mercoledì 29 febbraio 2012

Quien debe a quien?

Abbiamo incontrato a gennaio a Quito, Ecuador Alberto Acosta, già Presidente dell’Assemblea Costituente dell’Ecuador, ed attento studioso dei temi del debito ecologico e dei diritti della Madre Terra, In questa intervista Acosta condivide alcune riflessioni sui temi della giustizia ecologica nel percorso verso la Conferenza delle Nazioni Unite su Sviluppo ed Ambiente che si terrà a Rio a giugno, la cosiddetta Rio+20. Quest’intervista fa parte di un dossier sul debito ecologico che verrà pubblicato prossimamente sulla rivista di Pax Christi Mosaico di Pace.

Francesco Martone: Come si può definire il concetto di debito ecologico e come si possono poi definirne le implicazioni concrete in termini di politiche locali, globali e nazionali che facciano perno sul principio del debito ecologico e della sua restituzione?

Alberto Acosta: Per debito ecologico si intende l’insieme di obblighi che alcuni paesi hanno in relazione ad altri derivanti da azioni che causano danni ambientali e che sono conseguenza di una relazione di dominio a livello internazionale. In questa prospettiva alcuni paesi hanno una responsabilità storica della quale devono farsi carico dal punto di vista culturale, ambientale e sociale.

Questo concetto apre la porta ad altre letture delle relazioni internazionali, assai caratterizzate finora dal debito finanziario, e fondate sul fatto che esistessero paesi con denaro e paesi senza denaro, che hanno un problema di debito, Il tema nel nostro caso è chi deve a chi e perché. Esistono tipi di debito ecologico che hanno a che vedere con le emissioni di gas serra da parte dei paesi ricchi che stanno approfittando della capacità di assorbimento di quei gas da parte di paesi già impoveriti dal modello dominante di sviluppo. Oppure lo sfruttamento ed esportazione delle risorse naturali senza assumerne i costi socio-ambientali correlati . Se esporti banane il mercato non riconosce i costi derivanti dall’uso dei pesticidi, che provocano malattie ai lavoratori, né l’impatto delle piantagioni monoculturali, o l’esaurimento di sostanze nutritive del terreno.

Si configura insomma uno scambio diseguale non solo da punto di vista commerciale ed economico ma anche ecologico. Egualmente, i paesi esportatori, obbligati a pagare il debito estero, lo fanno accumulando debito ecologico, generato dall’esportazione di materie prime. Esistono quindi distinte fattispecie di debito ecologico, che permettono di stabilire relazioni “decolonizzate” tra paesi e popoli. Non basterà più dire che i paesi ricchi con disponibilità di denaro s’ impegneranno a stanziare risorse finanziarie per sostenere programmi di adattamento e mitigazione dei cambiamenti climatici ad esempio. Si dovrà incorporare il criterio della loro responsabilità. Se parliamo di uno scambio ecologicamente diseguale, il tema del debito ecologico andrà internalizzato anche nei negoziati commerciali. Come valutiamo il costo ambientale, e sociale di una merce, anche in termini di contenuti di acqua o CO2?

FM: Come si inserisce nel tema del debito ecologico la questione sempre più pressante del riconoscimento dei diritti della natura, della Madre Terra, che ha fatto breccia non solo tra gli addetti ai lavori, ma anche in costituzioni come quella del tuo paese, e quella Boliviana?

AA: Quando parliamo di debito ecologico parliamo anche di un debito accumulato verso la natura, la Pachamama. Cosi’ ci sono anche paesi poveri che stanno generando debito ecologico, o sono complici della domanda di materie prime dei paesi ricchi. In sostanza però i grandi debitori sono i paesi creditori che in virtù dei loro crediti finanziari hanno imposto condizioni capestro ai paesi poveri che causano direttamente debito ecologico. Questo ci apre scenari ancor più interessanti: i paesi debitori del debito finanziario possono assumere una posizione più degna e meno subalterna nei negoziati internazionali.

Un paese che ha un debito finanziario può esigere il pagamento del debito ecologico. Ad esempio nel caso di ITT Yasuni (progetto del governo ecuadoriano di mantenere ingenti quantità di petrolio sottoterra in una zona di grande biodiversità abitata da popoli indigeni non contattati, in cambio di fondi internazionali NdA) , si tratta di una corresponsabilità di paesi ricchi ed indebitati, eguale e differenziata nel proteggere il pianeta. Il debito ecologico è un concetto molto potente e per questo molti non lo appoggiano, perché temono che questo crei un precedente rischioso.

FM: come si può restituire il debito ecologico e non cadere nella trappola secondo la quale il debito ecologico si può ripagare con risorse finanziarie, attribuendo un valore di mercato alla natura?

AA:. E’ un gran rischio credere che il debito ecologico si possa cancellare con il denaro. E’ il caso del Fondo Verde per il Clima lanciato alla Conferenza sul Clima dello scorso anno a Durban, che parrebbe essere uno strumento per ripagare debito ecologico, anche se i promotori si guardano bene dal riconoscerlo apertamente, o d’inquadrare le funzioni del Fondo nel concetto di restituzione.

La vera sfida è quella di assumersi responsabilità storiche. Nel caso dell’Ecuador non è solo quello di proteggere l’ITT Yasuni , ma anche di prevenire l’espansione della frontiera petrolifera all’interno della foresta amazzonica a Sud.

FM Come spieghi la contraddizione tra la necessità di pagare il debito sociale per le generazioni attuali ed il conseguente accumulo di debito ecologico per le generazioni a venire che permea molte delle esperienze di governi di sinistra in America Latina?

AA Apparentemente questa è una situazione senz’alternativa. I popoli dell’America Latina aspettano da tempo immemorabile che si paghi il debito sociale.

Ci dobbiamo allora chiedere quali siano le cause che lo impediscono, le ragioni strutturali di un sistema di sfruttamento, di negazione di diritti. Invece ci si limita ad addurre il pagamento del debito sociale e la riduzione della povertà come pretesto per giustificare l’ampliamento della frontiera estrattiva . Quasi sempre però è questa logica estrattiva che alimenta la povertà.

Insomma ci troviamo di fronte ad una perversione, ad un ossimoro. Inoltre, le economie estrattiviste, sviluppano patologie economiche, sociali e politiche. Si vive della rendita della natura e si dipende dalla domanda dei paesi ricchi e del capitale, e della nostra capacità di sfruttare la Madre Terra e la manodopera.

Ecco un altro aspetto del debito ecologico. A livello sociale hai società nelle quali i progetti di lotta alla povertà finanziati sfruttando la natura, alimentano politiche clientelari e populiste. A livello politico hai governi ad differente tasso di autoritarismo, basta dare un’occhiata ai paesi maggiormente produttori di petrolio nel mondo.

FM: Concetti come debito ecologico e diritti della Madre Terra sono ormai molto diffusi a vari livelli, un po’ come successe venti anni fa con lo sviluppo sostenibile. Un termine da allora usato ed abusato al punto da trasformarsi in tutto ed il contrario di tutto. Come evitare che questo succeda anche con il debito ecologico?

AA: Questi processi hanno a che vedere con i conflitti e le lotte per l’affermazione dei diritti , e non solo con il loro riconoscimento formale in una costituzione ed in leggi adeguate. Questo noi lo abbiamo fatto all’Assemblea Costituente di Montecristi frutto di processi collettivi, di popolo. I diritti della natura sono stati inseriti nella Costituzione dell’Ecuador , anche grazie al supporto di Eduardo Galeano, che riuscì a motivare altri congressisti che fino ad allora non erano interessati al tema.

Eppoi ci sono alcuni amministrazioni locali statunitensi che li riconoscono nei loro statuti e normative. Io provengo da una riflessione sul tema della Pachamama, anche se secondo la cosmovisione indigena in realtà non esiste una tal cosa quale i diritti della natura. Tutti noi esseri umani siamo all’interno di un processo di emancipazione, di umanità, e quando parliamo di Buen Vivir o Sumak Kawsay, non parliamo di modello alternativo di sviluppo, ma alternativa allo sviluppo. E su questo articoliamo alcuni concetti.

E non siamo i soli. Vorrei al riguardo concludere ricordando un grande scrittore italiano, Italo Calvino. Nel suo “il Barone Rampante”, Calvino parla dei diritti della natura, quando il Barone Rampante ormai vecchio, raccomanda ai liberali, nel bel mezzo della rivoluzione francese di concedere diritti alle donne, agli schiavi, agli animali, alle piante, alle erbe…

martedì 14 febbraio 2012

Dalla Sentenza Eternit a Rio+20

Per una strana coincidenza o ricorso storico, la sentenza contro i manager dell’Eternit si collega all’imminente vertice delle Nazioni Unite su Sviluppo Sostenibile che si terrà a Rio a metà giugno, la cosiddetta Rio+20. Venti anni fa, uno dei due manager condannati, Stephan Schmidtheiny fondò la lobby imprenditoriale del Business Council on Sustainable Development e la lanciò a Rio nel corso della Conferenza su Sviluppo ed Ambiente assieme al suo libro "Changing Course" (mutando la rotta) per propugnare la causa delle imprese “verdi”, e del ruolo chiave del settore privato nelle politiche di sviluppo sostenibile.

Eravamo all’indomani della fine della Guerra Fredda, che aveva portato con sé l’illusione che la forza del mercato e del consumo di beni potessero assicurare il progresso ed il miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità. Ogni laccio o lacciuolo rappresentato da politiche pubbliche, o da ipotesi di regolamentazione delle attività delle imprese andava perciò smantellato. Non a caso poco prima della Conferenza di Rio venne chiuso l’ufficio delle Nazioni Unite che stava lavorando ad una Convenzione internazionale vincolante sulle imprese. Al diritto internazionale pubblico venne sostituito il diritto internazionale privato, le regole lasse della “lex mercatoria”, il principio di Responsabilità Sociale d’Impresa. Accanto alla fiducia nei confronti delle imprese transnazionali, si coltivava la speranza che il dividendo di pace generato dalla fine della guerra fredda potesse contribuire ad assicurare un futuro migliore per l’umanità attraverso un aumento delle risorse destinate allo sviluppo ed alla lotta alla povertà.

La “longa manus” della lobby incarnata da Schmidtheiny si fece sentire anche dieci anni dopo, alla Conferenza di Johannesburg, o Rio+10 che consacrò l’era del partenariato tra Nazioni Unite ed imprese, nel quadro del Global Compact. Il discorso sullo sviluppo sostenibile venne così rapidamente cooptato da chi vedeva nei partenariati pubblico-privato per il perseguimento degli obiettivi di sviluppo del Millennio, un’opportunità per le imprese di accedere a settori quali l’acqua, la salute, l’educazione. Insomma, un approccio ancillare a quello che vedeva nell’allargamento dell’ambito negoziale di Johannesburg a comprendere questioni quali il commercio internazionale e gli investimenti, per poter trovare uno spazio alternativo a quello dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, il cui negoziato di Doha stentava a decollare.

Ora, dieci anni dopo si potrebbe assistere in nome della “Green Economy”, alla promozione di strumenti finanziari per l’ambiente, di derivati verdi, modelli di commercio globale di permessi di emissione, di tutela della biodiversità, di privatizzazione ulteriore dei beni comuni. Basta leggere un importante documento preparato dall’UNEP (Agenzia Onu per l’Ambiente) che teorizza un approccio di mercato alle questioni ambientali, nella convinzione che la mancata applicazione delle politiche ambientali sia solo conseguenze di “errori di mercato” nell’attribuzione di valori economici e monetari a servizi ambientali. Lo stesso rapporto riafferma la fede nella proprietà privata, e nella possibilità che attraverso la proprietà privata delle risorse naturali si possa assicurare un loro utilizzo sostenibile. Altro che beni comuni o “commons”.

Sul tema della Green Economy e sui rischi di un’approccio di mercato si gioca una buona parte della discussione politica e teorica verso Rio+20. E la sentenza Eternit dimostra come in mancanza di un quadro di regole vincolanti per le imprese, e di un forte “ancoraggio” ai diritti umani ogni considerazione sociale, o ambientale resta in secondo piano rispetto all’obiettivo del profitto.

La Conferenza dovrebbe anche discutere di un riassetto degli strumenti globali di governo delle questioni ambientali, ma ad oggi non si è ancora trovato un accordo sulla forma, se cioè rafforzare l’UNEP oppure costituire un Consiglio per lo Sviluppo Sostenibile. L’Unione Europea ha già fatto sapere che insisterà per un esito positivo di Rio, forte del ruolo svolto nel salvataggio in zona Cesarini del negoziato sul Clima di Durban del dicembre scorso. Tra i punti di forza della posizione europea il rilancio della cooperazione internazionale allo sviluppo (un controsenso visti i tagli crescenti ai fondi di cooperazione di molti paesi europei) verso quella meta finora irraggiungibile dello 0,7% del PIL, ed il lancio di un’iniziativa sull’accesso all’energia che possa fin d’ora mettere in pratica alcuni degli obiettivi della Conferenza sui Cambiamenti Climatici riguardo le energie rinnovabili ed un modello di sviluppo a basso contenuto di CO2. Ha colpito anche una recente dichiarazione di Connie Hedegaard (Commissaria per il Clima) secondo cui a Conferenza di Rio dovrà impegnarsi superare il paradigma della crescita, e i parametri del PIL.

Certamente leggendo la prima bozza di documento negoziale, la cosiddetta “Zero draft” le speranze di un esito di alto livello restano esigue. C’è però un altro percorso che si sta sviluppando verso Rio+20, al lato di quello delle consultazioni con la società civile ed è quello dei movimenti sociali che si ispirano all’ecologia sociale ed alla critica radicale al modello neoliberista. Movimenti che stanno lavorando per la convocazione di un Vertice dei Popoli della terra, movimenti indigeni che si riuniranno nella Conferenza Globale di Karioka, in un appuntamento “alternativo” che si preannuncia di grandissimo rilievo.

Sono gli eredi di quel primo embrione di movimento globale che vide la sua nascita proprio a Rio, 20 anni fa nelle riunioni del Global Forum e che avrebbe prodotto proposte alternative fondate sulla giustizia ambientale, ed il debito ecologico, addirittura dei Trattati alternativi sulle varie tematiche di negoziato. In Italia era attiva, grazie alla grande intuizione del compianto Alex Langer, la Campagna Nord-Sud, Sopravvivenza dei Popoli, Biosfera, Debito, una rete nazionale ed internazionale di movimenti, ONG e realtà impegnate nei temi dello sviluppo, i diritti dei popoli, l’ambiente.

Da allora proprio l’America Latina è diventata laboratorio di approcci alternativi che mettessero in pratica il concetto di debito ecologico, e lo articolassero attraverso i principi del diritto, (ad esempio i diritti della Madre Terra) e la “buona vita” o Buen Vivir, recepiti nelle Costituzioni di Ecuador e Bolivia. Sia in America Latina, che in Asia i movimenti che si occupavano di debito estero quali la campagna Jubilee South, hanno abbracciato i temi del debito ecologico e della giustizia climatica, consci dell’urgenza di affrontare in maniera radicale gli effetti devastanti della triplice crisi, e rifondare sui temi ambientali e dei beni comuni, la domanda che da sempre si poneva chi chiedeva la cancellazione del debito dei paesi in via di sviluppo: “quien debe a quien? Chi deve a chi”?

Saranno proprio questi i pilastri intorno ai quali si muoveranno le iniziative dei movimenti sociali globali a Rio: beni comuni, giustizia climatica, restituzione del debito ecologico sullo sfondo di una crisi che può paradossalmente aprire la strada ad un futuro migliore, costruito dal basso, con pratiche e proposte fondate sulla giustizia e l’equità sui diritti ed il diritto dei popoli e della natura.

domenica 29 gennaio 2012

La crisi europea vista dal sud

Intervista ad Alberto Acosta
19 / 1 / 2012

Incontriamo a Quito Alberto Acosta, economista della FLACSO, ispiratore delle campagne sulla cancellazione del debito estero, e delle iniziative di audit del debito, nonché già Presidente dell’Assemblea Costituente dell’Ecuador. Per anni ha collaborato con la Fondazione Friedrich Ebert, in Germania ed in Ecuador. A lui chiediamo un commento sulla crisi europea, sulle prospettive dal punto di vista del Sud del mondo, sulle sfide comuni, e le possibili soluzioni

FM: Alberto, come vedi dalla tua prospettiva di persona attiva nei movimenti sociali latinoamericani e globali, e sulla scorta della tua esperienza sui temi del debito estero e della globalizzazione, la crisi che sta passando l’Europa? Una crisi multipla, economica, finanziaria, politica, sociale, culturale, che sta trasformando noi, cittadini di paesi finora visti come creditori nei confronti del mondo di maggioranza, in vittime di processi di aggiustamento strutturale, in quanto supposti debitori nei confronti dei mercati finanziari?

AA: Una prima considerazione è che l’Europa per oltre 500 anni è stata il centro del pensiero nel mondo , l’”American Way of Life” nei fatti è impregnata di cultura europea. L’Europa ha insegnato al mondo, e noi abitanti del pianeta abbiamo accettato di essere europeizzati accettando che l’Europa fosse il luogo dove apprendere. Ora vedo che l’Europa non ha nulla da insegnare, e non ha la capacità di apprendere da questa crisi.

FM: Se non abbiamo più nulla da insegnare cosa potremmo apprendere?

AA: Dalla prospettiva latinoamericana , entriamo direttamente nel tema del debito e della crisi finanziaria. Gli Europei stanno applicando politiche economiche che hanno fallito in America Latina. Noi in America Latina usciamo dalla lunga crisi del debito estero quando cambiano le condizioni del mercato finanziario globale, e le condizioni di scambio nel commercio internazionale, Si pongono così le basi per una rivalutazione delle “commodities” e cadono i tassi di interesse, permettendo così nell’ultimo decennio - la crescita dell’economia. Non siamo usciti dalla crisi applicando le politiche del FMI, che sono la causa di maggior recessione, ed in ultima istanza, di maggior debito ecologico. In Europa si stanno applicando politiche simili a ciò che hanno fatto Ecuador, Messico, Venezuela , Colombia in passato, ovvero salvare le banche ma non gli interessi della collettività. Si stanziano cifre enormi di denaro per finanziare le banche in crisi , ma non per rispondere alle esigenze della società. Conosciamo quelle ricette di austerità, restringere la spesa sociale, paralizzare l’apparato produttivo, consolidare l’austerità fiscale, misure che inevitabilmente portano alla recessione, Non si fa tesoro di ciò che disse a suo tempo Carlo Marx: “il capitale richiede la speculazione per accumulare”, e Marx ricorda quello che disse un banchiere “E’ difficile capire dove termina all’interno di un impresa la rendita economica ed inizia quella speculativa” Ecco questa è l’essenza del capitalismo. Di fatto si sta consolidando una bolla speculativa, proteggendo gli speculatori e non i cittadini.

FM: Come ne siete usciti voi da questa trappola?

AA: Ne siamo usciti grazie ad un’altra politica economica, ma soprattutto grazie alle nuove condizioni dei mercati internazionali, l’enorme domanda che proviene dalla Cina, ed a suo tempo anche dagli Stati Uniti portarono i prezzi delle materie prime a livelli alti. Non siamo di certo usciti dalla crisi con le ricette ora applicate in Europa. Eppoi, vedo un problema più grande in Europa, quello di un continente che non sa apprendere neanche dalla sua storia. È vero che ora alla Grecia si sta riducendo il debito ma questo andava fatto all’inizio, perché il debito non fosse un ostacolo al pagamento stesso del debito. Davvero non capisco perché i paesi del Sud dell’Europa non vengono trattati come fecero gli Alleati con la Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale. Basta leggere il testo dell’Accordo di Londra del 27 febbraio 1953, attraverso il quale si annullò parzialmente il debito tedesco, riducendo i tassi d’interesse, si ampliarono i termini temporali per il pagamento dei debiti rimasti, e solo di recente la Germania ha finito di pagare quei debiti. Si stabilì uno schema che in caso di deficit fiscale e commerciale, si sospendeva il pagamento del debito, e si avviava una procedura di arbitrato internazionale , mentre i paesi creditori si impegnarono a comprare prodotti tedeschi. Ecco il tema. Quello dell’incapacità dell’Europa di dare una risposta perché oggi l’Europa per sua propria necessità dovrebbe avviare un tribunale internazionale di arbitrato sul debito sovrano dal quale trarrebbe grande beneficio per non tornare alle pratiche speculative.

Altra cosa che mi angustia dell’Europa, è che si credeva che avendo semplicemente una regola fiscale rigida si potessero risolvere tutti i problemi, Prima c’erano i parametri di Maastricht, (3.5% del PIL) , quella già fu una cosa brutale. L’Europa è stata in grado di avviare un processo d’integrazione assai interessante, una delle poche regioni a mondo con una moneta unica, ma si dimenticò l’Europa politica. Dov’è lo Stato europeo? Chi fa la politica monetaria? Non possono essere le banche centrali degli stati membri, ci deve essere una Banca centrale autonoma. Non parlo dell’autonomia neoliberista delle banche verso lo stato e la società, che è perniciosa. Parlo del’autonomia dagli altri stati. L’Europa non ha una politica fiscale propria, non è uno Stato . Quello che ha sono governi, alcuni potenti, quali l’asse “Merkozy”, con la Germania che da prova di un’incredibile miopia.

FM: In molti paesi europei si stanno lanciando iniziative sull’audit del debito, che traggono ispirazione proprio dall’esperienza ecuadoriana. Sulla scorta della vostra esperienza pensi che questa possa essere una strada percorribile per recuperare un controllo dal basso dei processi d’ indebitamento e nei fatti contribuire alla soluzione di una crisi che più che economica è politica, e può essere risolta anzitutto con più democrazia?

AA: L’istituzione della CAIC (Commissione di Audit del Debito) da parte del governo ecuadoriano fu conseguenza della forte pressione dei movimenti e della società civile, ed è bene che lo stesso accada ora in Europa. Se i governi non vogliono, allora dovranno essere i cittadini ad iniziare, a livello europeo, nazionale e se necessario locale. Un processo di audit dovrà stabilire le cause dell’indebitamento, anche studiando le corresponsabilità di coloro che hanno acquistato buoni pubblici. Quindi, un audit che possa permettere di identificare quali porzioni del debito siano illegittime e/o odiose, e quali invece possano essere sottoposte a rinegoziazione. Sia chiaro, un processo di audit ha senso solo se propedeutico alla costituzione di un Tribunale internazionale di arbitrato sul debito sovrano e nel quadro di una serie di proposte alternative quali la creazione, parallela all’Euro, di valute locali, che possano servire a mitigare le ricadute economiche e sociali della crisi. Non l‘uscita dall’Euro, ma il sostegno a valute locali secondo esperienze già provate in Europa in passato.

FM: Tornando alla Germania, tu che conosci a fondo quel paese, quale pensi che sia la motivazione di questa posizione di grande rigidità che potrebbe alla lunga risultare estremamente controproducente per gli interessi stessi di Berlino?

AA: Ti rispondo con un detto locale: “La vacca dimentica di essere stata vitello”. la Germania non vuole ricordare il trattamento a lei riservato in passato perché questa potrebbe essere la soluzione attraverso un tribunale internazionale di arbitrato. Eppoi c’è un problema reale e serio, quello dei tempi corti degli interessi elettorali. La Germania non vuole ammettere le sue responsabilità pregresse nella crisi, quando non sollevò alcuna critica al momento dell’entrata, nei fatti fraudolenta, della Grecia nell’Unione. I tedeschi hanno concesso crediti allegramente finché questo li portava a fare affari, fiduciosi com’erano della forza salvifica del mercato, ed ora non vogliono risolvere il problema, perché questo significherebbe aumentare la domanda di prodotti italiani e greci, ad esempio. Allora cosa fanno? Impongono aggiustamenti strutturali agli strati meno protetti della popolazione europea, mentre in Germania non si azzarderebbero a farlo.

FM: La cosa interessante della Germania è che sono ostaggi di questo dogma dell’”Hausordnung”, ma quest’ossessione creerà grandi problemi di smaltimento dei loro prodotti in mercati importanti per le loro merci, ovvero quelli dei paesi del Sud Europa?

AA: Questa rigidità ha costi. Una è quella di restringere la capacità di assorbimento dei mercati, l’altra è la negazione di politiche anticicliche. Ora si arriva alla massima perversione, quella di trasformare gli equilibri fiscali di Maastricht in norma costituzionale. Gli Europei non hanno mai letto cosa accadde all’Argentina con la convertibilità? S’ introdusse nella Costituzione una norma rigida, (un dollaro-un peso), e con la fine della convertibilità fu il disastro. Noi in Ecuador, pur avendo come valuta il dollaro USA, non abbiamo una norma costituzionale al riguardo.

FM: L’introduzione della regola aurea crea una drammatica asimmetria tra gli obblighi costituzionali verso i mercati finanziari e quelli che lo Stato dovrebbe avere nella promozione e tutela dei diritti economici, sociali e culturali dei suoi cittadini, a favore dei primi. E li indebolisce. In un’Europa già afflitta da un problema di democrazia si sta scommettendo in un processo che in futuro sarà ancor meno democratico. E’ il paradosso di cui parla Dani Rodrik nel suo ultimo libro “Il Paradosso della Globalizzazione”, quello del un trilemma, tra democrazia, interesse nazionale e mercato, e lui opta per dare priorità ai primi due.

AA: Infatti. Oggi in Europa si sta sacrificando la democrazia, uno stato di diritto e di welfare per proteggere gli equilibri macroeconomici, ma credo che l’Europa abbia ora una grande opportunità. Quella di saltare sulla propria ombra, costruire uno stato europeo democratico, una propria politica monetaria e fiscale, recuperare il suo mercato interno, ristabilire relazioni non coloniali con il Sud del mondo, e affrontare le grandi emergenze ambientali. L’Europa si può trasformare in un continente di idee. in Europa si stanno aprendo importanti discussioni, come quella sulla decrescita. Lo stesso Bundestag ha creato una commissione di studio sulla decrescita. Se è vero come dicevo all’inizio, che oggi l’Europa ora non ha nulla da insegnare, né da apprendere è anche vero che esiste un’altra Europa quella dei movimenti, dei cittadini, (penso ad esempio agli Indignados) che sfidano anche la sinistra tradizionale, che può dare un forte impulso a questa opera di ricostruzione dal basso.

domenica 18 dicembre 2011

un bilancio dopo Durban

Provare a valutare sull’esito della 17° Conferenza delle Parti sui Mutamenti Climatici da poco conclusa a Durban, è esercizio difficile o forse scontato. Da tre anni all’indomani delle varie COP, da quella di Copenhagen, (luogo del clamoroso flop che ha fatto scricchiolare paurosamente l’impianto multilaterale del negoziato) a quella di Cancun (nella quale si optò per la strategia dei “building blocks” , o dei piccoli passi) i pareri si dividono. Chi accusa il modello multilaterale di dare eccessivo spazio agli interessi degli inquinatori, o troppa voce a paesi insignificanti in una visione di politica di potenza, chi accoglie come evento di portata storica un impegno ancora sulla carta per un accordo internazionale legalmente vincolante, chi si accontenta di aver mantenuto il protocollo di Kyoto in terapia intensiva. Insomma si aggrava una già grande divaricazione tra realtà e volontà politica. Una realtà che richiede misure urgenti, mettendo a nudo l’inadeguatezza delle cifre sulle quali si costruirà l’impianto futuro di governo delle politiche climatiche. Oggi parlare di contenere un aumento di temperatura a 2 gradi o di 1,5 significa negoziare la sopravvivenza di interi paesi, e decine di migliaia di potenziali rifugiati ambientali. Eppoi c’è l’altra realtà, quella del modello stesso di negoziato, improntato sull “hard power”, sulla trattativa fatta di confronti diretti, di bracci di ferro, di “brinkmanship” come da gergo diplomatico, ovvero di passeggiate rischiosissime sul filo del rasoio per riuscire a strappare una mediazione al ribasso. Ci sono governi che in nome dell’equità chiedono un impegno di riduzione delle emissioni per tutti eccetto che per loro, e poi , come nel caso dell’India dimenticano opportunamente l’equità quando si tratta di politiche energetiche nazionali. O chi , USA, Canada, Russia, Giappone, cerca di affossare del tutto il Protocollo di Kyoto per un modello di gestione delle emissioni si base volontaria e senza alcun possibile sistema sanzionatorio. C’è poi chi, in nome dei paesi più poveri o dei diritti della Pachamama, fa appelli al riconoscimento del debito ecologico, e poi continua a far dipendere tutta la sua economia dallo sfruttamento di petrolio ed affini. Insomma, tra miopia nella capacità di lettura dei costi umani ed ecologici dei mutamenti climatici, e tatticismi o riposizionamenti strategici di paesi o blocchi di paesi, il negoziato sul clima rischia di perpetuare una profonda inadeguatezza, se non addirittura di trasformarsi in una palude nella quale resta invischiata qualsiasi ipotesi alternativa. Sia ben chiaro, oggi il problema non è quello di abbandonare il modello multilaterale, semmai quello di sforzarsi per renderlo più aperto, per farne uno spazio comune di elaborazione e proposta politica e programmatica per la cura dei “commons” atmosferici. La UNFCCC oggi questo non è. Restano fuori dalla trattativa e dalla partecipazione attiva soggetti non statuali , movimenti, realtà di base, la società civile, gli enti locali e le amministrazioni virtuose, le piccole imprese e cooperative che oggi lottano per difendere una nicchia di mercato, quella delle rinnovabili su piccola scala, dal dominio di poche multinazionali. A loro viene solo concesso il ruolo di “lobby” o di partecipazione ad eventi paralleli, o esposizioni sull’innovazione tecnologica, senza che dalle buone pratiche si possa distillare un congiunto di regole ed impegni per una trasformazione radicale del modello di sviluppo. Il primo punto sul quale riflettere nel dopo Durban è che oggi quel sistema di negoziato non rispecchia la trasformazione che è avvenuta nelle relazioni internazionali, nelle quali si sono andati affermando nuovi soggetti ed attori che rivendicano giustamente pari dignità nel governo del mondo. Anzi, la prassi di negoziati a porte chiuse, nei quali rappresentanti dei vari governi hanno combattuto fino allo stremo per difendere i propri interessi nazionali, a Durban addirittura sforando nei tempi supplementari, è continuata, mentre alla possibilità di accrescere il ruolo dei cosiddetti “stakeholders” è stato dedicato un misero workshop. Ad eccezione del cosiddetto settore privato, al quale vengono riconosciuti ruoli di tutto rilievo, intendendo però come settore privato quello delle grandi lobby energetiche non certo quello delle cooperative, piccole e medie imprese, realtà comunitarie o su piccola scala dedite all’innovazione. Insomma, finché l’UNFCCC resta un’arena di “wrestling” tra paesi e blocchi di paesi nella quale si riconfigurano o disegnano nuovi assetti anche geopolitici, non si riuscirà ad uscire dall’impasse. Così anche quella che oggi viene letta da alcuni come una grande vittoria, ovvero l’ impegno per concludere un accordo internazionale vincolante entro il 2015, (un “coup de theatre” annunciato, dell’Unione Europea che è riuscita in un colpo a farsi portavoce dei paesi più poveri e di quelli insulari e coinvolgere la Cina - magra consolazione per chi chiede un protagonismo maggiore dell’Europa sui temi globali) rischia di perpetuare uno scontro che poco ha a che vedere con il futuro del pianeta e molto di più con il posizionamento strategico o il puro e semplice interesse nazionale nella sua accezione più miope. Eppure, qualche giorno fa il Social Europe Journal, sottolineava come da una parte i governi hanno rinunciato alla loro sovranità nazionale a favore dei mercati finanziari, ed a Standards’ & Poore mentre dall’altra non ne vogliono sapere di cedere sovranità sul tema della riduzione delle emissioni. Eppoi il paradosso è che se per la crisi finanziaria i governi hanno accettato di agire di concerto (seppur proponendo le ricette sbagliate) per quanto riguarda il clima pospongono in continuazione ogni forma di accordo. Ecco l’ennesima contraddizione della quale il processo del negoziato climatico è profondamente intriso. Per tornare al risultato di Durban, secondo la strategia dei “building block” dalla COP17 esce un abbozzo di architettura istituzionale, dal Comitato per l’Adattamento, alla creazione del Fondo Verde per il Clima, alla segreteria per il trasferimento di tecnologia , all’accordo su modalità di informazione e rendicontazione dei programmi di mitigazione e del loro finanziamento, ad un quantomeno vago mandato per continuare nello sviluppo e messa in atto di programmi per la tutela delle foreste. Resta in rianimazione il protocollo di Kyoto, il cui secondo periodo di impegno viene sussunto - come in una matrioska russa - nel quadro di un “pacchetto” che prevede la negoziazione di un accordo globale vincolate per la riduzione delle emissioni entro il 2015 e che verrà negoziato in un gruppo di lavoro ad hoc sulla Piattaforma di Durban per l’azione rafforzata. Kyoto resta un Giano bifronte: da una parte guarda indietro, proponendo misure di mercato quali il commercio di permessi di emissione, soluzioni false all’emergenza climatica e dall’altra guarda in avanti, fornendo la base sulla quale provare a costruire un sistema globale di verifica e sanzioni per chi non ottempera agli impegni di riduzione. Le prospettive generali per il negoziato non sono incoraggianti. I governi si riuniranno di nuovo a maggio a Bonn per poi convergere tutti nella kermesse di Rio+20 dove il rischio di un assalto alla diligenza dei fondi climatici da parte della Banca mondiale è elevatissimo, come grande è la preoccupazione per un ulteriore spinta alla finanziarizzazione delle tematiche ambientali globali in nome di una non meglio definita “Green Economy”. E poi la prossima COP 18 sarà a Doha, in Qatar, cuore dell’impero petrolifero. Che fare allora? Aspettare il 2020 anno nel quale i nuovi possibili accordi diventeranno operativi, o azzardarsi ad implementare gli impegni di riduzione senza aspettare la loro ratifica dalla comunità internazionale? Se guardiamo a casa nostra, oggi, due possono essere le possibili strategie. Da una parte una moratoria all’espansione della frontiera petrolifera nel nostro paese, sostenendo le comunità e le amministrazioni locali, dall’Abruzzo, alla Basilicata alla Puglia che resistono alle trivellazioni. E dall’altra insistere nella costruzione di un blocco “sociale” tra movimenti per la giustizia climatica, associazionismo, amministrazioni locali virtuose, comunità che soffrono gli effetti dei cambiamenti climatici, sindacato, settori imprenditoriali “virtuosi” , settore finanziario “alternativo”. E non aspettare fino al 2020 che i governi decidano per il futuro del Pianeta ma praticarlo fin d’ora.