europea , di cui l'Italia ha ora preso il comando. Q Questa cooperazione militare, sono sottoposti allo scrutinio del Parlamento? Nell'ultimo decreto missioni non ce n'è traccia. A che gioco stiamo giocando? Invece di investire in doni di armi, magari riciclando da materiale dismesso delle nostre forze armate, non sarebbe meglio investire in sicurezza umana, ossia in progetti di sostegno alle popolazioni? O forse l'unico vero problema della Somalia è Al Shaabab?

Ormai il piano del Segretario di Stato USA John Kerry per un” framework agreement” tra Israele e Palestina è sulla via di un fallimento annunciato. Nell'ordine, Nethanyahu decide di affossare la trattativa chiedendo a Abu Mazen l'impossibile ossia il riconoscimento di Israele come stato ebraico. Abu Mazen risponde tenendo il canale della trattativa aperto e non insistendo su un punto particolarmente "irritante" ossia la richiesta di accesso allo status di membro di Agenzie ONU e della Corte Penale Internazionale. Bibi risponde con la mancata liberazione di un gruppo di prigionieri palestinesi, come da accordi, Abu Mazen legittimamente fa la sua mossa, non si badi bene chiedere di entrare nelle Agenzie ONU ma solo di avviare le procedure per la firma di Convenzioni ONU sui Diritti Umani e diritto umanitario di guerra. Bibi risponde annunciando 700 nuovi insediamenti, ed il “destro” Ministro dell'Economia Neftali Bennett si copre di ridicolo annunciando l'intenzione di denunciare Abu Mazen alla Corte Penale Internazionale Ed giunge il fatto inaspettato: John Kerry, per la prima volta e  di fronte alla Commissione Esteri del Senato USA,  punta il dito su Gerusalemme, in maniera velata, semplicemente ricostruendo la sequenza dei fatti. Per molti osservatori sarebbe forse ora il caso che Kerry si metta da parte e lasci il campo alle Nazioni Unite e all'Unione Europea. Ecco, tra due mesi l'Italia prenderà la presidenza di turno dell'Unione. Sullo sfondo le denunce e le richieste di chiarimento sulla posizione italiana da parte di organizzazioni dei diritti umani di Gaza e Tel Aviv. L'Italia non avrebbe mai preso posizione sulla necessità di condizionare le relazioni bilaterali tra Unione Europea ed Israele al rispetto dei diritti umani, né avrebbe dato seguito come hanno fatto altri paesi alle raccomandazioni della UE riguardo l'etichettatura dei prodotti provenienti dagli insediamenti in Palestina. - Una mossa di grande importanza quasi quanto quella di non concedere sostegno finanziario a società o soggetti israeliani che operano in territori “colonizzati”. Già e l'Italia?

In un breve articolo di analisi sulla crisi ucraina, e le contromisure “militari” della NATO il sito NatoWatch ci informa che vari paesi NATO starebbero contemplando la possibilità di partecipare finanziariamente allo scudo antimissile, progetto chiaramente in chiave anti-russa. Guarda caso tra i paesi che sarebbero disponibili a metterci soldi ci sarebbe anche l'Italia che dovrebbe prendere una decisione, secondo quanto rivelato dalla Lockheed Martin, entro primavera. Ma? E l'atteggiamento “negoziante” e “diplomatico” verso la Russia? Se ciò non bastasse esce la notizia dell'imminente riconfigurazione di Tornado, quali quelli presenti a Ghedi, per renderli adatti a trasportare bombe atomiche americane di ultima generazione, oggi sotto la lente del Congresso per l'elevato costo. E? Mentre diciamo di voler parlare con la Russia, ci armiamo?  

giovedì 3 aprile 2014

Oltre l'aiuto allo sviluppo per relazioni giuste tra i popoli


É in dirittura d'arrivo in commissione esteri al Senato, per poi passare alla Camera, il dibattito sulla riforma della cooperazione allo sviluppo. Un dejà vu che va avanti da anni, senza che finora si fosse riusciti a compiere un significativo passo in avanti sul riassetto istituzionale e la cornice di riferimento dell'aiuto pubblico allo sviluppo. Oggi il quadro pare mutato, e non solo in conseguenza del “furore per le riforme” del nuovo Presidente del Consiglio ma anche per una convergenza di interessi “bipartizan” e con gran parte degli attori della cooperazione. Organizzazioni nongovernative ad esempio, che da anni chiedono maggiori garanzie e tutela per i propri operatori, ed impegni certi in termini di risorse finanziarie, dopo anni ed anni di continua erosione dei bilanci dedicati alla cooperazione. Dopo anni di “melina” dentro e fuori le aule parlamentari, ci si dice, è finalmente giunto il momento topico e si deve fare presto. La fretta però può essere cattiva consigliera, se pur di far presto il governo decide di presentare un suo disegno di legge pieno di insidie e lati critici, e che ciònonostante viene preso come base di discussione al Senato e la cui sostanza non viene messa in discussione dagli emendamenti proposti dal relatore Giorgio Tonini. Un disegno di legge che nasce vecchio, e che rischia di essere obsoleto nel giro di pochi anni e quindi inadeguato a governare le prossime sfide della cooperazione. Basti pensare che tra un anno e mezzo circa le Nazioni Unite terranno un Vertice internazionale per rielaborare i pilastri centrali e le pratiche di lotta alla povertà e di solidarietà internazionale. Un evento che si sviluppa sulla base di un mezzo fallimento, quello del non perseguimento nei tempi prestabiliti, ossia il 2015, dei cosiddetti Obiettivi di Sviluppo del Millennio. A rigor di logica si sarebbe potuta aspettare la conclusione del Vertice ONU per poi riformulare la propria “visione” di cooperazione internazionale. Invece questo disegno di legge tradisce una visione “antica” ed assistenzialista della cooperazione, non intesa come relazione e partenariato tra eguali, ma come aiuto concesso verso popolazioni bisognose, magari aiuto umanitario, più probabilmente sostegno alle imprese italiane per produrre occasioni di affari in mercati ancora poco sfruttati. Se ciò non bastasse, la cooperazione resata saldamente nelle mani della Farnesina, dei diplomatici, al punto da farla diventare non elemento qualificante delle relazioni internazionali del paese, ma strumento integrante di politica estera, quindi sottoposta agli obiettivi strategici, geopolitici e commerciali del cosiddetto “sistema-Italia”. Se ciò non bastasse, trovano poco spazio i nuovi soggetti che fanno cooperazione, intesa non necessariamente come fornitura di servizi, o attuazione di progetti, ma come capacità di mettere in rete ed in relazione competenze, esperienze, capacità, e lasciare ai supposti “beneficiari” la discrezione di decidere modi e tempi per tentare di uscire dalla morsa dell'impoverimento. “impoverimento” si badi bene e non povertà, una scelta politica che sta a significare che la povertà non è un dato di fatto ma risultato di processi economici, finanziari, endogeni ed esogeni, e che per affrontarla occorre andare alle radici stesse del problema. Questo è il tema centrale della coerenza delle politiche, secondo cui ad esempio si dovrà assicurare che le politiche commerciali o di investimenti, le politiche agricole, o quelle energetiche, le decisioni prese in ambito multilaterale, (vedi WTO o FMI o Banca Mondiale) dovranno essere in linea con gli obiettivi di sradicamento della povertà. Niente di tutto questo è presente nella proposta del governo, proposta, nelle intenzioni del Viceministro Pistelli come primo passo per superare le reticenze di Farnesina e Ministero delle Finanze, il vero “elephant in the room” della vicenda. Sinistra Ecologia Libertà ha presentato una serie di emendamenti, frutto del lavoro proprio di elaborazione ed analisi, e dell'interlocuzione con varie realtà della cooperazione internazionale con l'intento di fornire strumenti di dibattito che possano prefigurare un approccio radicalmente diverso al tema. Anzitutto affermando la autonomia della cooperazione dalla Farnesina, attraverso una figura di governo di alto livello (in prima istanza un Ministro della Cooperazione), un'agenzia esterna dedicata non all'esecuzione dei progetti ma all' ideazione, proposta, monitoraggio, valutazione , insomma una sorta di “hub” che facilita relazioni, connessioni, messa in sinergia di capacità e competenze. Un Fondo unico, (derubricato nella proposta governativa a semplice artificio contabile) sempre gestito dall'Agenzia nel quale far convergere tutte le risorse dedicate alla cooperazione internazionale al fine di assicurare un quadro omogeneo e coerente di gestione. Chiare condizioni all'eventuale partecipazione con propri fondi di attori non-statuali, ad esempio piccole e medie imprese che dovranno sottostare a rigidi controlli e valutazioni circa il loro operato e la capacità di rispettare norme intenrazionali sull'ambiente ed i diritti umani. E soprattutto il riconoscimento del ruolo centrale dei partenariati locali, della miriade di soggetti ed esperienze che fanno solidarietà internazionale, il microcredito, il volontariato, il servizio civile, i corpi civili di pace, che producono innovazione, che non rinunciano al ruolo “politico” della cooperazione come sostegno a processi di emancipazione e liberazione, di critica e fuoriuscita dalle logiche caritatevoli come a quelle del mercato liberista o dei conflitti. Ecco in fondo la vera posta in gioco, il ripensamento del concetto stesso di cooperazione ed “aiuto”, le sue priorità ed il valore aggiunto che l'Italia può portare, una sfida che non puà essere lasciata esclusivamente alle aule parlamentari, ma dovrebbe attraversare anche la discussione sull'AltraEuropa. Giacché gran parte dei fondi di cooperazione “multilaterali” che potrebbero essere co-gestiti dall'Italia sono comunitari. Ed anche la UE si sta imbarcando in una rielaborazione delle proprie direttrici e finalità della cooperazione, strumento importante per un'attore globale che stenta a parlare unitariamente nei consessi internazionali. Se Sparta piange, Atene non ride: anche l'approccio UE è fortemente condizionato dalla commistione “pubblico-privato” e dall'urgenza di sostenere l'espansione delle sfere di azione delle proprie imprese, nonché dall'approccio della condizionalità, ossia più soldi in cambio di riforme democratiche, approccio che ha mostrato tutti i suoi limiti nella gestione delle relazioni con i paesi dell'altra sponda del Mediterraneo. Una strada tutta in salita quindi, da affrontare con coerenza, uno spazio che pare incolmabile tra visioni e prospettive differenti della solidarietà, un dibattito al quale ci apprestiamo con spirito costruttivo ma anche determinati a far valere le nostre proposte ed il nostro approccio “altro” alle relazioni tra i popoli.