lunedì 9 giugno 2008

I terzi spazi a sinistra

La discussione in corso sul futuro della sinistra potrebbe trovare grande giovamento nell’ approfondire e recepire alcune analisi e elaborazioni proprie del pensiero post-coloniale, in particolare dell’indiano Homi Bhabha. Bhabha ci racconta un concetto di primo acchitto astratto, ma che potrebbe essere di grande utilità. Il pensiero postcoloniale ci insegna, come l’ ibridizzazione, il meticciato, la convergenza di varie culture e pratiche non necessariamente comporta la loro scomparsa. Anzi, attraverso la creazione di “terzi spazi”, immateriali però allo stesso tempo concreti, queste culture e queste pratiche si rafforzano, si rinnovano, ricostruiscono significati e processi. Forse attraverso la lente del “terzo spazio” è possibile leggere le querelle continue circa lo scioglimento o la sopravvivenza dei partiti tradizionali, del rapporto tra partiti e movimenti, tra partiti della sinistra e tra sinistra e potere, sotto altra ottica, meno determinista ed ideologica e più pragmatica. In un terzo spazio è possibile che più modelli diversi tra loro coesistano, giacché ciò che conta è il principio politico superiore che li accomuna. Si dovrà cioé tentare uno sforzo creativo nel quale ciò che conta non sarà tanto la forma o l’assetto, ma il contenuto. Ossia quell’elemento politico comune che permetterà alle varie forme e culture politiche di camminare verso la stessa direzione, che siano all’interno di un partito specifico, nella sinistra “istituzionale” o quella diffusa e sociale. Attenzione però a non cedere a facili scorciatoie in particolare nel rapporto tra partiti e movimenti. Termini quali “internità al movimento” non contribuiscono a definire in maniera concreta i margini ed i confini di quest’altro terzo spazio tutto da costruire. Uno spazio nel quale – giova ripeterlo - soggetti e attori tra loro diversi si incontrano, convergono, operano, accomunati da un obiettivo politico condiviso, senza perdere la loro natura, ma rielaborandola di volta in volta. Bhabha ebbe a puntualizzare in una sua intervista del lontano 1990, (ben 18 anni fa!) dal titolo “Terzo spazio ed identità”: “nozione di ibridità riguarda il fatto che in ogni lotta politica vengono aperti nuovi luoghi, ma se continuiamo a legare questi luoghi a vecchi principi allora non potremmo mai essere in gradi di parteciparvi in maniera creativa e produttiva”. Ed ancora: “Quando una nuova situazione, una nuova alleanza si crea, ciò potrebbe voler dire che vadano tradotti i propri principi, che gli stessi vadano rielaborati, estesi. A sinistra c’è troppo tradizionalismo. Si cerca di leggere una nuova situazione in termini di un modello o paradigma prestabilito, un riflesso reazionario, una mentalità conservatrice”. Insomma, questa crisi della sinistra in Italia dovrebbe fornire l’opportunità per nuovi paradigmi, per una rielaborazione dei propri valori portanti in chiave postcoloniale e semmai postmoderna. La scomparsa della sinistra istituzionale dal Parlamento nazionale ad esempio potrebbe essere occasione per ridiscutere il valore ed il significato della rappresentanza. Un teorico neoconservatore americano Francis Fukuyama, il tanto acclamato teorico della fine della storia, negli anni ha fatto marcia indietro, riavvicinandosi alle schiere liberal, ed affermando che la storia è tutt’altro che finita. Dopo il crollo del Muro si sono formate altre dinamiche, altre contrapposizioni, altre sfide globali - lui si riferisce in particolare alla bioetica ed alle biotecnologie - che costruiscono la storia, la definiscono, la caratterizzano. Quindi niente fine della storia, ma una sua riformulazione in termini differenti. La sinistra non è alla fine della sua storia, però non riesce ad uscirne fuori, a percorrere spazi nuovi. E forse questa è la crisi della sinistra più prettamente europea (ad eccezione della Linke), usa ad oscillare tra governismo, e lotta di classe “sic et simpliciter”, perdendo il suo carattere ideale, evocativo, la sua visione e prospettiva del mondo. Andrà invece costruito ed abitato uno spazio “interstiziale” come lo definisce il filosofo inglese Critchley in una polemica a distanza con Slavoj Zizek, pubblicata sulla rivista statunitense Harper’s circa il suo ultimo libro “Infinitely Demanding”. Se per molti “la dicotomía in politica è tra il potere dello Stato o l’assenza di potere” lui si rifiuta “di accettare che queste siano le sole opzioni. La vera politica è il movimento tra questi due poli, e occorre attraverso la creazione di quello che chiamo “spazio interstiziale” all’interno dello stato. Questi interstizi non sono dati o inesistenti, ma sono creati attraverso la pratica politica”. Che si provi quindi a coltivare l’idea di un terzo spazio, definendolo non tanto nella teoria ma nella prassi, su quelli che - con un termine fin troppo abusato - vengono definiti territori, in una modalità che attribuisce loro solo una connotazione geografica ma non culturale, o politica. Saskia Sassen, in un suo interessante articolo uscito sul sito Opendemocracy, parla di “terzo spazio” quando si riferisce alla costruzione di nuove modalità e nuovi processi, che accomunano pezzi di territorio, autorità e diritti che fino a poco tempo fa erano definiti nell’ambito di politiche nazionali. Questi processi attraversano il binomio nazionale-globale, e lo superano, definendo qualcosa di assolutamente nuovo. “Questi assemblaggi sono propri di istituzioni e territori nazionali e globali , geografie transglobali che mettono in relazione spazi multipli a livello nazionale, o subnazionale e che costruiscono nuove geografie globali.” Se così è allora anche il concetto di territorio muta notevolmente e si dovrà dapprima aver ben chiaro cosa si intende per territori e da lì partire per coltivare il valore aggiunto dell’ibridità e della contaminazione, costruendo questi terzi spazi nelle pratiche di resistenza, nella costruzione di nuovi processi sociali, dal basso. Homi Bhabha, Saskia Sassen, Simon Critchley e tanti altri pensatori, teorici, attivisti di estrazione diversa ed intellettuale totali riescono a coniugare arte, cultura, analisi ed impegno politico. Ci invitano con il loro pensiero a provare a “sprovincializzare” la discussione sul futuro della sinistra nel nostro paese, contaminarla con altre visioni, pratiche, utopie. Farne l’occasione per una visione più cosmopolita dell’ essere di sinistra e intrecciare questi processi con quelli della sinistra sociale, dei movimenti. Una sfida di portata notevole per tutti coloro che non si vogliono rassegnare all’inferno del liberismo o al paradiso del governo. O viceversa.


2 commenti:

VISUAL ACTIVIST ha detto...

mi piace il terzo spazio come alternativa, o per lo meno come luogo di pensiero della politica, così vuota ed esaurita in Italia

marina ha detto...

ho letto solo ora questo bellissimo articolo nel quale mi ci ritrovo pienamente, a volte si fanno cose o si cerca di fare cose senza necessariamente dargli "una descrizione", quindi sono contenta che si parli di terzo spazio come alternativa. E' la prima volta che entro in questo blog e mi sorprende (mi sorprende veramente?) che questo spazio intelligente non sia commentato...