mercoledì 24 marzo 2010

Quale giustizia per i Tamil?

Dopo le elezioni presidenziali tenutesi a marzo, le prossime politiche in Sri Lanka potrebbero riaffermare il dominio del partito del riconfermato leader Rajapaksa, già responsabile assieme all’altro candidato alla presidenza, il generale Fonseka, di gravi crimini contro l’umanità commessi nell'ultimo periodo della guerra che portò all’annientamento delle Tigri del Tamil Eelam, (LTTE) ma con questo anche alla morte di decine di migliaia di civili Tamil. Che la questione Tamil non possa essere relegata a vicenda strettamente attinente agli equilibri regionali, e dalle strategie di controllo di Cina ed India in quello scacchiere delicato, lo dimostra il recente “scontro” diplomatico tra il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ed il governo dello Sri Lanka sostenuto dai paesi del movimento dei non allineati. Il primo ha confermato pubblicamente la sua intenzione di costituire un gruppo di esperti che dovranno indagare sulle violazioni dei diritti umani compiute anche dal governo dello Sri Lanka. A questa proposta i paesi non allineati risposero con una lettera durissima nella quale si intimava a Ban di abbandonare tale proposito, in quanto così facendo le Nazioni Unite avrebbero gravemente violato la sovranità di uno dei suoi stati membri. Quella che segue è un’intervista che spiega le ragioni e le conclusioni di una sessione del Tribunale Permanente dei Popoli dedicata proprio alle responsabilità dei massacri di civili Tamil, tenutasi a Dublino nel gennaio scorso.


www.lettera22.it
http://www.ifpsl.org
www.internazionaleleliobasso.it

http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID=34102&Cr=sri+lanka&Cr1=



SRI LANKA, VERITA' SUI CRIMINI DI GUERRA 8/2/10


Il tribunale permanente dei popoli si è riunito a gennaio per stabilire le responsabilità del governo di Colombo nel massacro di migliaia di tamil durante gli ultimi atti della guerra civile. Francesco Martone, membro del Tpp, ci spiega le conclusioni dell'indagine.


Junko Terao

Lunedi' 8 Febbraio 2010


Sono passati circa otto mesi dalla fine della guerra civile quasi trentennale tra il governo e i ribelli tamil, ma i modi con cui l’esercito srilankese ha avuto la meglio non sono ancora stati verificati. Per settimane l’esercito ha continuato a sparare e lanciare granate sulla ‘no fire zone’, dove 250mila tamil erano intrappolati insieme alle tigri dell’Ltte (Tigri per la liberazione del tamil Eelam). Per sei oltre mesi, i tamil sfollati sono rimasti rinchiusi nei campi allestiti e controllati dai militari senza potersi muovere né comunicare con l’esterno. Bandite dal nord del paese le organizzazioni umanitarie, cacciati tutti i giornalisti. Il governo non ammette critiche e la comunità internazionale finora non ha fatto nulla. Pochi giorni prima della rielezione di Rajapaksa, il Tribunale permanente dei popoli aveva pubblicato il rapporto della commissione chiamata a verificare i presunti crimini contro l’umanità commessi dal governo e dall’esercito srilankesi nel corso dell’offensiva finale contro le Tigri tamil. Sotto esame anche le presunte responsabilità della comunità internazionale nel fallimento del cessate il fuoco del 2002 tra il governo di Colombo e l’Ltte. Francesco Martone, membro della commissione che si è riunita a Dublino a metà gennaio, ci spiega cosa hanno concluso.
Da dove è partita la vostra indagine?

Abbiamo avuto una richiesta specifica dalla rete di ong Irish forum for peace in Sri Lanka, che ci ha fornito una serie di documentazioni che delineavano possibili crimini di guerra e contro l’umanità che si erano compiuti soprattutto nell’ultimo periodo dell’offensiva finale. Di fatto, l’Ifpsl ci aveva sottoposto due documenti di base: uno che qualificava i possibili crimini contro l’umanità e il secondo che qualificava i possibili crimini contro la pace. L’idea era quella di verificare se era possibile identificare la responsabilità giuridica della comunità internazionale per quanto riguarda la rottura del cessate il fuoco e la scarsa volontà politica di sostenere una soluzione negoziale. Il terzo punto su cui alcuni dei ricorrenti hanno chiesto un giudizio è la possibile esistenza di reati di genocidio.

Su quali elementi vi siete basati?

Abbiamo ascoltato testimonianze di vario tipo: quelle di alcuni rappresentanti dei tamil che vivevano nei campi sfollati nel periodo del conflitto, quelle di cooperanti e volontari, quelle di alcuni militari scandinavi dell’independent monitoring force - creata per controllare la tenuta del cessate il fuoco del 2002 -, che ci hanno raccontato la genesi del post cessate il fuoco. Abbiamo ascoltato anche il parere di analisti esperti di Sri Lanka. Il tutto a porte chiuse e in condizioni di sicurezza perché avevamo ricevuto avvisaglie di possibili minacce.

Cosa avete concluso?

Per quanto riguarda i crimini contro l’umanità ci sono prove evidenti - abbiamo visionato dei video che li provano, quindi non è stato difficile verificarli, anche perchè esistono parametri chiari, sia nel trattato di Roma sia nella convenzione di Ginevra. Per quanto riguarda i crimini contro la pace, a livello giuridico era un po’complicato definire quando o chi avesse compiuto questi crimini. Quello che abbiamo scelto di fare è di indicare una sorta di corresponsabilità diretta della comunità internazionale nella rottura del cessate il fuoco del 2002. Sicuramente una delle concause è stata la decisione dell’Unione europea di iscrivere le organizzazioni tamil, tra cui anche l’Ltte, tra i gruppi terroristici. Una decisione cui l’Ue è giunta soprattutto in seguito alle pressioni degli Stati Uniti e della Gran Bretagna e che da una parte ha compromesso la possibilità dell’Ue di svolgere un ruolo di arbitro imparziale, dall’altra ha dato un’ulteriore autorizzazione al governo di Colombo a perseguire una soluzione militare alla questione tamil e di giustificarla come parte integrante della guerra contro il terrorismo. Poi, abbiamo verificato la corresponsabilità di paesi che hanno fornito armi al governo dello Sri Lanka durante il cessate il fuoco. Ci sono prove evidenti della fornitura di armi da parte di alcuni paesi come India, Israele, Repubblica Ceca, Ucraina e Gran Bretagna, che aveva addestrato alcuni quadri dell’esercito dello Sri Lanka. L’altra corresponsabilità per omissione della comunità internazionale è stata l’impossibilità da parte del consiglio Onu per i diritti umani di arrivare a un impegno per inviare in Sri Lanka una missione o mettere almeno il tema in discussione. Lo stesso vale anche per il Consiglio di sicurezza: il Messico, a suo tempo, aveva chiesto che la discussione sullo Sri Lanka venisse messa all’ordine del giorno ma la Russia si oppose. E anche al consiglio Onu per i diritti umani, secondo le informazioni che abbiamo acquisito, di fatto si creò un fronte unico dei G77 che sostenne lo Sri Lanka dicendo che la faccenda non poteva essere messa all’ordine del giorno perchè sarebbe stato un uso improprio della questione dei diritti umani. La mancanza di iniziativa da parte dell’Onu è stata uno degli elementi che non hanno contribuito a rafforzare la tenuta del cessate il fuoco. Ma anche il mancato intervento durante lo svolgimento dell’ultima azione militare, di fatto, non ha aiutato la causa della popolazione civile.

In base alle testimonianze che ha ascoltato che idea si è fatto della situazione attuale nei campi sfollati dove vivono ancora centomila persone?

La situazione sembra in parte essere migliorata. Almeno gli sfollati possono uscire dai campi, non sono più segregati. Però il problema è capire dove sono state mandate le 150mila persone che non si trovano più nei campi. Ci risulta che siano state mandate in altri luoghi sottoposti comunque a controllo militare. Che fine hanno fatto, poi, le 11mila persone di cui non si ha notizia? Comunque sia non c’è un controllo indipendente: le organizzazioni umanitarie non hanno accesso ai campi e ai luoghi dove si trovano i civili tamil. La situazione nel nord è ancora preoccupante perchè c’è una forte militarizzazione e i programmi di reinsediamento sono gestiti senza la partecipazione delle organizzazioni internazionali né degli stessi tamil.

Cosa raccomandate per risolvere la situazione?

Prima di tutto che siano organizzate missioni di monitoraggio indipendente per le prossime elezioni parlamentari di marzo, e che venga assicurato un dibattito libero e pacifico durante la campagna elettorale. Perchè c’è anche il grande problema degli attacchi alla libertà di stampa: abbiamo parlato con vari giornalisti tamil che cercano di mantenere aperto un canale d’informazione indipendente e che ci hanno raccontato le grandi difficoltà cui vanno incontro per cercare di denunciare la situazione attuale. Tra le raccomandazioni, poi, c’è quella di istituire una commissione d’indagine indipendente e un relatore speciale dell’Onu che facciano luce su quello che è successo e sulle responsabilità di tutte le parti in conflitto.

Adesso che succede? Colombo ha già risposto e rispedito le accuse al mittente gridando al complotto. Ma da parte della comunità internazionale, viste le accuse pesanti mosse contro alcuni paesi in particolare, c’è già stato qualche riscontro?

E’ ancora troppo presto. Adesso dobbiamo decidere che strategia adottare. Invieremo il nostro rapporto agli organismi internazionali competenti, sicuramente al Consiglio per i diritti umani, e si proverà a capire come il consiglio possa farne oggetto di discussione all’ordine del giorno. Più che condanne, il documento contiene delle raccomandazioni. Lo scopo è di produrre qualcosa di concreto e costruttivo per uscire dall’impasse e garantire che la comunità internazionale prenda degli impegni nei confronti dei civili tamil.


Uscito anche su il manifesto

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