martedì 18 agosto 2015

le ragioni delle mobilitazioni dei movimenti sociali ed indigeni in Ecuador,

Sciopero generale nelle fabbriche convocato dai sindacati di sinistra ecuadoriani in sostegno al 'paro' dei movimenti sociali ed indigeni. Dopo una forte repressione in varie zone del paese. Utilizzando il pretesto dello stato di emergenza decretato per la possibile eruzione del vulcano Cotopaxi esercito e polizia stanno presidiando zone dove la mobilitazione indigena e' stata piu' forte tra cui Morona Santiago e Loja dove decine di indigeni Saraguro sono stati arrestati. Un'altra manifestazione e' convocata a Quito per oggi. Ed  attenzione ad un dettaglio non di poco conto: a differenza delle destre che tentano di cavalcare senza successo la mobilitazione popolare nel paese, qua non si chiede la destituzione di Correa, ma la convocazione di una consulta popular sulle proposte di emendamendo alla Costituzione, tra cui la possibilita' di rielezione indefinita del presidente o le leggi sulla privatizzazione di terra ed acqua strumentali agli interessi dell'agribusiness che ha spinto per la firma del trattato di libero scambio tra Ecuador ed Unione Europea. Questa e' rivolta del lusso o mobilitazione golpista come accusa il governo? Chiedono quello che chiediamo anche noi qua , no alla privatizzazione dei beni comuni no ad una svolta autoritaria imposta a colpi di maggioranza in Parlamento, no allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, si al rispetto dei diritti dei lavoratori.

domenica 2 agosto 2015

Fermare la strage in Kurdistan ora.

Ma com'è sta storia, prima ad agosto dello scorso anno hanno fatto aprire le Camere di fretta e furia per mandare armi i peshmerga (arrivate poi assai più tardi - e dei ferrivecchi), cosa che era già di suo assai dubbia come operazione, ed ora che il pascià Erdogan prima lascia che i miliziani ISIS agiscano indisturbati ed ora con l'avallo di tutti bombarda i kurdi nel Kurdistan irakeno, facendo una strage, non si sente mosca volare. Nessun cinguettio del ministro della difesa che declama la forza della resistenza kurda, (si certo si parla di quelli di Barzani, ma i jet turchi là stanno bombardando mica per altro), silenzio assordante della politica. La stessa ministro che in diretta tv promise supporto armato e non al YPG in occasione di una recente visita di una delegazione kurda in Italia - e che due settimane fa si è recata in visita ai militari italiani ad Erbil dove opera un contingente di addestratori italiani. Ironia della sorte, uno dei compiti è anche quello di pattugliamento aereo sul Kurdistan irakeno con droni. C'è un sacco di traffico da quelle parti. Ed il ministro degli esteri che incontrò anche lui la delegazione dell'YPG, che dice? Magari era anche uno di quelli che invocavano "moderazione" nelle azioni militari di Erdogan nel corso dell'ultimo incontro del Consiglio Atlantico? E' impressionante notare la "sequenzialità" dei fatti e la sfida di Erdogan in particolare all'Europa che appunto al Consiglio Atlantico spese parole forse a questo punto solo di circostanza - per chiedere che l'operazione militare non pregiudicasse il processo di pace con i kurdi. Poche ore dopo la riunione di Bruxelles, proprio per essere "moderato" Erdogan intensifica i bombardamenti contro i kurdi. Usa il pretesto della lotta all'ISIS per ritagliarsi una zona cuscinetto con il confine con la Siria e cerca in ogni maniera di sferrare un colpo micidiale anche all'HDP, partito di sinistra dei kurdi turchi che proprio in virtà dell'inatteso successo elettorale, rende impossibile la formazione di un governo con ampio supporto del parlamento. La fase tre sarà quella di tornare alla urne, usando i kurdi come arma elettorale. Nel frattempo gli appelli alla moderazione nell'uso della forza si tradurranno in complicità nell'ennesima strage.

mercoledì 29 luglio 2015

I colpevoli silenzi di Renzi in Israele e Palestina


In Israele e Palestina, nel corso del suo recente viaggio, il premier Matteo Renzi avrebbe avuto più volte occasione di riaffermare alcuni punti imprescindibili relativi all'occupazione, all'urgenza di riavviare un processo di negoziato per assicurare il rispetto del diritto internazionale e neppure riferito alla formula rituale dei due stati per due popoli, pur desueta e nei fatti resa oggi impraticabile dai cosiddetti “facts on the ground” ovvero la fitta espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

Non è stato così, ed ha fatto bene Pax Christi in un suo comunicato (http://www.paxchristi.it/?p=10694) a stigmatizzare duramente le reticenze del premier ed il suo silenzio in risposta all'appello di Abu Mazen al rispetto della legalità internazionale. Avrebbe avuto dalla sua la forte presa di posizione del Consiglio dei Ministri degli Esteri Europei che proprio qualche giorno prima della sua missione in Medio Oriente, il 20 luglio, ha prodotto una dichiarazione nella quale si riaffermava la condanna dell'occupazione e degli insediamenti, e delle continue violazioni del diritto internazionale, attraverso la costruzione del muro, la demolizione di abitazioni palestinesi, i reinsediamenti forzati, e la violenza dei coloni. (http://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2015/07/20-fac-mepp-conclusions/)

I ministri degli esteri UE hanno poi ricordato la gravissima situazione a Gaza, e invitato Israele ad agevolare l'invio di aiuti umanitari, la ricostruzione e la ripresa economica. Insomma, una presa di posizione - seppur giustamente equilibrata da richieste chiare anche alla controparte palestinese – che non lasciava adito a fraintendimenti e che ribadiva la validità della formula dei due stati per due popoli. Tuttavia nelle dichiarazioni ufficiali del premier in Israele nulla di ciò sembra essere stato evocato. Solo parole di riconoscimento e amicizia con Israele, e un generico appello a non sostenere campagne di boicottaggio. “Chi pensa di boicottare Israele non si rende conto di boicottare se stesso, di tradire il proprio futuro”. E “L’Italia sarà sempre in prima linea nel forum europeo e internazionale contro ogni forma di boicottaggio sterile e stupido”.
A tal riguardo vale la pena di ricordare alcuni fatti. Il primo, è che per Israele qualsiasi strumento di pressione commerciale o finanziaria volto a richiamare il governo israeliano alle sue responsabilità riguardo alla violazione del diritto internazionale attraverso la costruzione di insediamenti è da considerare un boicottaggio, Anche le linee-guida dell'Unione Europea sulla collaborazione nei territori occupati, o le intenzioni più volte annunciate da parte della Commissione di emanare linee-guida sull'etichettatura dei prodotti provenienti dalle colonie.

Le parole del Presidente del Consiglio non sono state forse dette a caso. Nello stesso documento del Consiglio dei Ministri Europei del 20 luglio infatti si riafferma l'impegno della Commissione ad assicurare l'attuazione della legislazione esistente sui prodotti provenienti dalle colonie, in quella che vari osservatori hanno letto come un'accelerazione. Quella del “labeling” è una storia lunga, che da anni si discute a Bruxelles. Nei fatti null'altro si propone se non un'etichettatura differenziata per i prodotti delle colonie israeliani dei Territori Occupati, che al momento vengono vedute in Europa come Made in Israel. Con altra etichetta che ne chiarisca la provenienza da insediamenti illegali si darebbe l'opportunità ai consumatori di discriminare in negativo questi prodotti, e scegliere di non acquistarli per non contribuire economicamente all'occupazione. Nonostante ripetuti annunci, l'ultimo dei quali da parte di Lady Ashton, secondo il quale entro il 2014 si sarebbe provveduto all'emanazione di linee guida sull'etichettatura dei prodotti dalle colonie, le pressioni delle lobby ed il timore di essere accusati di antisemitismo dal governo israeliano hanno sempre rallentato l'adozione di tali linee guida. Nel frattempo però alcuni stati membri decisero di far da soli, iniziando con il Regno Unito nel 2009, seguito poi da Danimarca nel 2012 e Belgio nel 2014. Poi più di recente, ad aprile 2015 ben 16 ministri di stati membri, inclusa l'Italia, hanno scritto alla Commissione per chiedere con forza l'applicazione delle linee guida. Già nell'estate del 2014, alcuni stati membri tra cui l'Italia, avevano avvisato le proprie imprese rispetto alle possibili ricadute di eventuali attività di finanziamento o investimenti nelle colonie israeliane.  

Ciònonostante, come denuncia la campagna italiana BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) nel dicembre 2013 ACEA aveva già firmato un accordo con la compagnia israeliana Mekrorot mentre l'impresa Pizzarotti partecipa alla costruzione del treno ad alta velocità tra Gerusalemme e Tel Aviv, attraversando per circa 6 kilometri la Cisgiordania. La Commissione aveva anche in passato - precisamente nel luglio 2013- emanato linee guida su finanziamenti e partecipazione in attività nei territori occupati. La Campagna BDS (http://bdsitalia.org) è una campagna nonviolenta che la società civile palestinese ha legittimamente proposto alla comunità internazionale come forma di pressione su Israele, per chiedere il semplice rispetto dei diritti umani e delle risoluzioni ONU.
Di recente il primo ministro israeliano Nethanyahu ha protestato energicamente contro l'Alto Commissario Federica Mogherini bollando come boicottaggio le misure della UE mirate essenzialmente ad assicurare il rispetto dei diritto internazionale violato attraverso l'occupazione dei territori e le politiche di espansione degli insediamenti. Non è una novità. ma  le parole di Matteo Renzi contro il boicottaggio sembrano accogliere questa linea. Ancora, proprio negli stessi giorni nei quali veniva pubblicata la dichiarazione del Consiglio dei Ministri degli Esteri della UE e Matteo Renzi si apprestava a suo viaggio in Medio Oriente, lo European Council for Foreign Relations, ha reso noto un nuovo documento a firma di Mattia Toaldo e Hugh Lovatt, dal titolo “EU differentiation and Israeli settlements” (http://www.ecfr.eu/publications/summary/eu_differentiation_and_israeli_settlements3076) che riprende il tema delle sanzioni, analizza le politiche europee al riguardo e giunge ad una serie di importanti conclusioni. La prima è che la UE, non avendo adottato una chiara posizione di differenziazione tra Israele e territori occupati, rischia di violare le sue stesse leggi, a fronte di un'obbligo legale di attuare tale distinzione. I due ricercatori propongono inoltre di allargare ulteriormente lo spettro di iniziative volte ad assicurare il rispetto del diritto internazionale, la coerenza con le proprie norme, ed esercitare pressione su Israele affinché sostenga convintamente la formula due Stati per due popoli. Insomma, le misure prese dalla UE sono mirate proprio a contribuire a sanare le inaccettabili e protratte violazioni del diritto internazionale. I due autori traggono le logiche conseguenze. La prima è quella di riconoscere il principio della differenziazione anche nel caso di attività di sostegno a banche ed enti di credito israeliani che rendono possibile la costruzione di insediamenti, la seconda è quella di prendere in considerazione anche le normative su prestiti e ipoteche. Ad esempio in caso di cittadini di uno stato membro aventi anche cittadinanza israeliana dovrebbe essere proibito utilizzare proprietà nei territori occupati a garanzia di eventuali prestiti di banche europee. Non dovrebbe essere possibile per la UE riconoscere titoli ed attestati di istituzioni mediche o accademiche israeliane con sede in Cisgiordania, visto che la UE non riconosce e la sovranità israeliana su quei territori. Eppoi per quanto riguarda Gerusalemme Est, visto che la UE non riconosce l'annessione e ritiene illegali gli insediamenti, andrebbe proibita ogni forma di cooperazione o riconoscimento di istituzioni israeliane di stanza a Gerusalemme Est tra cui il ministero di giustizia. 

Insomma, affinché la UE possa svolgere un ruolo di primo piano come attore di mediazione tra Palestina ed Israele, sarà necessario assicurare anzitutto il rispetto delle proprie regole e norme, e poi contribuire a riequilibrare le asimmetrie esistenti nei rapporti di forza tra Tel Aviv e Ramallah. Riconoscere non solo a parole ma anche nei fatti che una cosa è Israele e l'altra sono i territori occupati in violazione del diritto internazionale sarebbe un importante passo in avanti. Non cadere nella trappola mediatica e propagandistica del governo israeliano che invece confonde i livelli sarebbe invece un atto di responsabilità politica, come un atto conseguente sarebbe quello di rappresentare ai più alti livelli le prese di posizione e le decisioni dell'Unione Europea. Elementi evidentemente assenti o latenti nelle dichiarazioni del premier. A questo punto, senza farsi alcuna illusione sulla possibilità di un'adesione del governo italiano o della Commissione alla Campagna BDS, la domanda da porsi è “chi boicotta chi?”

mercoledì 22 luglio 2015

Le bombe atomiche ed il Califfo

La stampa italiana riporta oggi la notizia dell'arresto di due presunti terroristi che progettavano un attacco alla base militare di Ghedi. Nel farlo trascurano un dettaglio non irrilevante. Non è una base militare qualunque Ghedi, è la base dell'Aeronautica Militare dove sono stoccate decine di bombe atomiche tattiche USA. Finora dei ferri vecchi ma in un futuro prossimo micidiali ordigni riconfigurati per attacchi tattici di grande precisione. A Ghedi ci sono ora i Tornado - alcuni dei quali proprio in questi mesi in fase di riconfigurazione del proprio software (un'operazione che richiederà un paio di anni) per trasportare le nuove bombe B61-3 e 4 a gravità ma con un sistema di orientamento nella coda che gli USA stanno rimodernando a costi elevatissimi. SI parla di almeno 1 miliardo di dollari mentre per la messa in sicurezza se ne spenderanno altri 154 milioni circa, dopo che un'indagine interna dell'US Air Force effettuata nel 2014 mostrò gravi carenze.  Altri 100 milioni di dollari verranno poi spesi ogni anno dagli USA per il dispiegamento delle nuove bombe. Parte dei costi della riconfigurazione dei sistemi di sicurezza, nuovi bunker e nuovi automezzi di trasporto ad esempio, saranno sulle nostre spalle. Eppoi in un futuro più o meno prossimo i Tornado verranno sostituiti dagli F35. Intanto però in barba agli accordi internazionali sul disarmo nucleare e la non-proliferazione l'Italia aumenta la sua capacità nucleare in quanto firmataria dell'accordo di condivisione nucleare NATO con gli Stati Uniti. E contribuisce ad alimentare la corsa agli armamenti in uno scenario di Guerra Fredda 2.0 nei confronti della Russia. Ma si parlano o non si parlano tra ministri degli esteri e della difesa? Ora anche il rischio che Ghedi diventi o sia considerata obiettivo militare per sedicenti seguaci del Califfo. Che sia o non sia una minaccia veritiera resta il fatto che a Ghedi l'Italia ha deciso di continuare ad essere seppur alle dipendenze di Washington, una potenza nucleare. Infatti quelle bombe atomiche verrebbero sganciate da aerei italiani pilotati da piloti italiani che continuano ad addestrarsi all'uso della bomba atomica. Solo qualche mese fa le esercitazioni Steadfast Noon proprio a Ghedi dove per la prima volta hanno partecipato anche caccia polacchi.  Il tema del disarmo nucleare debba essere al centro del programma pacifista di qualsiasi formazione uscirà dall'attuale processo di costruzione di un eventuale soggetto politico della sinistra. Cosa che ad oggi non  pare sia tra le priorità programmatiche o di iniziativa politica.