mercoledì 14 settembre 2016

la Libia tra guerra mediatica e conflitto armato


La guerra mediatica del carciofo


http://comune-info.net/2016/09/la-guerra-mediatica-del-carciofo/
Se non si trattasse di un tassello del puzzle di una catastrofe così sanguinosa, quella della guerre del nostro tempo, la strategia di comunicazione che il governo italiano e i media che contano adottano sull’intervento in Libia sarebbe facile da qualificare: farsesca. A leggere certe dichiarazioni, per il loro contenuto ma anche per come vengono raccontate, sembra di sfogliare un carciofo: nelle prime foglie c’è l’etica, la protezione di un ospedale da campo in nome del giuramento di Ippocrate, poi, pian piano, emergono i dettagli: prima i paracadutisti, poi i droni, poi la portaerei, i cacciabombardieri…Non sarà che in Libia comincia la vera battaglia, quella dopo DAESH, ed è meglio mettere sul campo le proprie pedine per poi andare a trattare la spartizione delle zone cruciali per imprese petrolifere?
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di Francesco Martone
C’è un qualcosa di indefinito e indefinibile in quello spazio immateriale tra comunicazione, spin e realtà che si fatica a decifrare ma che funziona ad arte per allontanare dagli occhi lo spettro della guerra. E’ quello spazio indefinito nel quale si costruiscono giustificazioni eticamente accettabili, o praticamente incontrovertibili, che sia la protezione di un ospedale da campo, in nome del giuramento di Ippocrate, oppure la protezione dei lavoratori di un cantiere di un’impresa italiana in Irak. Lo spazio nel quale tutto si trasforma ad arte, si rimescolano le carte, si rielabora e si creano via via strati di sottile carta velina che, uno dietro l’altro, provano a nascondere la verità o a orientare ad arte l’opinione pubblica. Già chi potrebbe essere contrario a proteggere medici che curano feriti? Feriti da chi, poi? Non certo da DAESH; visto che a Sirte pare ne siano rimaste poche decine, e anche altrove, in Libia, pare che quelli di DAESH non è che se la passino poi molto meglio.
E dei bersaglieri che si dice? Mandati a protezione della diga di Mosul, sotto sotto, carta alla mano, realizzi che sono guarda caso a guardia di una retrovia dell’imminente battaglia finale contro DAESH, a Mosul e, secondo fonti di stampa, possibile obiettivo di un devastante attacco terroristico. Forse lì si può opinare che l’uso di soldati come guardie giurate di un’impresa privata non è che sia del tutto corretto, ma ricordiamoci dell’uso dei fucilieri di marina per proteggere le navi mercantili, con tutte le conseguenze del caso. Anche qua, poi, proteggerli da chi? E il luogo, come in ogni mappa militare, conta. Di Mosul s’è detto. Misurata è a un tiro di schioppo dalle operazioni militari delle milizie del generale Heftar, acerrimo nemico del governo di “unità nazionale” con a capo Serraj, sostenuto anche dall’Italia. Lì a Misurata ci sono forze speciali americane e di altri paesi.
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Lì, secondo indiscrezioni, già operavano forze speciali italiane. E la vera battaglia ora in Libia sarà sul dopo DAESH. Allora meglio mettere sul campo le proprie pedine per poi andare a trattare. A maggior ragione se si tratta di zone cruciali per le attività delle proprie imprese petrolifere. Ecco cosa c’è dietro quella cortina. E a leggere la Repubblica, oggi, sembra di sfogliare un carciofo: le prime foglie sono sull’importanza della missione, “etica” (guarda caso, quindi incontestabile, come se etica e politica fossero equivalenti), dicono i ministri. Poi però emergono i dettagli: 200 paracadutisti, 100 medici. E poi altri dettagli: pare ci saranno droni, e il sostegno della portaerei Garibaldi, e dei cacciabombardieri. Pinotti dice che ci si appoggerà solo a unità presenti nella missione Eurnavformed. Ma quella missione non aveva altri obiettivi? Si era detto: il contrasto al traffico di persone, il salvataggio e semmai la distruzione di barchini o barconi in alto mare o a riva. Ma non mandiamo “boots on the ground” bensì “meds on the ground”, insiste Gentiloni, manco fosse la riedizione della serie tv MASH oppure i parà della Folgore andassero lì in pantofole. Suvvia.

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