venerdì 30 luglio 2010

Todos somos Arizona

Stamattina mi sono alzato, come di norma ho letto i giornali online, nei quali si parla del duello Fini-Berlusconi, scorso i post dei miei amici su Facebook, e visto immagini postate da Sharon he vorrei vedere anche qua da noi. Sono le immagini di migliaia e migliaia di migranti latinos che marciano per le strade di New York, Chicago, Detroit, San Francisco, Los Angeles, persone incatenate davanti ad una prigione dell’Arizona per evitare altre deportazioni, striscioni calati dal ponte di Oakland contro la legge razzista e liberticida approvata dal Senato dell’Arizona. (http://www.flickr.com/photos/puenteaz/sets/)
Un movimento nazionale e plurinazionale, organizzato, con il sostegno dei movimenti per le libertà civili statunitensi. Un movimento di base di donne ed uomini che rivendicano direttamente i loro diritti di cittadinanza. Mi domando dove sia Barak Obama in tutto questo. E mi viene alla mente un bel libro che raccoglie una conversazione tra Judith Butler e Gayatri Spivak, sulla fine dello stato nazione. Lì si discute del paradosso dei migranti latinos che cantano in spagnolo l’inno americano per rivendicare il proprio diritto ad appartenere a quella comunità, che grazie alla loro presenza si trasforma in maniera irreversibile. Oppure alle parole di Alain Touraine quando tratta dei movimenti dei sans-papier nel suo saggio sulle strategie di resistenza al neoliberismo. Insomma la storia del movimento migrante ci racconta molte cose, ci sfida a pensare nuove forme di azione politica, immaginare percorsi nei quali si mette al centro il protagonismo in prima persona degli aventi diritto, di coloro che hanno diritto alla mobilità ed alla cittadinanza. Poi mi metto a pensare a noi, che con Sinistra, Ecologia e Libertà stiamo provando a costruire un progetto politico, uno spazio comune nel quale si possa ritrovare chi oggi vuole impegnarsi per una società più giusta, pacifica, equa e pulita. Ripercorro le immagini delle riunioni alle quali ho partecipato, mi preoccupa l’uniformità cromatica delle nostre epidermidi. Mi arrovella il cervello il timore che questo partito in costruzione forse inconsapevolmente (e questo sarebbe ancor più grave), non riesca a rappresentare la vera società italiana, ormai multietnica e pluriculturale. Un partito di soli “italiani” e bianchi (a parte qualche eccezione), che tratta di questioni quali l’immigrazione, come se fossero solo relative all’antirazzismo o alla promozione di un nuovo “welfare”, (approccio di protezione) o al contrasto alla repressione (comunque sia accettando il confronto sul piano della sicurezza). Che non ascolta le voci dei diretti interessati e non sa fare uno scatto di avanti, provando a costruire uno spazio d’iniziativa comune con i migranti e con le seconde generazioni,. Questo sarebbe ancor di più il mio partito, un soggetto plurale e “meticcio”, che offre opportunità di azione innovativa, radicale, inclusiva ed includente. E che non teme di contemplare tra gli strumenti della sua azione politica anche sane pratiche di disobbedienza civile ed azione diretta nonviolenta.