domenica 2 agosto 2015

Fermare la strage in Kurdistan ora.

Ma com'è sta storia, prima ad agosto dello scorso anno hanno fatto aprire le Camere di fretta e furia per mandare armi i peshmerga (arrivate poi assai più tardi - e dei ferrivecchi), cosa che era già di suo assai dubbia come operazione, ed ora che il pascià Erdogan prima lascia che i miliziani ISIS agiscano indisturbati ed ora con l'avallo di tutti bombarda i kurdi nel Kurdistan irakeno, facendo una strage, non si sente mosca volare. Nessun cinguettio del ministro della difesa che declama la forza della resistenza kurda, (si certo si parla di quelli di Barzani, ma i jet turchi là stanno bombardando mica per altro), silenzio assordante della politica. La stessa ministro che in diretta tv promise supporto armato e non al YPG in occasione di una recente visita di una delegazione kurda in Italia - e che due settimane fa si è recata in visita ai militari italiani ad Erbil dove opera un contingente di addestratori italiani. Ironia della sorte, uno dei compiti è anche quello di pattugliamento aereo sul Kurdistan irakeno con droni. C'è un sacco di traffico da quelle parti. Ed il ministro degli esteri che incontrò anche lui la delegazione dell'YPG, che dice? Magari era anche uno di quelli che invocavano "moderazione" nelle azioni militari di Erdogan nel corso dell'ultimo incontro del Consiglio Atlantico? E' impressionante notare la "sequenzialità" dei fatti e la sfida di Erdogan in particolare all'Europa che appunto al Consiglio Atlantico spese parole forse a questo punto solo di circostanza - per chiedere che l'operazione militare non pregiudicasse il processo di pace con i kurdi. Poche ore dopo la riunione di Bruxelles, proprio per essere "moderato" Erdogan intensifica i bombardamenti contro i kurdi. Usa il pretesto della lotta all'ISIS per ritagliarsi una zona cuscinetto con il confine con la Siria e cerca in ogni maniera di sferrare un colpo micidiale anche all'HDP, partito di sinistra dei kurdi turchi che proprio in virtà dell'inatteso successo elettorale, rende impossibile la formazione di un governo con ampio supporto del parlamento. La fase tre sarà quella di tornare alla urne, usando i kurdi come arma elettorale. Nel frattempo gli appelli alla moderazione nell'uso della forza si tradurranno in complicità nell'ennesima strage.

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