mercoledì 28 maggio 2014

Basta coccodrilli, torniamo a fare politica

Allora ci siamo di nuovo. SEL si spacca, si scinde, si allea, si fonde. Con il PD o la nuova DC, con un nuovo cantiere della sinistra, muore, colpa tua, no colpa degli altri. Opposizione costruttiva o collaborazione critica. Poltrone o territori. Sganciamento della base dalla dirigenza. Della dirigenza dalla rappresentanza. Di Renzi che ne pensi. No dobbiamo fare la Syriza italiana. Non so quante volte in questi 15 anni di politica attiva ho sentito discorsi sulla ricostruzione della sinistra conseguente alle scissioni dell'atomo. Un giorno ho in mente di fare un "archeotour" nei luoghi di Roma dove si è parlato, si dato la parola al nuovo salvatore di turno, che sia un sindacalista o un intellettuale: Nuova Fiera di Roma, Angelicum, Ex-hotel Bologna. Hotel Roma, Sala convegni Capranichetta. Montecitorio, Centro Congressi Cavour. Pare che questa sinistra italiana sia attraversata dalla coazione a ripetere. A cercare scorciatoie organizzative alla necessità di consolidare pratiche e approcci all'altezza dei tempi e delle situazioni. Ci siamo di nuovo. Tra partita e partito continua ad echeggiare la voce del partito, la logica del partito. che sia quello da lasciare o quello da ricostruire, quello da demolire o ignorare, che sia un partito comunista delle masse, o il frutto di una costituente dal basso. Aderire o meno al GUE o al PSE ecco l'altra scorciatoia sulla quale si stanno azzuffando un po' tutti. Ma non è forse il caso di invertire l'ordine dei fattori? Non è forse il caso per una volta di lasciarci dietro le idiosincrasie di partito e davvero concentrarci sulla partita? Quali sono gli assetti, le strumentazioni le strategie e le tattiche più efficaci per vincere la partita? Di quale partita stiamo parlando in questo nuovo assetto che ci consegna l'ultima tornata elettorale? Di ricostruire un partito, di rielaborare una nuova forma di politichese o comprendere appieno la portata della sfida che ci troviamo dinnanzi in Europa ed in Italia? A mio parere è su quello che sarà necessario ragionare ed agire. Se oggi il PD diventa partito di ultra-maggioranza, e forte di quella ultra-maggioranza propone uno scarto significativo dalle politiche di austerità europee, è il nostro nemico? Se sostiene invece la privatizzazione dei servizi pubblici o l'aumento delle spese militari è nostro alleato? Di nuovo si tenta di definire un'ipotesi di progetto politico di sinistra per default attraverso la negazione, la demonizzazione o l'assimilazione del possibile avversario o alleato. Io oggi sono invece interessato a capire come l'onda sollevata dalla proposta di Alexis Tsipras possa contribuire a rigenerare le ragioni di una proposta politica, programmatica e culturale di sinistra, (socialista e antiliberista), ecologista e libertaria nel mio paese ed in Europa. A creare le condizioni per un dialogo costruttivo con chi condivide approcci, critiche e proposte che sia nel PSE, nei Verdi o nel GUE-NGL o nei movimenti. Questo era l'obiettivo iniziale di SEL, e questo resta. Una partita che da soli non si può e non si deve giocare, ma che non permette scorciatoie o ritorni a pratiche e contenuti che rischiano di relegarci alla mera testimonianza. Io non sono innamorato dell'estetica della rivoluzione o dell'opposizione a tutti i costi a prescindere. Né di fare la costola di un partito di centro con componenti di sinistra più o meno marcate. Sono interessato ancora a giocare una partita (nel mio partito ed al suo esterno) che prevede obiettivi chiari, apertura mentale, partecipazione, responsabilità, rispetto delle differenze e valorizzazione delle diversità. E che ha come obiettivo il miglioramento delle condizioni di vita materiali delle persone oggi vittime sacrificali dell'austerità e della finanziarizzazione e privatizzazione dei beni comuni e dei diritti fondamentali. Vogliamo ripartire da questo?

martedì 27 maggio 2014

Hasta siempre Sup


Non so come ti chiami, qual'è il tuo volto, che ci hai sempre mostrato dietro un passamontagna nero sdrucito. Quello stesso passamontagna che ho incontrato in Chiapas, in un municipio insurgente, e ad Oventic assieme a Ya Basta, - volti immaginari di donne, uomini, giovani zapatisti, soldati di un esercito di straccioni, con armi improbabili, ma lo sguardo fiero, occhi profondi, radici nella loro storia di popoli indigeni, e nel futuro di liberazione. Non so cosa farai ora che tu - Subcomandante Marcos - hai annunciato la poesia della tua sparizione. “El pueblo manda el EZLN obedece” il popolo comanda e tu segui quello che decide il popolo - Ci hai abituato ai paradossi, al “camminare domandando” , da una prospettiva postcoloniale, rivedere il potere, rielaborarlo, decodificarlo. Esercitarlo collettivamente, attraverso forme inedite di partecipazione dal basso. Tu, al servizio di un esercito immaginario e reale, oggi come non mai espressione della rivendicazione di dignità di un popolo, ultimo degli ultimi, in una terra martoriata dall'esclusione, dal paramilitarismo, sfruttamento di risorse naturali, narcotraffico. Il Chiapas del Messico di oggi. Un paese in decomposizione, afflitto da un conflitto interno ormai da anni, con il suo bilancio di morte e dolore. Lì proprio in Chiapas gli ultimi della storia resistono, Alla vostra maniera, tu hai resistito con loro, la tua pipa in bocca, ora con una bizzarra benda da pirata. Un linguaggio ed una comunicazione dell'assurdo, del paradosso. Un misto inedito tra mistica maya e filosofia zen. Sognatori con i piedi per terra, che praticano l'autogestione e la costruzione di comunità degne. Nel Messico della violenza di stato e dei narcos , la vostra storia è storia di resistenza e dignità. Ricordo ancora gli occhi brillanti di Gustavo Esteva, incontrato qualche mese fa a Roma al Valle, che ci raccontava il nuovo corso zapatista, l'ascesa di nuove generazioni di leader diffusi, giovani, alcuni quasi adolescenti. Un nuovo corso, che tu hai voluto suggellare con umiltà e coraggio alla tua maniera nella consapevolezza di aver esaurito il tuo compito, con una forza e senso del servizio e di generosità al quale la politica della modernità non è usa. Nessuna rottamazione. E noi, ti ringraziamo anche per questo, noi forse troppo spesso innamorati delle rivoluzioni altrui, nella fatica di poter costruire le nostre, vi abbiamo seguito, cercato di trarre ispirazione per nuove pratiche, per la messa in discussione del potere non solo esterno, ma anche nelle relazioni tra compagni e compagne di strada. Nell'ostinata resistenza al neoliberismo, il servizio del bene comune e per la costruzione di un'altraeconomia di giustizia. Hasta pronto Subcomandante.  

sabato 24 maggio 2014

Boko Haram, interventismo USA e AltraEuropa

La vicenda delle ragazze nigeriane rapite da Boko Haram è indubbiamente tragica e desta grande preoccupazione. Ci si augura che vengano liberate il prima possibile. Ma le notizie "parallele" che giungono da quelle parti ci dicono di un governo nigeriano non solo imbelle - la moglie del presidente Jonathan Goodluck ha addirittura denigrato le famiglie delle studentesse - e ci parlano di un crescente intervento internazionale. Si sapeva della collaborazione di elementi di intelligence statunitensi, israeliani e di alcuni paesi europei. Ma guardando dietro le quinte si nota un'altro filone. Quello che a Washington era stato già testato con il Darfur, e la Lord's Resistance Army di Joseph Kony. Trova il criminale, costruisci la campagna mediatica, inventa hashtag virali, o video o diffondi immagini ad alto impatto. Poi sotto sotto interviene il Pentagono. Truppe speciali erano state mandate alla ricerca di Joseph Kony, George Clooney fece una campagna per l'invio di elicotteri per fermare il "genocidio" in Darfur. Ora arriva la notizia dell'invio di 80 militari USA in Chad per la ricerca delle malcapitate. Mentre secondo altre notizie Boko Haram (che significa "proibiamo l'educazione occidentale nelle scuole"), si starebbe insediando in Cameroon. E dal fronte del Mali arrivano altre notizie riguardo una recrudescenza del conflitto a Nord, dopo recenti sanguinosi scontri tra truppe maligne e tuareg. Per non parlare del conflitto in Libia ed in Repubblica Centrafricana dove opera un contingente armato del'Unione Europea. Insomma quello che gli strateghi della geopolitica chiamano "arc of instabilità" si sposta verso Nord, arriva fino alle coste mediterranee. Un tema da tenere bene a mente nella ridefinizione della politica estera e mediterranea dell'AltraEuropa

Senza giustizia nessuna pace possibile in Medio Oriente


Due adolescenti palestinesi sono stati uccisi a fucilate da soldati israeliani in occasione di una manifestazione in ricordo della Nakba. La notizia ed il video-denuncia hanno fatto il giro del mondo, suscitato indignazione. La comunità internazionale, dalle Nazioni Unite agli Stati Uniti hanno protestato e chiesto un’indagine indipendente. Fatto sta che in Israele l’impunità della quale godono i militari è un paradigma ricorrente, e quest’ennesima esecuzione extragiudiziale sta lì a dimostrare l’asimmetria dei rapporti di forza tra Israele e Palestina.
Una asimmetria che rende pressoché impossibile ogni forma di riconciliazione o negoziato. Sarà pertanto necessario che il nostro paese faccia la sua parte. Anzitutto applicando – come fatto da altri paesi europei, in particolare Regno Unito e Danimarca – le linee guida su investimenti e etichettatura di prodotti provenienti dai territori occupati, e chiedendo alla UE di rafforzare i meccanismi di controllo e sanzione. Secondo, impegnarsi per mettere al centro delle relazioni con Israele il tema dei diritti umani.
Le organizzazioni palestinesi ed israeliane per i diritti umani denunciano che l’Italia è tra i paesi europei il meno “proattivo” al riguardo, anzi, in passato ha bloccato sistematicamente ogni proposta di impegno sui diritti umani ed il diritto internazionale umanitario verso Israele. Terzo chiedere la fine dell’impunità. Ad oggi le vittime palestinesi non hanno accesso alla giustizia, e le forze di sicurezza dell’ISA e la polizia penitenziaria godono di impunità nonostante siano coinvolti incassi di tortura e trattamento inumano e degradante. In Israele non esiste il reato di tortura né leggi sui crimini di guerra. E’ importante al riguardo sottolineare dall’altra parte l’intenzione a suo tempo annunciata da Abu Mazen di firmare una serie di convenzioni ONU sui diritti umani.
A novembre una delegazione della rete Euromediterranea per i diritti umani si è incontrata con il governo a Roma ed ha consegnato una serie di richieste chiare. Tra queste che l’Italia e la UE condizionino ogni forma di relazione bilaterale con Israele al rispetto del diritto internazionale. Che l’Italia e la UE chiedano la rimozione del blocco di gaza ed il congelamento dell’espansione degli insediamenti. Assicurarsi che gli insediamenti non possano trarre vantaggio alla cooperazione UE-Israele ed Italia-Israele. E che vengano applicare le linee guida UE sul finanziamento degli insediamenti, per prevenire qualsiasi forma di connivenza o cooperazione in violazioni del diritto internazionale.
Ultimo ma non da meno che venga posta fine all’impunità ed alle omissioni per quanto riguarda le richieste su violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale permettendo ai palestinesi di poter accedere alla giustizia. Senza giustizia non ci potrà essere alcuna prospettiva di pace per quei popoli. E’ L’Europa che ce lo chiede.