Intervista ad Alberto Acosta
19 / 1 / 2012
Incontriamo a Quito Alberto Acosta, economista della FLACSO, ispiratore delle campagne sulla cancellazione del debito estero, e delle iniziative di audit del debito, nonché già Presidente dell’Assemblea Costituente dell’Ecuador. Per anni ha collaborato con la Fondazione Friedrich Ebert, in Germania ed in Ecuador. A lui chiediamo un commento sulla crisi europea, sulle prospettive dal punto di vista del Sud del mondo, sulle sfide comuni, e le possibili soluzioni
FM: Alberto, come vedi dalla tua prospettiva di persona attiva nei movimenti sociali latinoamericani e globali, e sulla scorta della tua esperienza sui temi del debito estero e della globalizzazione, la crisi che sta passando l’Europa? Una crisi multipla, economica, finanziaria, politica, sociale, culturale, che sta trasformando noi, cittadini di paesi finora visti come creditori nei confronti del mondo di maggioranza, in vittime di processi di aggiustamento strutturale, in quanto supposti debitori nei confronti dei mercati finanziari?
AA: Una prima considerazione è che l’Europa per oltre 500 anni è stata il centro del pensiero nel mondo , l’”American Way of Life” nei fatti è impregnata di cultura europea. L’Europa ha insegnato al mondo, e noi abitanti del pianeta abbiamo accettato di essere europeizzati accettando che l’Europa fosse il luogo dove apprendere. Ora vedo che l’Europa non ha nulla da insegnare, e non ha la capacità di apprendere da questa crisi.
FM: Se non abbiamo più nulla da insegnare cosa potremmo apprendere?
AA: Dalla prospettiva latinoamericana , entriamo direttamente nel tema del debito e della crisi finanziaria. Gli Europei stanno applicando politiche economiche che hanno fallito in America Latina. Noi in America Latina usciamo dalla lunga crisi del debito estero quando cambiano le condizioni del mercato finanziario globale, e le condizioni di scambio nel commercio internazionale, Si pongono così le basi per una rivalutazione delle “commodities” e cadono i tassi di interesse, permettendo così nell’ultimo decennio - la crescita dell’economia. Non siamo usciti dalla crisi applicando le politiche del FMI, che sono la causa di maggior recessione, ed in ultima istanza, di maggior debito ecologico. In Europa si stanno applicando politiche simili a ciò che hanno fatto Ecuador, Messico, Venezuela , Colombia in passato, ovvero salvare le banche ma non gli interessi della collettività. Si stanziano cifre enormi di denaro per finanziare le banche in crisi , ma non per rispondere alle esigenze della società. Conosciamo quelle ricette di austerità, restringere la spesa sociale, paralizzare l’apparato produttivo, consolidare l’austerità fiscale, misure che inevitabilmente portano alla recessione, Non si fa tesoro di ciò che disse a suo tempo Carlo Marx: “il capitale richiede la speculazione per accumulare”, e Marx ricorda quello che disse un banchiere “E’ difficile capire dove termina all’interno di un impresa la rendita economica ed inizia quella speculativa” Ecco questa è l’essenza del capitalismo. Di fatto si sta consolidando una bolla speculativa, proteggendo gli speculatori e non i cittadini.
FM: Come ne siete usciti voi da questa trappola?
AA: Ne siamo usciti grazie ad un’altra politica economica, ma soprattutto grazie alle nuove condizioni dei mercati internazionali, l’enorme domanda che proviene dalla Cina, ed a suo tempo anche dagli Stati Uniti portarono i prezzi delle materie prime a livelli alti. Non siamo di certo usciti dalla crisi con le ricette ora applicate in Europa. Eppoi, vedo un problema più grande in Europa, quello di un continente che non sa apprendere neanche dalla sua storia. È vero che ora alla Grecia si sta riducendo il debito ma questo andava fatto all’inizio, perché il debito non fosse un ostacolo al pagamento stesso del debito. Davvero non capisco perché i paesi del Sud dell’Europa non vengono trattati come fecero gli Alleati con la Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale. Basta leggere il testo dell’Accordo di Londra del 27 febbraio 1953, attraverso il quale si annullò parzialmente il debito tedesco, riducendo i tassi d’interesse, si ampliarono i termini temporali per il pagamento dei debiti rimasti, e solo di recente la Germania ha finito di pagare quei debiti. Si stabilì uno schema che in caso di deficit fiscale e commerciale, si sospendeva il pagamento del debito, e si avviava una procedura di arbitrato internazionale , mentre i paesi creditori si impegnarono a comprare prodotti tedeschi. Ecco il tema. Quello dell’incapacità dell’Europa di dare una risposta perché oggi l’Europa per sua propria necessità dovrebbe avviare un tribunale internazionale di arbitrato sul debito sovrano dal quale trarrebbe grande beneficio per non tornare alle pratiche speculative.
Altra cosa che mi angustia dell’Europa, è che si credeva che avendo semplicemente una regola fiscale rigida si potessero risolvere tutti i problemi, Prima c’erano i parametri di Maastricht, (3.5% del PIL) , quella già fu una cosa brutale. L’Europa è stata in grado di avviare un processo d’integrazione assai interessante, una delle poche regioni a mondo con una moneta unica, ma si dimenticò l’Europa politica. Dov’è lo Stato europeo? Chi fa la politica monetaria? Non possono essere le banche centrali degli stati membri, ci deve essere una Banca centrale autonoma. Non parlo dell’autonomia neoliberista delle banche verso lo stato e la società, che è perniciosa. Parlo del’autonomia dagli altri stati. L’Europa non ha una politica fiscale propria, non è uno Stato . Quello che ha sono governi, alcuni potenti, quali l’asse “Merkozy”, con la Germania che da prova di un’incredibile miopia.
FM: In molti paesi europei si stanno lanciando iniziative sull’audit del debito, che traggono ispirazione proprio dall’esperienza ecuadoriana. Sulla scorta della vostra esperienza pensi che questa possa essere una strada percorribile per recuperare un controllo dal basso dei processi d’ indebitamento e nei fatti contribuire alla soluzione di una crisi che più che economica è politica, e può essere risolta anzitutto con più democrazia?
AA: L’istituzione della CAIC (Commissione di Audit del Debito) da parte del governo ecuadoriano fu conseguenza della forte pressione dei movimenti e della società civile, ed è bene che lo stesso accada ora in Europa. Se i governi non vogliono, allora dovranno essere i cittadini ad iniziare, a livello europeo, nazionale e se necessario locale. Un processo di audit dovrà stabilire le cause dell’indebitamento, anche studiando le corresponsabilità di coloro che hanno acquistato buoni pubblici. Quindi, un audit che possa permettere di identificare quali porzioni del debito siano illegittime e/o odiose, e quali invece possano essere sottoposte a rinegoziazione. Sia chiaro, un processo di audit ha senso solo se propedeutico alla costituzione di un Tribunale internazionale di arbitrato sul debito sovrano e nel quadro di una serie di proposte alternative quali la creazione, parallela all’Euro, di valute locali, che possano servire a mitigare le ricadute economiche e sociali della crisi. Non l‘uscita dall’Euro, ma il sostegno a valute locali secondo esperienze già provate in Europa in passato.
FM: Tornando alla Germania, tu che conosci a fondo quel paese, quale pensi che sia la motivazione di questa posizione di grande rigidità che potrebbe alla lunga risultare estremamente controproducente per gli interessi stessi di Berlino?
AA: Ti rispondo con un detto locale: “La vacca dimentica di essere stata vitello”. la Germania non vuole ricordare il trattamento a lei riservato in passato perché questa potrebbe essere la soluzione attraverso un tribunale internazionale di arbitrato. Eppoi c’è un problema reale e serio, quello dei tempi corti degli interessi elettorali. La Germania non vuole ammettere le sue responsabilità pregresse nella crisi, quando non sollevò alcuna critica al momento dell’entrata, nei fatti fraudolenta, della Grecia nell’Unione. I tedeschi hanno concesso crediti allegramente finché questo li portava a fare affari, fiduciosi com’erano della forza salvifica del mercato, ed ora non vogliono risolvere il problema, perché questo significherebbe aumentare la domanda di prodotti italiani e greci, ad esempio. Allora cosa fanno? Impongono aggiustamenti strutturali agli strati meno protetti della popolazione europea, mentre in Germania non si azzarderebbero a farlo.
FM: La cosa interessante della Germania è che sono ostaggi di questo dogma dell’”Hausordnung”, ma quest’ossessione creerà grandi problemi di smaltimento dei loro prodotti in mercati importanti per le loro merci, ovvero quelli dei paesi del Sud Europa?
AA: Questa rigidità ha costi. Una è quella di restringere la capacità di assorbimento dei mercati, l’altra è la negazione di politiche anticicliche. Ora si arriva alla massima perversione, quella di trasformare gli equilibri fiscali di Maastricht in norma costituzionale. Gli Europei non hanno mai letto cosa accadde all’Argentina con la convertibilità? S’ introdusse nella Costituzione una norma rigida, (un dollaro-un peso), e con la fine della convertibilità fu il disastro. Noi in Ecuador, pur avendo come valuta il dollaro USA, non abbiamo una norma costituzionale al riguardo.
FM: L’introduzione della regola aurea crea una drammatica asimmetria tra gli obblighi costituzionali verso i mercati finanziari e quelli che lo Stato dovrebbe avere nella promozione e tutela dei diritti economici, sociali e culturali dei suoi cittadini, a favore dei primi. E li indebolisce. In un’Europa già afflitta da un problema di democrazia si sta scommettendo in un processo che in futuro sarà ancor meno democratico. E’ il paradosso di cui parla Dani Rodrik nel suo ultimo libro “Il Paradosso della Globalizzazione”, quello del un trilemma, tra democrazia, interesse nazionale e mercato, e lui opta per dare priorità ai primi due.
AA: Infatti. Oggi in Europa si sta sacrificando la democrazia, uno stato di diritto e di welfare per proteggere gli equilibri macroeconomici, ma credo che l’Europa abbia ora una grande opportunità. Quella di saltare sulla propria ombra, costruire uno stato europeo democratico, una propria politica monetaria e fiscale, recuperare il suo mercato interno, ristabilire relazioni non coloniali con il Sud del mondo, e affrontare le grandi emergenze ambientali. L’Europa si può trasformare in un continente di idee. in Europa si stanno aprendo importanti discussioni, come quella sulla decrescita. Lo stesso Bundestag ha creato una commissione di studio sulla decrescita. Se è vero come dicevo all’inizio, che oggi l’Europa ora non ha nulla da insegnare, né da apprendere è anche vero che esiste un’altra Europa quella dei movimenti, dei cittadini, (penso ad esempio agli Indignados) che sfidano anche la sinistra tradizionale, che può dare un forte impulso a questa opera di ricostruzione dal basso.
domenica 29 gennaio 2012
domenica 18 dicembre 2011
un bilancio dopo Durban
Provare a valutare sull’esito della 17° Conferenza delle Parti sui Mutamenti Climatici da poco conclusa a Durban, è esercizio difficile o forse scontato. Da tre anni all’indomani delle varie COP, da quella di Copenhagen, (luogo del clamoroso flop che ha fatto scricchiolare paurosamente l’impianto multilaterale del negoziato) a quella di Cancun (nella quale si optò per la strategia dei “building blocks” , o dei piccoli passi) i pareri si dividono. Chi accusa il modello multilaterale di dare eccessivo spazio agli interessi degli inquinatori, o troppa voce a paesi insignificanti in una visione di politica di potenza, chi accoglie come evento di portata storica un impegno ancora sulla carta per un accordo internazionale legalmente vincolante, chi si accontenta di aver mantenuto il protocollo di Kyoto in terapia intensiva. Insomma si aggrava una già grande divaricazione tra realtà e volontà politica. Una realtà che richiede misure urgenti, mettendo a nudo l’inadeguatezza delle cifre sulle quali si costruirà l’impianto futuro di governo delle politiche climatiche. Oggi parlare di contenere un aumento di temperatura a 2 gradi o di 1,5 significa negoziare la sopravvivenza di interi paesi, e decine di migliaia di potenziali rifugiati ambientali. Eppoi c’è l’altra realtà, quella del modello stesso di negoziato, improntato sull “hard power”, sulla trattativa fatta di confronti diretti, di bracci di ferro, di “brinkmanship” come da gergo diplomatico, ovvero di passeggiate rischiosissime sul filo del rasoio per riuscire a strappare una mediazione al ribasso. Ci sono governi che in nome dell’equità chiedono un impegno di riduzione delle emissioni per tutti eccetto che per loro, e poi , come nel caso dell’India dimenticano opportunamente l’equità quando si tratta di politiche energetiche nazionali. O chi , USA, Canada, Russia, Giappone, cerca di affossare del tutto il Protocollo di Kyoto per un modello di gestione delle emissioni si base volontaria e senza alcun possibile sistema sanzionatorio. C’è poi chi, in nome dei paesi più poveri o dei diritti della Pachamama, fa appelli al riconoscimento del debito ecologico, e poi continua a far dipendere tutta la sua economia dallo sfruttamento di petrolio ed affini. Insomma, tra miopia nella capacità di lettura dei costi umani ed ecologici dei mutamenti climatici, e tatticismi o riposizionamenti strategici di paesi o blocchi di paesi, il negoziato sul clima rischia di perpetuare una profonda inadeguatezza, se non addirittura di trasformarsi in una palude nella quale resta invischiata qualsiasi ipotesi alternativa. Sia ben chiaro, oggi il problema non è quello di abbandonare il modello multilaterale, semmai quello di sforzarsi per renderlo più aperto, per farne uno spazio comune di elaborazione e proposta politica e programmatica per la cura dei “commons” atmosferici. La UNFCCC oggi questo non è. Restano fuori dalla trattativa e dalla partecipazione attiva soggetti non statuali , movimenti, realtà di base, la società civile, gli enti locali e le amministrazioni virtuose, le piccole imprese e cooperative che oggi lottano per difendere una nicchia di mercato, quella delle rinnovabili su piccola scala, dal dominio di poche multinazionali. A loro viene solo concesso il ruolo di “lobby” o di partecipazione ad eventi paralleli, o esposizioni sull’innovazione tecnologica, senza che dalle buone pratiche si possa distillare un congiunto di regole ed impegni per una trasformazione radicale del modello di sviluppo. Il primo punto sul quale riflettere nel dopo Durban è che oggi quel sistema di negoziato non rispecchia la trasformazione che è avvenuta nelle relazioni internazionali, nelle quali si sono andati affermando nuovi soggetti ed attori che rivendicano giustamente pari dignità nel governo del mondo. Anzi, la prassi di negoziati a porte chiuse, nei quali rappresentanti dei vari governi hanno combattuto fino allo stremo per difendere i propri interessi nazionali, a Durban addirittura sforando nei tempi supplementari, è continuata, mentre alla possibilità di accrescere il ruolo dei cosiddetti “stakeholders” è stato dedicato un misero workshop. Ad eccezione del cosiddetto settore privato, al quale vengono riconosciuti ruoli di tutto rilievo, intendendo però come settore privato quello delle grandi lobby energetiche non certo quello delle cooperative, piccole e medie imprese, realtà comunitarie o su piccola scala dedite all’innovazione. Insomma, finché l’UNFCCC resta un’arena di “wrestling” tra paesi e blocchi di paesi nella quale si riconfigurano o disegnano nuovi assetti anche geopolitici, non si riuscirà ad uscire dall’impasse. Così anche quella che oggi viene letta da alcuni come una grande vittoria, ovvero l’ impegno per concludere un accordo internazionale vincolante entro il 2015, (un “coup de theatre” annunciato, dell’Unione Europea che è riuscita in un colpo a farsi portavoce dei paesi più poveri e di quelli insulari e coinvolgere la Cina - magra consolazione per chi chiede un protagonismo maggiore dell’Europa sui temi globali) rischia di perpetuare uno scontro che poco ha a che vedere con il futuro del pianeta e molto di più con il posizionamento strategico o il puro e semplice interesse nazionale nella sua accezione più miope. Eppure, qualche giorno fa il Social Europe Journal, sottolineava come da una parte i governi hanno rinunciato alla loro sovranità nazionale a favore dei mercati finanziari, ed a Standards’ & Poore mentre dall’altra non ne vogliono sapere di cedere sovranità sul tema della riduzione delle emissioni. Eppoi il paradosso è che se per la crisi finanziaria i governi hanno accettato di agire di concerto (seppur proponendo le ricette sbagliate) per quanto riguarda il clima pospongono in continuazione ogni forma di accordo. Ecco l’ennesima contraddizione della quale il processo del negoziato climatico è profondamente intriso. Per tornare al risultato di Durban, secondo la strategia dei “building block” dalla COP17 esce un abbozzo di architettura istituzionale, dal Comitato per l’Adattamento, alla creazione del Fondo Verde per il Clima, alla segreteria per il trasferimento di tecnologia , all’accordo su modalità di informazione e rendicontazione dei programmi di mitigazione e del loro finanziamento, ad un quantomeno vago mandato per continuare nello sviluppo e messa in atto di programmi per la tutela delle foreste. Resta in rianimazione il protocollo di Kyoto, il cui secondo periodo di impegno viene sussunto - come in una matrioska russa - nel quadro di un “pacchetto” che prevede la negoziazione di un accordo globale vincolate per la riduzione delle emissioni entro il 2015 e che verrà negoziato in un gruppo di lavoro ad hoc sulla Piattaforma di Durban per l’azione rafforzata. Kyoto resta un Giano bifronte: da una parte guarda indietro, proponendo misure di mercato quali il commercio di permessi di emissione, soluzioni false all’emergenza climatica e dall’altra guarda in avanti, fornendo la base sulla quale provare a costruire un sistema globale di verifica e sanzioni per chi non ottempera agli impegni di riduzione. Le prospettive generali per il negoziato non sono incoraggianti. I governi si riuniranno di nuovo a maggio a Bonn per poi convergere tutti nella kermesse di Rio+20 dove il rischio di un assalto alla diligenza dei fondi climatici da parte della Banca mondiale è elevatissimo, come grande è la preoccupazione per un ulteriore spinta alla finanziarizzazione delle tematiche ambientali globali in nome di una non meglio definita “Green Economy”. E poi la prossima COP 18 sarà a Doha, in Qatar, cuore dell’impero petrolifero. Che fare allora? Aspettare il 2020 anno nel quale i nuovi possibili accordi diventeranno operativi, o azzardarsi ad implementare gli impegni di riduzione senza aspettare la loro ratifica dalla comunità internazionale? Se guardiamo a casa nostra, oggi, due possono essere le possibili strategie. Da una parte una moratoria all’espansione della frontiera petrolifera nel nostro paese, sostenendo le comunità e le amministrazioni locali, dall’Abruzzo, alla Basilicata alla Puglia che resistono alle trivellazioni. E dall’altra insistere nella costruzione di un blocco “sociale” tra movimenti per la giustizia climatica, associazionismo, amministrazioni locali virtuose, comunità che soffrono gli effetti dei cambiamenti climatici, sindacato, settori imprenditoriali “virtuosi” , settore finanziario “alternativo”. E non aspettare fino al 2020 che i governi decidano per il futuro del Pianeta ma praticarlo fin d’ora.
mercoledì 26 ottobre 2011
A Durban una strada tutta in salita per il clima
Manca ormai poco più di una settimana all’inizio della diciassettesima conferenza delle parti (COP) della Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici che si riunirà a Durban e nella quale si tenterà di superare l’ impasse che da anni ostacola l’assunzione di impegni necessari per affrontare l’emergenza climatica, e avviare un processo di transizione rapida verso modelli produttivi e di consumo a basso contenuto di carbonio. Quest’ ennesimo appuntamento della comunità internazionale, si preannuncia già fortemente compromesso, se corrispondesse al vero ciò che in questi giorni ha denunciato il Guardian, ovvero che i paesi ricchi hanno ormai messo in conto che non sarà realistico giungere a nessun accordo vincolante sul clima prima del 2016, e che pertanto lo stesso possa essere messo in attuazione solo intorno al 2020. Queste indiscrezioni infiammeranno senz’altro le prime battute del negoziato che già si preannunciava complesso e pieno di incognite. Lo snodo centrale è rappresentato dalla necessità di ridurre le emissioni di gas serra per stabilizzare l’aumento della temperatura globale, e la volontà di assumersi l’impegno di stanziare fondi necessari per aiutare i paesi in via di sviluppo o in rapida industrializzazione. Se fino ad oggi nessun accordo è stato raggiunto lo si deve senz’altro alla mancanza di volontà politica degli Stati Uniti di sostenere un regime vincolante “a la Kyoto” che potesse obbligare Washington a fare la propria parte. D’altra parte però anche l’Unione Europea avrebbe potuto svolgere un ruolo di mediazione tra Stati Uniti e paesi quali India. Brasile, Cina ed invece ha assunto una posizione di basso profilo. Per quanto riguarda il protocollo di Kyoto, e la sua possibile sopravvivenza in un secondo periodo di vigenza, i negoziati sono ancor in alto mare. Negli incontri preparatori svolti a Panama ai primi di ottobre sono emerse varie ipotesi. Gli Stati Uniti insistono sull’adozione di un sistema di verifica delle riduzioni di emissioni nel quale i paesi fissano un tetto nazionale di massima, e si impegnano di volta in volta a rivedere lo stato d’attuazione, senza accettare l’eventualità di meccanismi di “enforcement” come quelli propri del protocollo di Kyoto. Questo sistema dovrebbe valere per paesi industrializzati come per quelli in rapida industrializzazione e in via di sviluppo. La resistenza di questi ultimi riguarda anzitutto il fatto che così facendo si viola il principio delle responsabilità eguali ma differenziate, che invece dovrebbe comportare un massimo impegno per la restituzione del debito climatico ed ecologico da parte dei paesi industrializzati verso il resto del mondo. Eppoi quest’ipotesi segnerebbe la fine del Protocollo di Kyoto, e con esso l’impossibilità di fissare un tetto vincolante per le emissioni di anidride carbonica. Il paradosso è che così viene meno anche uno dei presupposti necessari per alimentare il mercato globale di permessi di emissione, una delle ipotesi a costo zero prospettate dai paesi industrializzati e dalle imprese per compensare le proprie emissioni con l’acquisto di crediti di carbonio da paesi che emettono di meno. Senza un tetto . si dice – non ci può essere commercio di carbonio. Altra ipotesi quella di andare avanti con il protocollo di Kyoto con i paesi intenzionati a sottoscrivere il secondo periodo che inizia nel 2012, Unione Europea in testa, e includere il Protocollo nel quadro di un accordo vincolante più ampio che includa Stati Uniti, paesi del G77 e paesi del gruppo BASIC (Brasile, India, Cina, Sudafrica). La speranza dei negoziatori è di tenere aperto il canale di discussione ed evitare un ulteriore rottura che rappresenterebbe davvero la fine del modello di negoziato multilaterale. A Panama ha poi preso sostanza la possibilità di un’estensione al 2015 del Protocollo di Kyoto per dar tempo e fiato al negoziato in attesa di tempi migliori. Altra ipotesi quella di creare un annesso C per paesi in rapida industrializzazione. Insomma la questione è ancora del tutto aperta, al punto che nel corso della conferenza stampa tenuta all’indomani della Pre-COP ministeriale del 20-21 ottobre la Ministra degli Esteri Sudafricana si è limitata ad accennare alla necessità di proseguire il negoziato sul tema, richiamando alla responsabilità di tutti per affrontare l’urgenza di una riduzione decisa delle emissioni. A Durban le parti dovranno anche accordarsi sui termini della revisione della soglia fissata a Cancun per il possibile aumento di temperature a livello globale. A Cancun si fissò una soglia di 2 gradi centigradi ritenuta da molti inadeguata o addirittura disastrosa, e si lasciò aperta la possibilità di rivedere al ribasso tale limite fino ad un massimo di aumento di temperatura di 1,5 gradi. Questo tema è direttamente connesso alle politiche di mitigazione, ed al rispetto del principio di responsabilità comuni e differenziate, che oggi restano due macigni sulla strada dell’accordo, In particolare la questione relativa alla mitigazione ed ai cosiddetti NAMA (Nationally Appropriate Mitigation Actions) riguarda gli impegni di rendicontazione e verifica internazionale (in gergo MRV - Monitoring Reporting and Verification), in un gioco al rimpallo delle responsabilità tra paesi industrializzati e G77. A Panama qualche passo in avanti sembra essere stato fatto identificando un sistema binario di rendicontazione per paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. Nessun passo in avanti invece sulla definizione della forma legale di un nuovo accordo sul clima, sull’eventualità di adottare a Durban un accordo internazionale legalmente vincolante o meno. Su questo punto i negoziatori si sono sbizzarriti prospettando una serie di opzioni alternative: dall’adozione di una roadmap verso l’adozione di uno strumento legalmente vincolante, all’adozione dello stesso a Durban, ad una dichiarazione sul futuro di uno strumento legalmente vincolante, all’affermazione dell’importanza di uno strumento legalmente vincolante, ad un’indicazione a continuare a discutere. Insomma da Durban uscirà ben poco al riguardo considerando anche che gli Stati Uniti sono contrari alla possibilità che dalla COP esca un mandato chiaro, mentre si è aperta una frattura all’interno dei G77, con i paesi insulari AOSIS che spingono decisamente per un accordo legalmente vincolante e India e Cina che sono contrari a dar mandato per negoziare un nuovo accordo. La posizione dell’Unione Europea resta quella di sostenere un secondo periodo di impegno per il Protocollo di Kyoto (il cosiddetto “Second Commitment Period”) a condizione però che si trovi accordo su un mandato per uno strumento legalmente vincolante. Sul tema delle finanze si gioca l’altra delicata partita. A Copenhagen nel 2009, si concordò per un fondo iniziale di aiuto pari a 30 miliardi di dollari che avrebbero dovuto essere innalzati a 100 entro il 2020. Finora pochi di quei fondi sono stati esborsati, spesso riciclati dalla cooperazione allo sviluppo. Lo snodo delle finanze rappresenta l’altro vero ostacolo verso un possibile accordo di massima a Durban, al punto che un mancato impegno al riguardo rischia di pregiudicare anche la costituzione del Fondo Verde per il Clima, struttura dedicata all’esborso dei fondi climatici. Anzi nell’ultima riunione preparatoria del Fondo Verde Per il Clima gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno puntato i piedi, non accettando un documento bozza nel quale non si chiarisce fino in fondo l’autonomia del Fondo dalla Conferenza delle Parti (cosa richiesta da Washington per aprire uno spazio di agibilità per la gestione da parte della Banca Mondiale), né il ruolo possibile del settore privato. Nel processo negoziale del Comitato Transizionale del Fondo Verde per il Clima sono emersi altri temi estremamente controversi sui quali non si è trovato accordo. Tra questi la possibilità di adottare un criterio di voto ponderato al Consiglio di Amministrazione del Fondo, ricalcando il sistema ben poco democratico del “one dollar-one vote” simile a quello seguito dalla Banca Mondiale, l’eccessivo potere dato al Consiglio, rispetto alla’autorità della Conferenza delle Parti, l’apertura di uno sportello dedicato al settore privato con modalità privilegiate di accesso, la decisione di passar dalla concessione di fondi a dono verso l’uso di fondi come leva per finanziamenti privati. Inoltre a fronte dell’intenzione iniziale di dotare il Fondo Verde per il Clima di due unici sportelli, uno per le attività di adattamento, l’altro per quelle di mitigazione, è emersa la richiesta dei paesi in via di sviluppo di aprire due altri sportelli uno dedicato al trasferimento di tecnologia l’altro alle attività di formazione e di “capacity building”. Nel corso della riunione di Panama si è anche raggiunto un consenso di massima sulla possibilità di uno sportello dedicato alle attività REDD+, ovvero di riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado delle foreste, sulla necessità di adottare una decisione chiara sul rilancio delle attività REDD+ e sull’urgenza di ampliare l’approccio al tema, considerando anche le ricadute dei programmi REDD su biodiversità, lotta alla povertà e fonti di sostentamento delle comunità che vivono o dipendono dalle foreste. Insomma, le prospettive per Durban sono di un esito di basso profilo, con il quale si proverà a “vendere” la COP17 come il vertice sull’adattamento, tema centrale per l’Africa e per le comunità indigene e contadine la cui sovranità alimentare è oggi minacciata dai cambiamenti climatici. E si rilancerà un accordo sulle foreste, che però rischia di rimanere monco, vista l’assenza di consenso sulle modalità di finanziamento, mentre sul Fondo Verde per il Clima, altro risultato auspicato dalla presidenza sudafricana ci sarà da attendere fino all’ultimo minuto di negoziato. Insomma, se una cosa Durban ci dirà, ancor una volta, è che non ci troviamo ormai di fronte ad una crisi nel sistema, ma per parafrasare Zizek, ad una crisi del sistema. Lo ribadiranno a gran voce le migliaia di attivisti, e rappresentanti di movimenti che marceranno anche a Durban per chiedere un cambiamento del sistema e non dei cicli climatici . Una strada tutta in salita.
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venerdì 21 ottobre 2011
Libia, diritti umani e ingerenza umanitaria
Mio contributo al dossier di Mosaico di Pace sule missioni internazionali (Novembre 2011)
Dapprima denominato Odyssey Dawn e poi Unified Protector, l'intervento internazionale in Libia, approvato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in seguito all'intensa campagna diplomatica di Nicholas Sarkozy e David Cameron, ha aperto un intenso dibattito nelle opinioni pubbliche progressiste di mezza Europa. Lanciata con il supposto obiettivo di proteggere i civili dalla repressione del regime di Gheddafi, e soprattutto per evitare un possibile massacro della popolazione di Bengasi l'operazione militare ha rapidamente assunto i connotati di una guerra combattuta per rimuovere manu militari un regime. Nei fatti l'operazione, nelle intenzioni dei principali sponsor, era mirata a ridisegnare gli assetti di forza in una regione, quella del Maghreb, oggi attraversata da un vento di cambiamento che rischia di scuotere alle fondamenta gli obiettivi politico-strategici di gran parte dei governi che oggi partecipano alle operazioni della NATO. Dall'inizio della vicenda ad oggi sono state approvate tre risoluzioni, una delle quali , la risoluzione 1973, ha autorizzato l'uso discrezionale della forza a protezione dei civili ed ha marcato un passaggio epocale nella storia delle Nazioni Unite, pieno di rischi ed incognite. In realta' qualche settimana dopo accadde lo stesso con una risoluzione che autorizzo' l'uso della forza nel conflitto interno in Costa d'Avorio tra le milizie del presidente uscente Laurent Gbagbo e quelle del presidente eletto Ouattara, sempre a seguito di un intenso attivismo dell'Eliseo. In ambo i casi viene per la prima volta messo in pratica il principio della Responsibility to Protect (R2P) sviluppato per dotare la comunita' internazionale di strumenti legali necessari per attivarsi in interventi umanitari con l'uso della forza. Memori della propria incapacita' di prevenire le stragi di civili di Srebrenica e Ruanda, le Nazioni Unite istituirono un gruppo di lavoro che elaboro' le linee guida e le giustificazioni giuridiche necessarie allo scopo. In sintesi si delineo' un approccio volto a mettere al centro i diritti e la dignità delle persone rispetto a quelli della sovranità degli stati. Lo snodo centrale della R2P e' il passaggio dal principio della “non ingerenza” quello della “non-indifferenza” , ed anche la possibilità che la comunità internazionale si assuma la responsabilità di attivarsi qualora il governo di uno stato venga meno alle sue responsabilità nei confronti dei propri cittadini, violandone sistematicamente i diritti umani fondamentali e compiendo crimini contro l'umanita' o crimini di guerra. Il rapporto stilato dalla Commisione sulla sovranita' degli stati ed adottato nel summit dedicato che si tenne nel 2005 prevede, a differenza delle missioni umanitarie normalmente condotte dall'ONU, l'intervento con possibile uso della forza anche senza il consenso del governo dello stato interessato. Da allora fino all'intervento in Libia pero' il principio della R2P non aveva ancora trovato applicazione pratica. Gli Stati Uniti in particolare tentarono piu' volte e senza successo di invocarlo per costruire il consenso necessario per legittimare un'operazione militare internazionale per porre fine a quell che i fautori dell'intervento avevano definito un genocidio in Darfur. A sei anni dalla sua adozione la R2P rischiava pertanto di rimanere lettera morta e possibilmente cadere in una prescrizione di fatto, nonostante fosse stato recepito in diverse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Per questa ragione il precedente fissato con la 1973 acquisisce certamente una portata storica, ma potrebbe allo stesso tempo segnare la fine del principio della R2P. Le modalita' con le quali si e' deciso e poi messo in atto l'intervento in Libia infatti mettono a nudo tutte le contraddizioni ed i rischi di un uso strumentale del principio della R2P. Rischi derivanti dal suo uso selettivo, dalla mancata gestione ed attuazione da parte di soggetti ed entità “terze” e dall'uso di strumenti propri di un approccio “militare” alla sicurezza, non necessariamente adeguati alla protezione dei civili, nonche' dal possibile sconfinamento delle finalita' iniziali in obiettivi di "regime change". Fin dall’inizio si decise infatti di dare massima enfasi allo strumento militare (no fly zone, no drive zone etc) piuttosto che agli strumenti politici, ed economici, e di mediazione internazionale. Altro punto riguarda il ruolo del Consiglio di Sicurezza che - a differenza di quanto proposto dalla Commissione ONU sulla sovranita' degli stati che attribuiva all'Assemblea Generale la facolta' di approvare o meno l'uso della forza - ha il diritto di decidere sull'uso della forza. Il fatto che tale decisione venga lasciata al Consiglio di Sicurezza. Cio' rende ancor più evidente il rischio di un approccio opportunistico alla R2P fondato essenzialmente sugli interessi strategici o di “realpolitik” dei principali attori politici globali. La prima questione aperta riguarda quindi le modalita' con le quali si decide di applicare la R2P ed autorizzare l'eventuale uso della forza. Andra' anzitutto affermato che questo principio, ed il conseguente diritto di ingerenza umanitaria, dovrebbero essere discussi e decisi nella maniera più democratica possibile, ossia dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite dove nessuno stato membro ha diritto di veto e dove vige il principio "una testa un voto". Così si potrebbe evitare il rischio di doppi standard e di un'applicazione strumentale del principio, che è pensato per difendere i deboli e non per promuovere gli interessi dei potenti. In attesa di una riforma in seno al Consiglio di Sicurezza potrà essere possibile per una coalizione di stati proporre una risoluzione all'Assemblea Generale, prendendo atto della incapacità del Consiglio di Sicurezza di operare rapidamente, e chiedendo l'applicazione del precedente "Uniting for Peace". Secondo questa procedura l'Assemblea Generale può essere investita di questioni relative alla sicurezza ed alla pace, qualora la situazione sul campo risultasse in rapido deterioramento, venissero meno le opzioni diplomatiche, e si rendesse necessaria una decisione genuinamente multilaterale. Il secondo punto riguarda il quando deve decidere. Sarà necessario proporre che il sistema delle Nazioni Unite rafforzi la sua capacità di "early warning" per prevedere lo scoppio di conflitti che possono mettere a rischio la vita di civili, ed attivare immediatamente l'Assemblea Generale, per mettere in campo tutte le misure politiche-diplomatiche- economiche volte a prevenire il conflitto. Qualora queste si rivelassero impraticabili si dovrà decidere per l'invio di una forza di interposizione (anche armata) che però risponda al comando delle Nazioni Unite, e non - come nel caso libico - ad una coalizione di volenterosi, poi collocata sotto l'ombrello della NATO. L'intervento della comunita' internazionale dovrebbe essere intrapreso attraverso il dialogo diplomatico, l'interposizione, assicurando il pieno rispetto della Carta delle Nazioni Unite e sempre tenendo in considerazione i diritti delle popolazioni minacciate che dovrebbero essere coinvolte e consultate rispetto alle modalità di intervento. Un caso esemplare puo' essere considerato quello del Burundi, nel quale la R2P è stata applicata in tutta la gamma di modalità previste eccetto l'uso diretto della forza: dalla pressione della società civile per un'iniziativa diplomatica regionale, allo schieramento di una forza regionale di "peacekeeping", ed una volta raggiunta la pace, ed effettuate le elezioni, si è passati al sostegno alla ricostruzione post-conflitto. Insomma, il principio di ingerenza umanitaria innesca dinamiche estremamente complesse e spesso contraddittorie, e comporta una serie di attivita' ed iniziative che vanno ben al di la' dell'uso puro e semplice della forza. Una possibile alternativa dovra' pertanto essere fondata su un nuovo approccio che faccia tesoro e si fondi sui principi della nonviolenza, giustizia e prevenzione dei confitti. In questo quadro sara' altrettanto urgente rilanciare proposte concrete su temi quali la sicurezza umana, la prevenzione dei crimini contro l'umanita' , la democratizzazione delle Nazioni Unite, nonche' una ridiscussione del ruolo e dell'utilita' della NATO. Perche' la pace non puo' essere confinata ad una rivendicazione etica pura e semplice, ma deve essere intesa come progetto politico volto a assicurare dignita' e giustizia agli esseri umani e relazioni solidali tra i popoli.
Dapprima denominato Odyssey Dawn e poi Unified Protector, l'intervento internazionale in Libia, approvato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in seguito all'intensa campagna diplomatica di Nicholas Sarkozy e David Cameron, ha aperto un intenso dibattito nelle opinioni pubbliche progressiste di mezza Europa. Lanciata con il supposto obiettivo di proteggere i civili dalla repressione del regime di Gheddafi, e soprattutto per evitare un possibile massacro della popolazione di Bengasi l'operazione militare ha rapidamente assunto i connotati di una guerra combattuta per rimuovere manu militari un regime. Nei fatti l'operazione, nelle intenzioni dei principali sponsor, era mirata a ridisegnare gli assetti di forza in una regione, quella del Maghreb, oggi attraversata da un vento di cambiamento che rischia di scuotere alle fondamenta gli obiettivi politico-strategici di gran parte dei governi che oggi partecipano alle operazioni della NATO. Dall'inizio della vicenda ad oggi sono state approvate tre risoluzioni, una delle quali , la risoluzione 1973, ha autorizzato l'uso discrezionale della forza a protezione dei civili ed ha marcato un passaggio epocale nella storia delle Nazioni Unite, pieno di rischi ed incognite. In realta' qualche settimana dopo accadde lo stesso con una risoluzione che autorizzo' l'uso della forza nel conflitto interno in Costa d'Avorio tra le milizie del presidente uscente Laurent Gbagbo e quelle del presidente eletto Ouattara, sempre a seguito di un intenso attivismo dell'Eliseo. In ambo i casi viene per la prima volta messo in pratica il principio della Responsibility to Protect (R2P) sviluppato per dotare la comunita' internazionale di strumenti legali necessari per attivarsi in interventi umanitari con l'uso della forza. Memori della propria incapacita' di prevenire le stragi di civili di Srebrenica e Ruanda, le Nazioni Unite istituirono un gruppo di lavoro che elaboro' le linee guida e le giustificazioni giuridiche necessarie allo scopo. In sintesi si delineo' un approccio volto a mettere al centro i diritti e la dignità delle persone rispetto a quelli della sovranità degli stati. Lo snodo centrale della R2P e' il passaggio dal principio della “non ingerenza” quello della “non-indifferenza” , ed anche la possibilità che la comunità internazionale si assuma la responsabilità di attivarsi qualora il governo di uno stato venga meno alle sue responsabilità nei confronti dei propri cittadini, violandone sistematicamente i diritti umani fondamentali e compiendo crimini contro l'umanita' o crimini di guerra. Il rapporto stilato dalla Commisione sulla sovranita' degli stati ed adottato nel summit dedicato che si tenne nel 2005 prevede, a differenza delle missioni umanitarie normalmente condotte dall'ONU, l'intervento con possibile uso della forza anche senza il consenso del governo dello stato interessato. Da allora fino all'intervento in Libia pero' il principio della R2P non aveva ancora trovato applicazione pratica. Gli Stati Uniti in particolare tentarono piu' volte e senza successo di invocarlo per costruire il consenso necessario per legittimare un'operazione militare internazionale per porre fine a quell che i fautori dell'intervento avevano definito un genocidio in Darfur. A sei anni dalla sua adozione la R2P rischiava pertanto di rimanere lettera morta e possibilmente cadere in una prescrizione di fatto, nonostante fosse stato recepito in diverse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Per questa ragione il precedente fissato con la 1973 acquisisce certamente una portata storica, ma potrebbe allo stesso tempo segnare la fine del principio della R2P. Le modalita' con le quali si e' deciso e poi messo in atto l'intervento in Libia infatti mettono a nudo tutte le contraddizioni ed i rischi di un uso strumentale del principio della R2P. Rischi derivanti dal suo uso selettivo, dalla mancata gestione ed attuazione da parte di soggetti ed entità “terze” e dall'uso di strumenti propri di un approccio “militare” alla sicurezza, non necessariamente adeguati alla protezione dei civili, nonche' dal possibile sconfinamento delle finalita' iniziali in obiettivi di "regime change". Fin dall’inizio si decise infatti di dare massima enfasi allo strumento militare (no fly zone, no drive zone etc) piuttosto che agli strumenti politici, ed economici, e di mediazione internazionale. Altro punto riguarda il ruolo del Consiglio di Sicurezza che - a differenza di quanto proposto dalla Commissione ONU sulla sovranita' degli stati che attribuiva all'Assemblea Generale la facolta' di approvare o meno l'uso della forza - ha il diritto di decidere sull'uso della forza. Il fatto che tale decisione venga lasciata al Consiglio di Sicurezza. Cio' rende ancor più evidente il rischio di un approccio opportunistico alla R2P fondato essenzialmente sugli interessi strategici o di “realpolitik” dei principali attori politici globali. La prima questione aperta riguarda quindi le modalita' con le quali si decide di applicare la R2P ed autorizzare l'eventuale uso della forza. Andra' anzitutto affermato che questo principio, ed il conseguente diritto di ingerenza umanitaria, dovrebbero essere discussi e decisi nella maniera più democratica possibile, ossia dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite dove nessuno stato membro ha diritto di veto e dove vige il principio "una testa un voto". Così si potrebbe evitare il rischio di doppi standard e di un'applicazione strumentale del principio, che è pensato per difendere i deboli e non per promuovere gli interessi dei potenti. In attesa di una riforma in seno al Consiglio di Sicurezza potrà essere possibile per una coalizione di stati proporre una risoluzione all'Assemblea Generale, prendendo atto della incapacità del Consiglio di Sicurezza di operare rapidamente, e chiedendo l'applicazione del precedente "Uniting for Peace". Secondo questa procedura l'Assemblea Generale può essere investita di questioni relative alla sicurezza ed alla pace, qualora la situazione sul campo risultasse in rapido deterioramento, venissero meno le opzioni diplomatiche, e si rendesse necessaria una decisione genuinamente multilaterale. Il secondo punto riguarda il quando deve decidere. Sarà necessario proporre che il sistema delle Nazioni Unite rafforzi la sua capacità di "early warning" per prevedere lo scoppio di conflitti che possono mettere a rischio la vita di civili, ed attivare immediatamente l'Assemblea Generale, per mettere in campo tutte le misure politiche-diplomatiche- economiche volte a prevenire il conflitto. Qualora queste si rivelassero impraticabili si dovrà decidere per l'invio di una forza di interposizione (anche armata) che però risponda al comando delle Nazioni Unite, e non - come nel caso libico - ad una coalizione di volenterosi, poi collocata sotto l'ombrello della NATO. L'intervento della comunita' internazionale dovrebbe essere intrapreso attraverso il dialogo diplomatico, l'interposizione, assicurando il pieno rispetto della Carta delle Nazioni Unite e sempre tenendo in considerazione i diritti delle popolazioni minacciate che dovrebbero essere coinvolte e consultate rispetto alle modalità di intervento. Un caso esemplare puo' essere considerato quello del Burundi, nel quale la R2P è stata applicata in tutta la gamma di modalità previste eccetto l'uso diretto della forza: dalla pressione della società civile per un'iniziativa diplomatica regionale, allo schieramento di una forza regionale di "peacekeeping", ed una volta raggiunta la pace, ed effettuate le elezioni, si è passati al sostegno alla ricostruzione post-conflitto. Insomma, il principio di ingerenza umanitaria innesca dinamiche estremamente complesse e spesso contraddittorie, e comporta una serie di attivita' ed iniziative che vanno ben al di la' dell'uso puro e semplice della forza. Una possibile alternativa dovra' pertanto essere fondata su un nuovo approccio che faccia tesoro e si fondi sui principi della nonviolenza, giustizia e prevenzione dei confitti. In questo quadro sara' altrettanto urgente rilanciare proposte concrete su temi quali la sicurezza umana, la prevenzione dei crimini contro l'umanita' , la democratizzazione delle Nazioni Unite, nonche' una ridiscussione del ruolo e dell'utilita' della NATO. Perche' la pace non puo' essere confinata ad una rivendicazione etica pura e semplice, ma deve essere intesa come progetto politico volto a assicurare dignita' e giustizia agli esseri umani e relazioni solidali tra i popoli.
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