Non importeremo gas di scisto dagli Stati Uniti, perché per produrlo si stanno distruggendo ecosistemi e la base di sussistenza di milioni di americani ed americane che già vivono in condizioni svantaggiate. Non lo faremo perché crediamo nella giustizia ambientale, e perché riconvertiremo i nostri sistemi produttivi ed industriali verso l'uso di energie dolci, su piccola scala, non nucleari né fossili. Non compreremo F35 perché quei cacciabombardieri, appunto sono bombardieri, a lungo raggio, invisibili, che possono portare bombe atomiche di ultimissima generazione. Non li compreremo perché con quei soldi vogliamo investire per la dignità ed i diritti di milioni di italiani senza lavoro e che già vivono in condizioni svantaggiate. Ed anzi usciremo dagli accordi di condivisione nucleare con la NATO perché le bombe atomiche sono un relitto della storia e sul nostro territorio non le vogliamo. Non vogliamo restare nella NATO perché crediamo che oggi la pace si fa costruendo la pace e non inviando truppe in Afghanistan oggi o spiegando AWACS, caccia e truppe lungo una nuova immaginaria cortina di ferro. E perché crediamo che oggi la NATO sia obsoleta e si debba dare maggior forza alle Nazioni Unite e ad un ruolo chiave dell'Unione Europea, attore di pace e disarmo, verso la soluzione negoziale delle controversie internazionali. E non crediamo ad un'Alleanza che venuta meno la sua ragion prima di esistere dopo il crollo del Muro ogni tot di anni si inventa una qualche ragione per sopravvivere. Non ci piace Putin con le sue politiche di potenza, i suo sogno eurasiatico, la repressione dei movimenti per i diritti civili, le crociate contro gli ambientalisti. Vogliamo pensare a modelli alternativi di soluzione delle crisi, come quella Ucraina, che diano pari diritti e dignità a tutte le persone che vivono in quel territorio già martoriato nel corso della storia. Non sosterremo il negoziato sul Trattato di Libero Commercio ed Investimenti (il TTIP) perché i nostri diritti non sono una merce, non sono negoziabili, né possono essere affidati a corti di arbitrato inaccessibili, ed in mano agli interessi delle imprese. Non sosterremo il TTIP perché è la copia in carta carbone dell'Accordo Multilaterale sugli Investimenti, e quella miriade di accordi di libero scambio che hanno contribuito alla corsa verso il basso nella quale hanno guadagnato le grandi imprese e perso i diritti umani, sociali ed ambientali. E chiederemo invece al nuovo Parlamento Europeo di sostenere un mandato negoziale alternativo. Questa è l'AltraEuropa possibile e necessaria. Nè quella di Renzi né quella di Obama
uno spazio pubblico per attivisti/e che lavorano per la pace, il disarmo, i diritti umani, la giustizia sociale, economica ed ecologica globale, la resistenza alle politiche neoliberiste, il riconoscimento del debito ecologico e sociale.
venerdì 28 marzo 2014
mercoledì 26 marzo 2014
Vertice USA-UE: Obama cares?
Oggi
Obama è a Bruxelles, prima visita in una capitale di un paese membro
della UE da quando è entrato alla Casa Bianca. L’agenda del summit
UE-USA era inizialmente dedicata quasi esclusivamente al rilancio del
negoziato per l’accordo transatlantico di libero scambio ed
investimenti – il TTIP. Ora si discuterà anche di Ucraina, di come
reagire a fronte delle mosse del Cremlino, come dare risposta alle
preoccupazioni di Romania, Polonia e Moldavia. Quest’ultima ha
accelerato le trattative per la partnership con la UE. Sullo sfondo
si muove la NATO, che attiva i suoi Awacs, rafforza la sua presenza
militare sul fianco est.
Prima
vittima di questo brusco ritorno alla guerra fredda 2.0 la
prospettiva di un ritiro delle armi nucleari tattiche USA –
comprese quelle presenti su suolo italiano. La crisi ucraina apre la
strada ad un nuovo riarmo, al ricorso al deterrente nucleare, ad un
rilancio del ruolo della NATO dopo il fallimento conclamato in
Afghanistan. Così Washington , dapprima con l’occhio concentrato
sul Pacifico, abbandona ora la sua strategia di disimpegno militare
in Europa.
Un’Europa
che rischia così di rimanere stretta tra la morsa militare e quella
della liberalizzazione del commercio e degli investimenti. In cambio
riceveremo gas di scisto dagli USA a sostituire il gas russo. Il
cerchio si chiude. Ecco tre ragioni per le quali un’AltraEuropa è
oggi come non mai necessaria ed imprescindibile, per la pace, il
disarmo, la conversione ecologica, la rilettura del ‘partenariato
transatlantico’ la profonda revisione della partecipazione alla
NATO.
lunedì 17 marzo 2014
Il lato oscuro dello sviluppo e la resistenza delle donne indigene
14 marzo 2014, Indonesia - Ieri abbiamo visitato il villaggio dayak di Gohong a qualche ora da PalangKraya dove ormai sono da quasi una settimana ad un workshop internazionale sulla deforestazione e i diritti dei popoli indigeni organizzato dall'associazione per la quale lavoro da cinque anni, Forest Peoples Programme. Un'occasione unica per fare il punto sulle lotte e le emergenze comuni tra indigeni di America Latina, Asia ed Africa. Alcuni gli elementi ricorrenti: la pressione del landgrabbing, la pressione delle imprese e del modello estrattivista, la crescente repressione poliziesca e militare delle proteste. I popoli indigeni sono sotto assedio e gli spazi di sopravvivenza si stanno restringendo drammaticamente. Lo abbiamo constatato visitando il villaggio dayak di Gohong e parlando con i leader locali dopo essere stati accolti con una cerimonia di benvenuto, una sorta di autorizzazione ad entrare nella loro terra. Ai tempi dell'era Suharto la zona era stata identificata per un megaprogetto di coltivazione di riso su un'estensione di un milione di ettari progetto, poi accantonato dallo stesso Suharto interessato forse solo al taglio del legname. Oggi quell'area è una enorme torbiera, che si incendia o si inonda a seconda delle stagioni. I dayak sono ora sotto assedio dalle imprese della palma da olio, Prima le loro foreste sono state distrutte per il megaprogetto di produzione di riso, oggi la frontiera della palma da olio si avvicina pericolosamente alle loro terre. Non hanno più cibo tradizionale, ci chiedono aiuto di fronte all'inesistente volontà politica dei politici locali. E' un'ironia passeggiare per Gohong e vederla costellata di bandiere multicolori dei vari candidati alle prossime politiche. Andiamo poi a visitare un progetto di gestione delle risorse forestali delle Nazioni Unite. L'idea è quella di proteggere le foreste per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Passeggiamo per l'altro villaggio, visitiamo una Longhouse dayak ricostruita per far spazio ad un centro di informazione dell'ONU. Resto perplesso dal contrasto tra propositi enunciati e la realtà. Tutt'intorno alla longhouse svuotata dei suoi abitanti originari, casette di legno, fogne a cielo aperto, un senso di abbandono. Un progetto di gestione delle risorse forestali collettive ci dicono per evitare le emissioni di gas serra causate dalla deforestazione, Alzo gli occhi, lo sguardo va alla riva opposta della laguna. Vedo due grandi strutture metalliche, un cantiere. Sarà una megacentrale a carbone . Ecco la logica: costruisci la centrale a carbone ed accanto proteggi la foresta per compensare le emissioni, E magari poi vendi pure i certificati di carbonio sul mercato globale. Questo viaggio in Indonesia mi riporta ad una tragica realtà che pensavo fosse ormai storia. Storie e realtà che avevo ascoltato, esperienze che avevo incrociato ormai oltre venti anni fa. Poco è cambiato, a parte la retorica dei governi e della comunità internazionale. Anzi, la pressione sule foreste e sulle terre indigene sta aumentando con la domanda crescente di cibo, biocarburante, minerali, petrolio, e la crescnte militarizzazione e repressone delle proteste. Estrattivismo, liberismo e crescita quantitativa illimitata vanno a braccetto con la criminalizzazione dei movimenti indigeni. Sarei tornato a casa con un grande senso di frustrazione se non fosse stato per una leader indigena colombiana (meglio non mettere il nome) che mi ha raccontato la sua storia. Era una suora - a Putumayo, nella foresta amazzonica colombiana. Lo è stata per qualche anno, ma poi non ce l'ha fatta più. “Vedevo il mio popolo soffrire, dovevo andare con loro, e resistere. E questo non era possibile restando chiusa in un mondo fatto di prescrizioni, ostilità, incomprensione. Ed ho preso la mia decisione, sono uscita ed ora organizzo le donne indigene contro i megaprogetti. Abbiamo marciato in 6000 contro l'apertura di una strada nel mezzo della foresta”. Mi racconta la sua storia con un disarmante sorriso sulle labbra. Le dico, certo hai dovuto fare un triplo sforzo da donna indigena: resistere alla religione, resistere al tuo governo, e resistere al machismo dominante anche tra indigeni. Mi guarda e sorride. L'emozione mi assale mentre ascolto una leader indigena indigena pigmea del Cameroon, Ci ha messo una settimana ad arrivare, non le davano il visto. Dice, “Sapete è la prima volta che prendo un aereo in vita mia, ho viaggiato migliaia di kilometri per arrivare qua ed ascolto il dolore comune, le storie di minacce, omicidi di donne indigene, ma dobbiamo unirci , lottare per i diritti umani”. Anche le mi sorride. Nessuna quota rosa o otto marzo per loro....
Un'AltraEuropa mediatore di pace
Quest 'Europa è imbelle nella sua politica estera anche perché è un progetto politico incompiuto. Non parla ad una sola voce, basti pensare ai casi di Libia e Siria. Certo ora ha un corpo diplomatico europeo, c'è la figura dell'Alto Commissario, il Parlamento Europeo ha qualche potere in più. Ma da una parte manca una visione strategica dell'Unione ferma alla dottrina Solana, la European Security Strategy che a suo tempo creo non pochi mal di testa nella Washington neocon, vista la propensione alla prevenzione politica dei confitti in tempi di guerra preventiva. E spesso l'approccio strategico è determinato dagli interessi dell'industria militare, come dimostrato nella recente discussione in seno al Consiglio Europeo di dicembre scorso. Dall'altra un approccio intergovernativo che da più forza al più forte, in genere l'asse franco-tedesco, vista la latitanza di Londra. Il nucleo duro, quello economico-finanziario di Francoforte e Berlino resta con le sue velleità di conquistare i mercati dell'ex Europa Orientale. E mettere alla frusta i paesi del suo Sud, in virtù di un patto contratto a suo tempo con Parigi. A me l'Europa orientale e possibilmente i Balcani a te il Mediterraneo. Scelta scellerata come dimostrarono il naufragio dell'Union por le Mediterranée di Sarkozy e la fallimentare politica francese nel Maghreb e non solo. Eppoi ancora le incongruenze di un continente che vorrebbe essere "potenza", ma si trova ad sere ancora una vota schiacciato tra i due estremi poli di una possibile nuova guerra fredda. Torna alla mente una proposta fatta a suo tempo da Etienne Balibar, quella dell'Europa mediatore evanescente. Questo potrebbe esser e fare l'AltraEuropa sull'Ucraina, Mediare, evitare la lacerazione dell'Ucraina, lavorare per uno status di neutralità attiva per quel paese, ricucire con Mosca. Per farlo l'Europa deve attrezzarsi: rivedere le sue relazioni con la NATO, insistere per la "denuclearizzazione del continente" darsi strumenti di sicurezza improntati non su vocazione offensiva ma su risoluzione diplomatica e multilaterale dei conflitti, e della sua prevenzione, polizia internazionale. E rivedere a fondo il suo modello energetico, per ridurre progressivamente la dipendenza da combustibili fossili e gas naturale (sopratutto importato dalla Russia, di qui l'importanza geostrategica dell'Ucraina) , verso produzioni ecocompatibili, ed energie rinnovabili su piccola scala. Fare la pace facendo pace con il pianeta.
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