lunedì 9 novembre 2015

La vera strategia mediterranea di Palazzo Chigi e dell'ENI


Un articolo pubblicato sulla rivista online di politica internazionale dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) sulle strategie dell’ENI nel Mediterraneo finalmente mette nero su bianco cosa c'è dietro la linea politica di Palazzo Chigi: la creazione di un superhub energetico nel Mediterraneo, una triangolazione Egitto, Israele, e poi Libia. Mentre imprese petrolifere italiane stanno buttando un occhio su giacimenti in Israele, e la Knesset discute del possibile accordo petrolifero con l'ENI che nei fatti ridimensionerebbe le sue aspirazioni energetiche nella regione. Primo passo, alleanza tra Renzi, Al Sissi e Bibi. E si chiudono ambedue gli occhi su diritti umani, e violazioni della legalità internazionale e popolo palestinese. Fase due, mettere i piedi nel piatto in Libia magari facendosi capofila della missione di "stabilizzazione" nel paese. E cercando di guadagnarsi un posto al tavolo per poi provare a prendersi in quota il settore energetico e petrolifero. Non è la SPECTRE, ma l'operazione fa assai pensare. Alle commistioni evidenti tra interessi di impresa e presunto interesse nazionale (già ricordiamo come il Presidente Mattarella "autorizzo" il passaggio di Lapo Pistelli da Viceministro degli Esteri con delega a quella regione a vicepresidente dell'ENI), interessi geostrategici e militari (Palazzo Chigi freme per avviare la presenza militare italiana in Libia). Alle amnesie non casuali, basta ricordare il viaggio di Renzi in Israele, o l'accoglienza data a a Bibi a Firenze. Della Palestina nessuna traccia. Quando allora si parla di giustizia climatica e di debito ecologico si dovranno tenere a mente anche queste cose. Ossia che per perpetuare la dipendenza da combustibili fossili nel ostro paese oltre che a trivellare in mare e non solo, si praticano strategie di politica estera che fanno carta straccia dei diritti umani e del diritto internazionale. Nel frattempo Barack Obama finalmente e doverosamente annuncia il suo veto alla XL Keystone pipeline una grane vittoria dei movimenti ambientalisti ed indigeni. Resta però il fatto che gli USA hanno acquisito autonomia energetica attraverso lo sfruttamento del shale gas e shale oil e il fracking, in ossequio alla logica del capitalismo post-neoliberista, il capitalismo "neo estrattivista". Fa pensare che questo tema, quello non dell'ambiente come opportunità di crescita o tutela della bellezza ma come chiave di volta per il superamento del capitalismo,   sia così marginale nel dibattito sulla sinistra che verrà.  Un tema che invece sarà al centro delle mobilitazioni dei movimenti per la giustizia climatica nelle prossime settimane a Parigi.

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